AL PREMIO AUSONIA CLAUDIA CONTE PRESENTA IL NUOVO LIBRO "DOVE NASCONO I SILENZI": UN DIALOGO TRA CULTURA, GIOVANI E INCLUSIONE

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Cariati – Nell’ambito della XII edizione del Premio Ausonia, manifestazione dedicata quest’anno al tema “Ponti di Luce”, la giornalista e scrittrice Claudia Conte sarà protagonista di un incontro dedicato alla presentazione del suo nuovo libro Dove nascono i silenzi, un’opera che affronta con sensibilità e profondità le fragilità delle nuove generazioni, il disagio giovanile, il bullismo, la violenza e il valore dell’ascolto come primo strumento di prevenzione e crescita sociale. (Premio Ausonia)

L’appuntamento si inserisce nel programma della giornata dedicata all’inclusione sociale, confermando la vocazione del Premio Ausonia a promuovere il dialogo tra istituzioni, cultura, mondo dell’associazionismo e società civile.

Attraverso la narrazione, Claudia Conte offrirà una riflessione sui silenzi che spesso accompagnano le difficoltà emotive degli adolescenti e sulla responsabilità condivisa di famiglie, scuola e comunità nel costruire relazioni autentiche e inclusive. (Premio Ausonia)

- SprayNews - Monica Macchioni

SAN CALOGERO, IL SANTO DEL SILENZIO CHE INTERROGA IL NOSTRO TEMPO

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Dalla roccia di Agrigento, una voce antica per l’uomo smarrito del presente.

Ci sono terre che sembrano nate per custodire il mistero, la Sicilia è una di queste; terra di luce e di ferite, di mare e di pietra, di partenze e di ritorni, di silenzi antichi e preghiere tramandate sottovoce, terra dove il sole non illumina soltanto, ma scava, entra nelle fenditure della roccia, attraversa i volti, rivela la fatica e la bellezza di un popolo che, nei secoli, ha imparato a resistere senza perdere del tutto la capacità di sperare.

Agrigento, città sospesa tra la memoria degli uomini e l’eternità del cielo, la figura di San Calogero continua a vivere con una forza che non appartiene soltanto alla devozione popolare.

San Calogero è più di un nome venerato, è una domanda rivolta all’uomo di oggi.

Che cosa resta di noi quando il rumore finisce? Chi siamo quando nessuno ci guarda?

Che cosa abita davvero il nostro cuore quando si spengono gli schermi, quando le parole degli altri tacciono, quando non abbiamo più un’immagine da difendere, un ruolo da interpretare, una reputazione da esibire?

San Calogero, eremita e uomo di Dio, viene da un tempo lontano, eppure possiede una sorprendente contemporaneità, perché il suo deserto assomiglia, più di quanto immaginiamo, al nostro.

Il deserto di ieri era fatto di pietra, solitudine, fame, arsura.

Il nostro deserto è diverso, è affollato,è illuminato, è connesso, è pieno di voci e forse proprio per questo è ancora più difficile riconoscerlo.

Viviamo nell’epoca della comunicazione permanente e dell’ascolto sempre più raro. Abbiamo strumenti capaci di raggiungere in pochi istanti l’altra parte del mondo, eppure spesso non riusciamo a raggiungere il cuore della persona seduta accanto a noi.

Sappiamo tutto degli altri e conosciamo sempre meno noi stessi.

Mostriamo fotografie di felicità mentre custodiamo stanze interiori nelle quali non entra nessuno. Costruiamo profili, immagini, narrazioni, identità digitali.

Cerchiamo approvazione, temiamo il giudizio, contiamo consensi, visualizzazioni, reazioni e lentamente rischiamo di dimenticare che il valore di una vita non può essere misurato dallo sguardo mutevole della folla. San Calogero ci conduce altrove, ci porta nella nudità dell’essenziale.

L’eremita non fugge necessariamente dagli uomini. Talvolta si allontana dal rumore per imparare ad amarli meglio.

Questa è una verità spirituale profonda.

Il silenzio cristiano non è assenza, è attesa, non è mutismo, è ascolto, non è chiusura, è spazio consegnato a Dio.

Nel silenzio cadono molte maschere e quando cadono le maschere, comincia la verità.

Forse è proprio la verità ciò che più ci spaventa, perché la verità ci mette davanti alle nostre fragilità, ci ricorda le parole che non avremmo dovuto pronunciare. Le persone che abbiamo ferito, le occasioni in cui abbiamo preferito giudicare invece di comprendere, le volte in cui abbiamo scelto l’orgoglio al posto dell’abbraccio.

Ci sono ferite che nessuna fotografia mostra, ci sono dolori che non producono rumore, persone che continuano a vivere, lavorare, sorridere, occuparsi degli altri, mentre dentro attraversano una notte che nessuno conosce.

E Dio?

Dov’è Dio in tutto questo?

È la domanda antica dell’uomo, è la domanda di Giobbe, è la domanda dei Salmi, è la domanda che attraversa gli ospedali, le case segnate dalla malattia, le famiglie divise, le stanze di chi ha perso qualcuno, le notti di chi non riesce più a immaginare il domani.

Dov’è Dio?

San Calogero non ci consegna una risposta facile.

I santi autentici non distribuiscono formule ci insegnano una presenza.

Dio non elimina magicamente ogni deserto, ma entra nel deserto.

Non impedisce ogni notte, ma accende una luce dentro la notte.

Non cancella sempre la ferita, ma impedisce alla ferita di diventare l’ultima parola.

La fede cristiana non è una promessa di immunità dal dolore, se così fosse, la Croce sarebbe incomprensibile.

La fede è la certezza che nessun dolore attraversato nell’amore è definitivamente perduto.

San Calogero ci ricorda proprio questo, anche la roccia può diventare altare, la solitudine può diventare incontro, una vita nascosta può generare luce per intere generazioni, ed è qui che la sua figura diventa profondamente vicina ai tempi che viviamo.

Viviamo giorni segnati dalla guerra. Vediamo popoli spezzati, bambini sotto le macerie, madri senza più lacrime, uomini costretti ad abbandonare la propria terra.

Viviamo il dramma delle migrazioni e troppo spesso trasformiamo esseri umani in numeri. Viviamo la violenza nelle famiglie, il bullismo, l’umiliazione pubblica.

La solitudine degli adolescenti, l’abbandono degli anziani, la disperazione nascosta dietro vite apparentemente normali.

Viviamo una stagione nella quale la parola può diventare pietra. Un commento può ferire.
Una fotografia può essere usata per umiliare. Un errore può essere trasformato in una condanna senza fine.

Una persona può essere ridotta per sempre al giorno peggiore della propria vita e allora la testimonianza di San Calogero ci obbliga a porci una domanda scomoda: che cosa abbiamo fatto della misericordia?

Abbiamo costruito una società velocissima nel giudicare e lentissima nel comprendere.

Sappiamo condannare prima di conoscere, etichettare prima di ascoltare, allontanare prima di curare e qualche volta anche noi cristiani rischiamo di dimenticare che il Vangelo non ci è stato consegnato per costruire tribunali morali, ma per diventare testimoni della Grazia. Cristo non ha chiesto alla donna ferita di presentare un curriculum di perfezione.

Non ha domandato al lebbroso se meritasse di essere toccato.

Non ha chiesto al cieco di giustificare la propria notte.

Non ha chiesto al ladrone sulla croce di dimostrare una vita irreprensibile.

Cristo ha incontrato, ha guardato, ha ascoltato,ha toccato, ha perdonato.

La misericordia cristiana non è debolezza, è una delle forme più alte della verità, perché soltanto chi è forte sa chinarsi senza sentirsi diminuito.

Soltanto chi ama davvero sa distinguere l’errore dalla persona.

Soltanto chi ha incontrato la propria fragilità smette di usare la fragilità altrui come una pietra.

San Calogero, uomo della solitudine abitata, sembra ricordarci che prima di parlare dobbiamo ascoltare.

Prima di giudicare dobbiamo conoscere, prima di condannare dobbiamo ricordare che anche noi viviamo di misericordia e forse questo messaggio riguarda profondamente anche la Chiesa del nostro tempo.

Una Chiesa che non può limitarsi a custodire porte, deve aprirle, una Chiesa che non può parlare soltanto a chi è già dentro, deve cercare chi si è perduto. Una Chiesa che non può avere paura delle ferite dell’uomo contemporaneo.

Deve avvicinarsi, deve essere madre,casa,rifugio,pane, ascolto.

Perché una Chiesa che non sa piangere con chi piange rischia di pronunciare parole teologicamente corrette e umanamente lontane e il Vangelo non è mai lontano.

Il Vangelo ha mani, ha occhi, ha polvere sui sandali, ha fame, ha sete, ha compassione.

La spiritualità di San Calogero ci riporta proprio a questa concretezza.

Dalla roccia di Agrigento, la sua memoria sembra attraversare i secoli e dirci che non esiste autentica contemplazione senza compassione.

Chi guarda Dio più profondamente impara a guardare l’uomo con maggiore misericordia.

Chi prega davvero non diventa più duro, diventa più umano, chi incontra Cristo non si sente superiore, si sente responsabile, del fratello.

Responsabile della parola che pronuncia.

Responsabile del dolore che potrebbe alleviare.

Responsabile della solitudine che potrebbe interrompere.

Responsabile della speranza che potrebbe riaccendere.

In questa nostra epoca stanca, forse abbiamo bisogno proprio di questo, meno rumore e più presenza, meno giudizio e più discernimento, meno esibizione e più verità, meno parole gridate e più parole capaci di curare.

Abbiamo bisogno di persone che sappiano restare, perché oggi molti sanno arrivare e pochi sanno restare, soprattutto accanto a chi soffre. Restare quando una relazione attraversa la notte.

Restare vicino a un giovane che non riesce più a credere in se stesso.

Restare accanto a un anziano che ripete le stesse parole. Restare vicino a chi ha sbagliato e sta cercando faticosamente di ricominciare.

Restare senza pretendere di risolvere tutto.

A volte la forma più alta dell’amore è semplicemente non andarsene.

San Calogero ha abitato il silenzio e forse oggi ci insegna che anche noi dobbiamo imparare ad abitare.

Abitare il nostro cuore.

Abitare le relazioni.

Abitare la fede.

Abitare il dolore senza trasformarlo in disperazione.

Abitare la speranza senza ridurla a illusione.

Agrigento, con la sua luce antica, continua a custodire questa memoria.

La roccia rimane, il mare continua il suo respiro.

Le generazioni passano, cambiano le lingue, le abitudini, le paure, ma il cuore dell’uomo continua a cercare ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: essere amato, essere riconosciuto, essere perdonato, sapere che la propria vita possiede un senso.

Ed è forse qui che San Calogero diventa nostro contemporaneo.

Nel ricordarci che non siamo soltanto ciò che produciamo.

Non siamo soltanto i nostri successi.

Non siamo soltanto i nostri fallimenti.

Non siamo la somma dei giudizi ricevuti.

Non siamo l’errore che abbiamo commesso.

Siamo creature chiamate per nome.

Siamo fragilità visitate dalla Grazia.

Siamo polvere nella quale Dio continua ostinatamente a seminare eternità, per questo, oggi, vorrei affidare a San Calogero una preghiera.
San Calogero, uomo della roccia e del silenzio,
insegnaci a ritrovare ciò che abbiamo perduto.
Restituisci profondità alle nostre parole,
verità ai nostri incontri,
misericordia ai nostri giudizi.
Proteggi chi attraversa la solitudine.
Resta accanto a chi non riesce più a pregare.
Visita le case dove è entrata la malattia.
Consola le madri che piangono in silenzio.
Custodisci i giovani smarriti in un mondo che chiede loro di apparire prima ancora di insegnare loro ad essere.
Accompagna gli anziani dimenticati.

Difendi chi è umiliato.

Rialza chi è caduto.

Ricorda alla Chiesa che ogni porta chiusa può diventare una ferita e ogni mano tesa può diventare Vangelo.

E a noi, uomini e donne di questo tempo inquieto, insegna il coraggio del silenzio.

Perché nel silenzio possiamo finalmente ascoltare.

Nell’ascolto possiamo comprendere.

Nella comprensione possiamo smettere di giudicare.

E nella misericordia possiamo tornare a riconoscerci fratelli.

Forse è questo il messaggio più urgente che San Calogero consegna al nostro tempo: non abbiamo bisogno di diventare più visibili.

Abbiamo bisogno di diventare più veri.

Non abbiamo bisogno di gridare più forte.

Abbiamo bisogno di ascoltare più profondamente.

Non abbiamo bisogno di costruire altri muri.

Abbiamo bisogno di riconoscere, nel volto dell’altro, una parte del nostro stesso destino.

Perché alla fine, quando ogni rumore sarà cessato, quando ogni immagine sarà scomparsa, quando i titoli, i ruoli e le apparenze non avranno più alcun peso, resterà una sola domanda:
quanto amore siamo stati capaci di lasciare dietro di noi?

San Calogero, eremita di Agrigento, uomo del silenzio e cercatore dell’Assoluto, ci aiuti a non sprecare questa vita.

Ci insegni a trasformare la roccia in altare.

La solitudine in preghiera.

La ferita in compassione.

Il silenzio in ascolto e il nostro breve passaggio sulla terra in una traccia di misericordia.

- SprayNews - Monica Macchioni

LA DIGNITA' NON HA SCADENZA

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Di Letizia Bonelli

La dignità umana non è un'astrazione dello Stato o dei motori di ricerca o dell'opinione pubblica, è un valore originale e inviolabile che appartiene a ogni persona semplicemente per il fatto di essere una persona, ma nell'era digitale, troppo spesso il passato diventa una condanna perpetua.

Il diritto all'oblio non è il diritto di cancellare la verità, ma il diritto di ristabilire l'equilibrio tra memoria e giustizia.

Significa riconoscere che una notizia, sebbene vera, può perdere il suo interesse pubblico nel tempo e trasformarsi in uno strumento di esclusione sociale, professionale e personale.

Nessuno dovrebbe dover rivivere ogni giorno una pagina già scritta quando la vita ha dato loro la possibilità di cambiare, riparare, ricostruire e una democrazia matura non si misura dalla severità con cui punisce, ma dalla capacità di restituire un futuro a coloro che hanno già pagato il loro debito alla giustizia o alla vita.

Internet è una grande conquista dell'umanità, ma non può mai diventare un tribunale permanente.

Gli algoritmi non conoscono pentimento, crescita, perdono.; per questo motivo, la legge deve continuare a concentrarsi sulla persona, ricordando che la tecnologia è uno strumento e non un giudice.

Abbiamo bisogno di una nuova cultura digitale, basata non solo sulla libertà di informazione, ma anche sulla responsabilità dell'informazione.

Informare significa raccontare i fatti; perpetuare una condanna significa negare la possibilità di rinascita.

Ogni nome ha una storia che va oltre un titolo di giornale.

Ogni volto racconta una storia che nessun motore di ricerca potrà mai comprendere appieno e così difendere il diritto all'oblio significa, ancor prima di proteggere un diritto legale, difendere l'essenza stessa dell'essere umano.

Una società che non dà una seconda possibilità perde la sua umanità e senza umanità non c'è né giustizia, né libertà, né alcun vero progresso.

- SprayNews - Monica Macchioni

MAURIELLO (MERITOCRAZIA ITALIA): INIZIANO GLI ESAMI DI MATURITA'. INSEGNIAMO AI GIOVANI CHE NESSUN SACRIFICIO E' MAI VANO, NEPPURE QUELLO CHE PRECEDE GLI INEVITABILI INSUCCESSI

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«Oggi è un giorno importantissimo per tanti giovani» dice Walter Mauriello, Presidente nazionale di Meritocrazia Italia.

«Di solito è vissuto come un momento di chiusura di un percorso impegnativo.

In realtà è la prima tappa di un viaggio molto più lungo, fatto di prove, emozioni e speranze, vittorie e sconfitte.

Dico ai ragazzi di avere fiducia in loro stessi e nelle proprie capacità, sempre.

Di là dalle tante nuove e vecchie fragilità, hanno anche delle risorse inimmaginabili fino a qualche generazione fa.

Sta a noi aiutarli a scoprirle e a superare limiti apparenti e reali alla realizzazione delle loro ambizioni.

Soprattutto sta a noi insegnare che ogni ora passata sui libri, ogni difficoltà affrontata, ogni rinuncia fatta ha un valore profondo, quello del merito, che solo dà soddisfazione.

Nessun sacrificio è mai vano, neppure quello che precede insuccessi e piccoli fallimenti, perché è il ponte che collega i sogni alla realtà.

Dico ai giovani maturandi di affrontare questi giorni con coraggio, serenità e orgoglio, puntando sempre in alto. In bocca al lupo e buon futuro a tutti loro».

- SprayNews - Monica Macchioni

NESSUNO E' IL GIUDICE DELL'ANIMA ALTRUI

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di Letizia Bonelli

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto” «Sono un uomo, e nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me».

Questa celebre espressione di Terenzio racchiude forse una delle più alte lezioni morali che la storia ci abbia consegnato, comprendere l’altro prima di giudicarlo.

Viviamo in un tempo straordinariamente connesso e paradossalmente, sempre più incline alla condanna immediata.

Basta un’opinione, una scelta di vita, una convinzione, una parola fuori dal coro perché qualcuno si senta autorizzato a puntare il dito, ma chi può davvero arrogarsi il diritto di essere giudice dell’esistenza altrui?

La filosofia ci insegna che la conoscenza autentica nasce dall’umiltà.

Socrate, il padre del pensiero occidentale, costruì la sua sapienza attorno ad una frase destinata ad attraversare i secoli: «So di non sapere»un’affermazione che non esprime debolezza, bensì consapevolezza dei limiti umani.

Forse dovremmo ripartire proprio da qui, dal riconoscere che nessuno possiede tutta la verità, nessuno conosce fino in fondo il cammino dell’altro, che nessuno può comprendere interamente le ferite, le paure e le speranze custodite nel cuore di una persona.

L’Illuminismo ha fondato una delle sue più grandi conquiste sul valore della libertà individuale.

Voltaire, pur nella complessità delle interpretazioni storiche delle sue parole, è diventato simbolicamente il difensore di un principio essenziale: il diritto di ogni individuo ad esprimere il proprio pensiero senza essere perseguitato per questo.

La libertà non è un favore concesso dal potente al debole, è una dimensione naturale della dignità umana.

Libertas est inaestimabilis res.

La libertà è un bene senza prezzo; eppure la libertà autentica non coincide con l’arroganza, né con l’insulto, né con l’aggressione verbale.

La vera libertà cammina insieme alla responsabilità, così come il rispetto cammina accanto alla dignità.

Possiamo avere idee differenti, possiamo professare convinzioni diverse, possiamo persino trovarci in profondo disaccordo, ma il dissenso non deve mai trasformarsi in disprezzo.

Una società civile non si costruisce eliminando le differenze, si costruisce imparando a convivere con esse.

Immanuel Kant sosteneva che ogni essere umano dovesse essere considerato sempre come un fine e mai come un mezzo.

È una lezione di straordinaria attualità, quando utilizziamo qualcuno come bersaglio del nostro pregiudizio, quando lo riduciamo ad un’etichetta, ad una categoria o ad uno stereotipo, stiamo negando proprio quella dignità che pretendiamo venga riconosciuta a noi stessi.

Ogni persona è molto più della definizione che le viene attribuita, è una storia,
è una coscienza, è un universo irripetibile.

Per questo motivo il rispetto non dovrebbe dipendere dalla somiglianza, dovrebbe nascere dall’umanità condivisa.

Dignitas humana inviolabilis est.

La dignità umana è inviolabile, questa non è soltanto una formula giuridica o morale, è un principio che dovrebbe orientare ogni relazione umana.

Oggi assistiamo spesso ad una cultura della sentenza permanente.

I tribunali dell’opinione pubblica emettono verdetti in pochi secondi.

I social network amplificano giudizi che talvolta ignorano la complessità delle vicende umane, ma la fretta è una cattiva consigliera della giustizia.

Comprendere richiede tempo, ascoltare richiede pazienza,rispettare richiede maturità, forse la vera evoluzione culturale non consiste nel convincere tutti a pensare allo stesso modo, ma nell’imparare a vivere insieme pur pensando in modo diverso.

Perché la ricchezza di una società non nasce dall’uniformità, nasce dal pluralismo, nasce dal dialogo, dalla capacità di riconoscere nell’altro non un nemico da combattere, ma una persona da comprendere.

Alla fine, ogni volta che puntiamo il dito contro qualcuno, dovremmo ricordare una verità semplice e disarmante: nessuno di noi è soltanto ciò che appare.

Siamo molto di più e forse la forma più alta di saggezza consiste proprio in questo, sostituire il giudizio con l’ascolto, il pregiudizio con la conoscenza, la condanna con il rispetto.

Perché una società davvero libera non è quella in cui tutti la pensano allo stesso modo, è quella in cui ciascuno può esprimere sé stesso senza paura.

In varietate concordia.

Nella diversità, l’armonia.

Ed è proprio in quella armonia che l’umanità ritrova la sua parte migliore.

- SprayNews - Monica Macchioni

IL POZZO DELLA FORESTA: QUANDO L'ARTE TORNA A PARLARE IL LINGUAGGIO DELLA NATURA

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Di Letizia Bonelli

Ci sono luoghi che non si visitano soltanto.

Si attraversano con gli occhi, con il cuore e, soprattutto, con l’anima.

La Foresta Demaniale di Roccarainola è uno di questi luoghi.

Un luogo dove il silenzio non è assenza di suono, ma presenza di vita.

Dove gli alberi raccontano storie antiche e il vento sembra custodire memorie che l’uomo moderno ha quasi dimenticato.

È qui che prende forma “Il Pozzo della Foresta”, l’opera di Christian Leperino, presentata come un’esperienza che supera i confini dell’arte tradizionale per trasformarsi in un dialogo profondo tra uomo e natura.

Parlare di Christian Leperino significa parlare di un artista contemporaneo che non si limita a creare opere, ma costruisce ponti.

Ponti tra il visibile e l’invisibile, tra la materia e lo spirito, tra la contemporaneità e quella dimensione ancestrale che continua ad abitare ogni essere umano.

In questo senso Leperino assomiglia quasi a uno sciamano moderno.

Non perché invochi magie, ma perché ci invita a riconnetterci con ciò che abbiamo smarrito: il rapporto autentico con la terra, con l’acqua, con gli animali, con il mistero della vita.

Il pozzo, simbolo centrale dell’opera, non è soltanto una struttura fisica.

È una metafora universale.

Il pozzo custodisce l’acqua e l’acqua è vita.

È origine, rinascita, purificazione.

È il luogo da cui si attinge ciò che è essenziale. In una società che corre incessantemente verso il superfluo, il pozzo ci ricorda la necessità di tornare all’essenziale.

Ed è impossibile, osservando questa installazione immersa nella foresta, non pensare a San Francesco d’Assisi.

Il santo che parlava agli uccelli, che vedeva fratelli nel sole e nella luna, che chiamava il lupo “fratello” e non “bestia”.

Il santo che aveva compreso una verità che oggi appare rivoluzionaria: l’uomo non è padrone della natura, ma parte di essa.

La presenza dei lupi che abitano questi boschi rende ancora più suggestiva questa riflessione.

Il lupo, spesso percepito come simbolo di paura, diventa qui emblema di equilibrio e appartenenza.

Come nel celebre episodio francescano del lupo di Gubbio, ciò che temiamo può diventare ciò che comprendiamo, e ciò che comprendiamo può finalmente essere rispettato.

L’opera di Leperino sembra allora trasformarsi in una moderna lauda francescana, una meditazione contemporanea sul rapporto tra l’essere umano e il creato.

L’arte contemporanea, quando è autentica, non cerca soltanto di stupire.

Cerca di interrogare.

Di scuotere.

Di generare consapevolezza.

Troppo spesso si pensa che l’arte contemporanea sia distante dal pubblico. In realtà, i grandi artisti contemporanei sono coloro che riescono a dare forma alle domande del nostro tempo.

E Christian Leperino appartiene a questa categoria.

La sua ricerca artistica si autoafferma non per imposizione, ma per necessità.

Perché nasce da una visione che trova nella natura il proprio linguaggio e nella coscienza collettiva il proprio interlocutore. In un’epoca dominata dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, “Il Pozzo della Foresta” ci invita a compiere un gesto semplice ma rivoluzionario: fermarci.

Fermarci ad ascoltare il rumore dell’acqua.

Fermarci a osservare gli alberi.

Fermarci a riconoscere che esiste una saggezza antica che continua a vivere nelle foreste, nei sentieri, negli animali e nei silenzi.

Forse è proprio questa la grande forza dell’opera: ricordarci che il paradiso non è sempre altrove a volte si trova nel cuore di una foresta e basta avere il coraggio di scendere fino al pozzo per ritrovare noi stessi.

- SprayNews - Monica Macchioni

IL SACRO CUORE DI GESU': L'ABBRACCIO CHE NESSUNA SOLITUDINE PUO' SPEZZARE

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Esistono ferite che non si vedono, non lasciano cicatrici sulla pelle, non compaiono nelle diagnosi mediche, non trovano posto nelle fotografie che pubblichiamo per mostrare al mondo la parte migliore di noi, eppure sono reali.

Abitano il silenzio delle nostre giornate, si nascondono dietro sorrisi talvolta coraggiosi, talvolta stanchi e accompagnano il cammino di tante persone che continuano a cercare una luce mentre attraversano la notte.

È proprio a queste ferite che il Sacro Cuore di Gesù rivolge il suo sguardo. Uno sguardo che non umilia, non pesa, non interroga con severità, uno sguardo che comprende.

La devozione al Sacro Cuore non appartiene semplicemente alla tradizione della Chiesa; è una sorgente inesauribile di consolazione per ogni uomo e ogni donna che desiderano sentirsi amati nella loro verità più profonda.

Nel Cuore di Cristo scopriamo qualcosa di sorprendente; Dio non è rimasto spettatore della storia umana, ha scelto di entrarvi, ha condiviso le nostre gioie, le nostre attese, le nostre paure, ha conosciuto il tradimento degli amici, l’incomprensione della folla, il dolore dell’abbandono, ha attraversato la sofferenza non per necessità, ma per amore.

Ecco perché il Suo Cuore continua a parlare. Parla al giovane che teme il futuro.

Parla alla madre che veglia accanto al letto di un figlio.

Parla all’anziano che sente il peso degli anni.

Parla a chi porta dentro una delusione che non riesce a raccontare.

Parla persino a coloro che credono di essere ormai troppo lontani per essere raggiunti dalla misericordia.

Il Sacro Cuore non conosce distanze.

Non esistono deserti interiori che la Sua grazia non possa irrigare.

Non esistono oscurità tanto fitte da resistere alla Sua luce.

Non esistono cadute così profonde da impedire alla Sua mano di sollevarci.

Questa è la bellezza del cristianesimo, non l’annuncio di una perfezione irraggiungibile, ma la certezza di un Amore che continua a cercarci anche quando siamo noi stessi a smarrire la strada.

Spesso l’uomo contemporaneo vive circondato da parole, eppure soffre una grande fame di ascolto.

Moltiplichiamo le connessioni, ma fatichiamo a costruire relazioni autentiche. Siamo costantemente raggiungibili e nello stesso tempo, profondamente soli.

Il Sacro Cuore di Gesù viene a colmare proprio questo vuoto.

Ci ricorda che ogni vita possiede un valore infinito, nessuno è un errore,che nessuno è uno scarto, che nessuna esistenza è priva di significato.

Nella società dell’efficienza, dove tutto sembra essere misurato in termini di rendimento e successo, Cristo continua a proclamare la dignità della persona.

Non guarda il curriculum, non valuta il prestigio, non si lascia impressionare dalle apparenze;

Egli contempla il cuore,lì dove si custodiscono le lacrime più sincere. Lì dove nascono i sogni, dove maturano le speranze, si lì dove si combattono le battaglie che nessuno vede; per questo il Sacro Cuore rappresenta una delle immagini più commoventi della fede cristiana.

Quel Cuore circondato di spine racconta un amore che accetta di soffrire pur di non rinunciare ad amare.

Le spine parlano delle ferite inflitte dall’indifferenza umana; la fiamma che arde al di sopra di esse testimonia invece che l’amore di Dio non si lascia spegnere; è una lezione profondamente umana e profondamente divina.

L’odio consuma, l’egoismo impoverisce, l’indifferenza raffredda,l’amore, invece, genera vita.

Sant’Agostino scriveva: “Inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te.”

In queste parole troviamo una verità che attraversa i secoli.

Ogni essere umano porta dentro di sé una nostalgia dell’infinito.

Cerchiamo felicità nelle cose, nelle persone, nei successi, nelle conquiste, eppure il cuore continua a desiderare qualcosa di più grande.

Quel desiderio ha la forma di Dio, ha il volto di Cristo, il calore del Suo Cuore misericordioso.

Quando ci lasciamo raggiungere da questo amore, qualcosa cambia.

Non necessariamente le circostanze esterne.

Non sempre i problemi scompaiono.

Non sempre le prove cessano immediatamente.

Cambia però il modo di attraversarle.

La croce non diventa più leggera perché viene negata, ma perché viene condivisa.

La sofferenza non perde la sua durezza, ma smette di essere solitudine.

La paura non svanisce per magia, ma viene illuminata dalla fiducia e nasce la speranza.

Non una speranza ingenua, non una consolazione superficiale, ma quella virtù potente che permette all’anima di guardare oltre le tempeste e riconoscere che la misericordia di Dio continua ad operare anche quando non riusciamo a scorgerne i segni. Il nostro tempo ha bisogno di questa testimonianza.

Ha bisogno di uomini e donne capaci di custodire la tenerezza.

Ha bisogno di famiglie che sappiano trasformare l’amore in accoglienza.

Ha bisogno di comunità che sappiano curare le ferite invece di amplificarle.

Ha bisogno di cristiani che portino nel mondo il profumo del Vangelo.

Il Sacro Cuore ci educa proprio a questo; a diventare riflesso dell’Amore che abbiamo ricevuto.

Chi si sente amato da Cristo non può restare indifferente davanti al dolore del prossimo.

Chi sperimenta la misericordia impara a perdonare.

Chi viene rialzato trova il coraggio di sostenere chi è caduto.

Chi si scopre accolto impara ad accogliere e allora comprendiamo che il Sacro Cuore non è soltanto una devozione; è una via.

È una scuola di umanità.

È il linguaggio con cui Dio continua a parlare ad un mondo affamato di senso.

In quel Cuore ogni uomo può trovare rifugio.

Ogni lacrima può trovare consolazione.

Ogni smarrimento può ritrovare orientamento.

Ogni notte può attendere l’alba, perché il Cuore di Gesù continua a battere per l’umanità intera, continua ad amare senza misura.

Continua ad attendere senza stancarsi.

Continua a perdonare senza umiliare.

Continua a chiamare senza imporre e continua a ricordare a ciascuno di noi che la misericordia sarà sempre più forte del peccato, la luce più forte delle tenebre e la speranza più forte della paura.

Cor Iesu, thesaurus inexhaustus amoris, ad Te confugimus.

Nel Suo Cuore troviamo pace.

Nel Suo Cuore ritroviamo noi stessi.

Nel Suo Cuore impariamo che l’amore non finisce mai.

- SprayNews - Monica Macchioni

LE DISABILITA' INVISIBILI: ESISTO ANCHE SE NON LO VEDI

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Dare voce e dignità a ciò che l’occhio ignora.

di Manuela Pennisi

​Nella mia professione di psicoterapeuta, noto quotidianamente quanto questa tendenza sia radicata.

Siamo stati educati a leggere la disabilità solo attraverso i simboli universali come una sedia a rotelle, un bastone bianco, un tutore.

Ma cosa succede quando il limite non occupa uno spazio fisico visibile?

Qui cadiamo nella trappola dell'evidenza.

Se l’occhio non vede un segno netto, la mente conclude che il problema non esista.

Questo pregiudizio visivo crea una barriera invisibile tra chi soffre e chi osserva, caricando la persona di un peso ulteriore, e cioè l’obbligo estenuante di doversi giustificare.

​Il vero dramma non è l'invisibilità in sé, ma la negazione.

Accade quando la burocrazia, la società e persino la medicina decidono che una sofferenza sia un’invenzione solo perché non lascia tracce negli esami strumentali standard.

Senza un riscontro visivo, perdi il diritto alla tua fragilità.

Diventi agli occhi del mondo un soggetto difficile, quello pigro, un problema.

Se il dolore non ha un'immagine, il mondo conclude che non c'è.

Questa è una violenza subdola e silenziosa.

Si manifesta in modo emblematico con la Fibromialgia, sindrome tanto devastante quanto drammaticamente orfana di tutele perché ancora non riconosciuta; con l'Ipoacusia, spesso accompagnata dal tormento silenzioso degli acufeni; con l'Endometriosi, dove un dolore ginecologico devastante e sistemico è stato per decenni normalizzato come un semplice "fatto intimo".

In mancanza di segni esterni, la comprensione viene sostituita dal sospetto, trasformando un limite strutturale e fisico in esagerazione, in scarsa tolleranza e colpa caratteriale.

Per abbattere questa cecità collettiva, dobbiamo considerare che il disturbo mentale rappresenta spesso l’apice di questa invisibilità.

È qui che si radica profondamente il problema dello stigma.

Il pregiudizio sociale trasforma la malattia in una macchia che diventa un'ulteriore patologia.

Non solo devi gestire il tuo malessere, ma anche difenderti dal giudizio. Spesso persino chi ti ama, come familiari e amici, finisce per allontanarsi, perché hanno paura di ciò che non possono vedere e non sanno comprendere.

Questa dinamica si riflette ferocemente in ogni forma di sofferenza non esibita, dallo stress cronico da lavoro al burnout.

Il corpo non ha gessi o bende, ma è svuotato.

La violenza si manifesta nel presupposto che la sofferenza sia una mancanza di tempra.

La depressione e l'ansia non usano stampelle, eppure rallentano i pensieri e i movimenti con la stessa pesantezza di un arto paralizzato.

E se sei giovane e sorridi, la tua fatica viene liquidata come un capriccio. Lo stigma isola, silenzia e impedisce la richiesta di aiuto per timore dell'emarginazione.

Dobbiamo capire che il dolore non ha bisogno di un'immagine per essere reale.

Pensiamo al Disturbo Post-Traumatico da Stress - PTSD.

È una ferita invisibile che altera la percepzione dello spazio personale e la soglia di tolleranza agli stimoli.

Un evento banale, come un rumore improvviso o persino un odore particolare, può scatenare una reazione di difesa estrema. In quel momento, la società non vede la ferita aperta che l'ha generata, ma giudica e condanna solo la reazione scomposta.

Ci sono infiniti modi di essere invisibili. Penso alle condizioni organiche, metaboliche e immunitarie, come il Diabete di Tipo 1 o le tiroiditi autoimmuni, prima fra tutte quella di Hashimoto, esempio di come un organo minuscolo possa spegnere la luce a tutto il corpo, senza che all'esterno si veda.

Chi ne soffre vive una stanchezza che non è semplice sonnolenza, ma un'incapacità cellulare di produrre energia, accompagnata da sbalzi d'umore e da quella "nebbia cognitiva" (brain fog) che il mondo scambia per svogliatezza.

È quella stessa, logorante spossatezza cellulare che oggi riscontriamo nella realtà clinica sommersa del Long Covid o nelle aggressioni silenziose del Lupus, condizioni che spengono l'energia vitale di corpi apparentemente sani, esponendo allo scetticismo di medici e datori di lavoro.

Penso alle malattie infiammatorie croniche intestinali come il Morbo di Crohn e la colite ulcerosa, o alle condizioni neurologiche a decorso episodico, come la Sclerosi Multipla e l’Epilessia.

A queste si associano l’isolamento forzato al buio e il dolore violento imposti dalla cefalea a grappolo o dall'emicrania cronica, troppo spesso ridotte a un banale mal di testa da sopportare con più forza di volontà.

È un dolore che divora da dentro, che blocca il lavoro e limita la vita sociale, ma che non ha ferite da fasciare.

Solo un silenzio che urla.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare dove l'occhio si ferma, specialmente nell'ambito delle neurodivergenze (come l'autismo e l'ADHD) e delle disabilità intellettive.

Queste condizioni sono spesso ignorate perché la persona appare integra, magari brillante, mentre sperimenta un sovraccarico sensoriale e cognitivo che l'ambiente circostante etichetta sbrigativamente come "stranezza".

Qui il limite non è fisico, ma risiede in una diversa velocità di elaborazione: le istituzioni non aiutano e la scuola fatica a fornire strumenti fondamentali come le mappe cognitive o metodi di apprendimento alternativi a chi ha solo uno schema cognitivo differente, esattamente come chi necessita di occhiali per vedere bene.

È solo un modo diverso di mettere a fuoco la realtà.

Chi convive con una disabilità invisibile, quindi, si trova a scontare la pena di una doppia malattia: la prima, organica, che aggredisce il corpo e la seconda, psicologica ed emotiva, inflitta dall'incredulità di una società che costringe la persona a un esaurimento emotivo e a una rivendicazione estenuante del proprio vissuto.

Riconoscere questa fatica significa restituire dignità. Il percorso necessario ci impone di passare dal pregiudizio alla validazione.

Dobbiamo smettere di cercare il "segno" e iniziare ad accogliere la narrazione dell'altro. Validare significa considerare che una persona esiste con la sua ferita, anche se io non riesco a vederla.

Nel mio lavoro clinico, dare un nome e una legittimità a ciò che è invisibile è un atto di giustizia necessario per restituire dignità a ogni forma di esistenza fondamentale.

​Se accettiamo che il limite esiste anche quando l’occhio non lo certifica, allora la cura deve farsi spazio attraverso l'ascolto, non attraverso la pretesa di prove.

Dobbiamo abbattere il sospetto e trasformare la diffidenza in comprensione e accoglienza, restituendo a chi soffre il diritto di abitare la propria fragilità senza l'umiliazione di dovere costantemente dimostrare il proprio dolore.

Parallelamente, è fondamentale riprogettare gli spazi del quotidiano con una reale flessibilità, dalla scuola ai luoghi di lavoro.

Non si tratta di concedere privilegi, ma di fornire strumenti e tempi differenti che permettano a chi convive con disabilità invisibili di operare senza subire un esaurimento delle risorse energetiche.

Questo cambiamento deve essere sostenuto da un’infrastruttura della dignità che colmi il vuoto burocratico, legittimando finalmente l'invisibile attraverso garanzie giuridiche certe e riconoscimenti ufficiali per le patologie croniche, rare o funzionali attualmente prive di tutele.

Solo garantendo misure concrete e canali discreti di segnalazione del bisogno, si permetterà a queste persone di muoversi nel mondo senza dover esibire la propria cicatrice per ottenere assistenza.

​Il passo decisivo risiede, infine, in una profonda rieducazione del nostro sguardo.

Dobbiamo smantellare l'idea che soffre solo chi è visibilmente ferito.

Educare la società, le scuole e le famiglie a comprendere che la stanchezza cronica, la nebbia cognitiva, il dolore profondo e i differenti modi di funzionare non sono colpe caratteriali, è l'unico modo per impedire che il giudizio diventi un'altra condanna invalidante.

Solo così trasformeremo la percezione del "difetto" nella consapevolezza collettiva di un'esistenza che, anche se non vedi, merita tutto il nostro ascolto e rispetto.

- SprayNews - Monica Macchioni

L'ALGORITMO NON E' UNA SENTENZA

Tempo di lettura: 3 minuti

Di Letizia Bonelli

Vi è un’inquietudine sottile che attraversa il nostro tempo, non ha il fragore delle rivoluzioni né il volto delle grandi tragedie della storia.

Si manifesta, piuttosto, nel rumore incessante di una comunicazione che corre veloce, spesso troppo veloce per concedere spazio alla riflessione.

Abbiamo costruito strumenti capaci di collegare continenti, culture e persone, eppure, mentre la tecnologia accorcia le distanze geografiche, sembra talvolta allontanarci da ciò che rende autenticamente umani: la prudenza, l’ascolto, il dubbio, la capacità di comprendere prima di giudicare.

Nelle piazze digitali del nostro tempo assistiamo a un fenomeno sempre più frequente, la complessità viene sacrificata alla velocità. L’approfondimento cede il passo all’impressione immediata, la ricerca della verità viene spesso sostituita dalla ricerca del consenso.

Basta un video di pochi secondi, una frase estrapolata dal contesto, una fotografia privata della sua storia, in un istante si forma una corrente di opinione che trascina tutto con sé, commenti, accuse, sospetti e talvolta autentiche campagne di ostilità si diffondono con una rapidità che lascia poco spazio alla ragione.

In questo scenario emerge una figura nuova, quella dell’influencer elevato a interprete assoluto della realtà, del TikToker investito di una sorta di autorità morale fondata non sul sapere, sull’esperienza o sul rigore, ma esclusivamente sulla forza dei numeri; è qui che dovremmo fermarci a riflettere.

I follower non conferiscono saggezza, la popolarità non equivale all’autorevolezza,le visualizzazioni non rappresentano una prova e soprattutto, l’algoritmo non è una sentenza.

Le istituzioni possono essere imperfette, perché imperfetti sono gli esseri umani che le compongono, tuttavia esse esistono per garantire equilibrio, garanzie, verifiche e responsabilità.

Quando il giudizio viene trasferito nelle mani della viralità, quando il clamore pretende di occupare il posto della giustizia, non stiamo assistendo a un progresso della democrazia, ma a una sua pericolosa deformazione.

La civiltà giuridica è nata per sottrarre il destino delle persone agli umori della folla. È nata per affermare che nessuno può essere condannato sulla base delle emozioni collettive, delle antipatie o delle convenienze del momento, eppure oggi sembra riaffacciarsi una moderna forma di gogna, più sofisticata e più pervasiva; non utilizza catene né piazze di pietra.

Utilizza schermi, profili, commenti e condivisioni, cambiano gli strumenti, ma il rischio rimane il medesimo, smarrire il senso della misura e del rispetto. Dietro ogni nome esiste una storia che non conosciamo.

Dietro ogni volto dimorano fragilità che non vediamo.

Dietro ogni profilo vive una persona che porta con sé ferite, speranze, errori e possibilità di riscatto, per questo motivo la libertà di espressione rappresenta una conquista preziosa, ma non può essere confusa con la licenza di diffamare, umiliare o minacciare.

La libertà autentica non consiste nel pronunciare qualunque parola ci attraversi la mente,consiste nel comprendere il valore e il peso di ciò che affidiamo agli altri.

Gli antichi filosofi chiamavano logos quella facoltà che distingue l’essere umano dalla brutalità dell’istinto. Il logos era dialogo, ragione, ricerca del bene comune, era la consapevolezza che il linguaggio non dovesse dividere, ma illuminare.

Oggi, invece, assistiamo troppo spesso a una deriva nella quale il linguaggio viene trasformato in arma, le espressioni diventano pietre, le insinuazioni assumono il volto della verità, il sospetto viene scambiato per certezza,eppure la verità non ama il frastuono.

Come la luce dell’alba, essa non irrompe con violenza, si rivela lentamente a chi possiede la pazienza della ricerca e l’umiltà dell’ascolto.

Forse il vero progresso non consiste nell’aumentare la velocità delle nostre connessioni, ma nel custodire la profondità della nostra coscienza,la vera innovazione è ricordare che nessuna tecnologia sarà mai più grande del rispetto dovuto alla persona; perché una società matura non si riconosce dal numero di contenuti che produce, ma dalla capacità di proteggere ciò che ha di più prezioso: la dignità dell’essere umano.

Ogni epoca consegna al futuro una testimonianza di sé.

Alcune vengono ricordate per le conquiste scientifiche, altre per le opere d’arte, altre ancora per la capacità di elevare la condizione umana, la nostra verrà giudicata anche dal modo in cui avrà saputo custodire la dignità delle persone nell’universo digitale;
ed è per questo che il rispetto non rappresenta una debolezza.

È una forma di civiltà.

È una forma di cultura.

È, soprattutto, una forma di giustizia.

- SprayNews - Monica Macchioni

GENTILEZZA IN TAVOLA, UNA COMUNITA' CHE SI RITROVA PER SOSTENERE OBIETTIVO CASA: SALA PIENA E CUORI CONQUISTATI ALLA CENA SOLIDALE PER CONSENSO

Tempo di lettura: 2 minuti

Di Sonia Giugno

Una sala piena, un clima di calore autentico e una comunità che sceglie di esserci.

La cena solidale organizzata per la Cooperativa Sociale ConSenso al ristorante Sala e Pepe ha trasformato un appuntamento conviviale in un gesto collettivo di responsabilità e vicinanza.

L’accoglienza di Michele Tornatore, che ha aperto le porte del suo locale con generosità e cura, ha contribuito a creare un’atmosfera capace di unire sapori, emozioni e impegno sociale.

Tra i presenti, oltre ad alcuni familiari dei ragazzi seguiti dalla cooperativa, una rappresentanza dei componenti dello staff anche Katia Berretta, referente per la Sicilia de I Bambini delle Fate, realtà che da anni sostiene progetti di inclusione in tutta Italia.

La sua presenza ha dato ulteriore valore a una serata che ha messo al centro le persone, le loro storie e la forza di un territorio che sceglie di costruire futuro.

La cena è stata il primo di una serie di appuntamenti che ConSenso intende promuovere per accompagnare la comunità verso la conclusione di Obiettivo Casa, il progetto che porterà alla nascita del primo residenziale per giovani adulti con autismo nel cuore della Sicilia.

Un luogo pensato per garantire continuità educativa, stabilità emotiva, percorsi di autonomia e una quotidianità costruita su misura, nel rispetto dei tempi e delle potenzialità di ciascuno.

Un progetto che non nasce per sostituire le famiglie, ma per affiancarle, offrendo ai ragazzi un futuro possibile e sereno.

Obiettivo Casa rappresenta molto più di una struttura: è un’idea di comunità che si prende cura, un modello di inclusione che mette al centro la persona e la sua dignità.

È la risposta concreta a un bisogno che le famiglie vivono ogni giorno, soprattutto pensando al “dopo di noi”, e che ConSenso ha scelto di affrontare con professionalità, visione e coraggio.

La serata si è conclusa con la consapevolezza che ogni gesto, anche il più semplice, contribuisce a costruire un percorso più grande.

E che la gentilezza, quando diventa azione condivisa, può davvero trasformare un territorio.

ConSenso continuerà nelle prossime settimane con nuovi appuntamenti, convinta che la partecipazione della comunità sia la chiave per portare a compimento un progetto che appartiene a tutti.

- SprayNews - Monica Macchioni