NON SIAMO IL NOSTRO PEGGIOR GIORNO: IL DIRITTO ALL'OBLIO COME DIRITTO AL FUTURO

Tempo di lettura: 5 minuti

di Letizia Bonelli

C’è qualcosa che Internet non ha ancora imparato a fare, comprendere il tempo, conserva, archivia, indicizza, ripropone.

Una notizia pubblicata dieci o quindici anni fa può riapparire oggi sullo schermo con la stessa immediatezza di una notizia scritta questa mattina.

Per un motore di ricerca, pochi secondi possono separare presente e passato, per un essere umano, invece, in quegli anni può essere cambiato tutto; ed è proprio dentro questa distanza che, a mio avviso, dobbiamo tornare a parlare di diritto all’oblio.

Non soltanto come questione giuridica, ma come questione profondamente umana, perché dietro un link non c’è un fascicolo, c’è una persona.

Una persona che può avere sbagliato, pagato, ricominciato.

Una persona che può essere stata coinvolta in una vicenda giudiziaria poi conclusa diversamente da come era stata raccontata nelle prime ore.

Oppure qualcuno che non ha commesso alcun reato, ma che continua a essere associato a una storia ormai priva della stessa attualità e dello stesso interesse pubblico e allora la domanda diventa inevitabile: per quanto tempo il passato ha il diritto di governare il presente di una persona?

La memoria digitale non è neutrale, abbiamo costruito una società nella quale ricordare è diventato facilissimo e dimenticare difficilissimo.

Un tempo le notizie invecchiavano insieme ai giornali che le contenevano, rimanevano negli archivi, certamente, ma per ritrovarle bisognava cercarle.

Oggi spesso accade il contrario, è il passato a trovare noi, basta digitare un nome e ciò che compare nelle prime righe di una ricerca può diventare, nel giro di pochi secondi, una sorta di identità pubblica.
Un datore di lavoro cerca un candidato.

Una banca verifica un cliente.

Un possibile partner commerciale controlla un nominativo.

Una persona conosciuta da poco vuole semplicemente sapere chi abbiamo davanti.

Il risultato di quella ricerca può precedere qualsiasi spiegazione ed è qui che la reputazione digitale smette di essere una questione astratta.

Può incidere sul lavoro, sulle relazioni, sull’accesso a opportunità economiche e, soprattutto, sulla percezione sociale di una persona.

Il problema non è cancellare la storia. Il problema nasce quando la storia viene privata del tempo. Il diritto all’oblio non è il diritto a riscrivere la verità, su questo occorre essere molto chiari. Difendere il diritto all’oblio non significa chiedere una società senza memoria.

La libertà di stampa, il diritto di cronaca, la conservazione degli archivi e l’interesse pubblico sono pilastri essenziali di una democrazia.

Non tutto può essere cancellato e non tutto deve esserlo.

Esistono fatti che continuano ad avere una rilevanza pubblica anche dopo molti anni. Esistono responsabilità, ruoli e vicende rispetto ai quali la collettività conserva un legittimo interesse alla conoscenza.

Proprio per questo il diritto all’oblio è un diritto complesso. Non vive di automatismi, richiede equilibrio.

Occorre interrogarsi sul tempo trascorso, sull’attualità della notizia, sul ruolo della persona coinvolta, sulla natura dei fatti, sulla loro evoluzione e sull’interesse pubblico che eventualmente permane.

Ma equilibrio significa anche riconoscere un principio che considero fondamentale: la memoria collettiva non può trasformarsi in una condanna perpetua. Una persona non coincide con una pagina web questo è forse il punto che mi sta più a cuore.

Noi siamo molto più complessi di ciò che un algoritmo può restituire digitando il nostro nome.

Siamo quello che abbiamo fatto, certamente, ma siamo anche ciò che abbiamo compreso dopo averlo fatto.

Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, le persone che abbiamo incontrato, il lavoro costruito, gli affetti custoditi, gli errori superati.

Siamo persino ciò che abbiamo avuto il coraggio di non essere più, eppure Internet può congelare una persona in un momento preciso della sua esistenza.

È una fotografia senza il prima e senza il dopo, ed è proprio questo che può renderla profondamente ingiusta, non perché quella fotografia sia necessariamente falsa; ma perché una verità incompleta può diventare, con il trascorrere del tempo, una rappresentazione deformata della persona.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale oggi questa riflessione diventa ancora più urgente, perché non abbiamo più soltanto un motore di ricerca davanti al quale digitare un nome.

L’intelligenza artificiale cambia il problema: non si limita necessariamente a mostrarci un’informazione, può contribuire a costruire un racconto su una persona mettendo insieme informazioni provenienti da fonti, periodi e contesti differenti.

Facciamo un esempio molto semplice, una persona è stata coinvolta molti anni fa in una vicenda giudiziaria.

Sul web rimangono articoli pubblicati nel momento iniziale della vicenda, magari molto visibili, mentre l’assoluzione, l’archiviazione o gli sviluppi successivi hanno ricevuto meno spazio o risultano più difficili da trovare.

Un essere umano che svolge una ricerca accurata può ricostruire la sequenza dei fatti, verificare le date, consultare fonti diverse e comprendere come quella vicenda si sia conclusa.

Un sistema automatizzato, invece, può trovarsi davanti a una memoria digitale sbilanciata: molto materiale sull’accusa, poco sull’esito successivo e qui nasce un problema enorme.

Perché quelle informazioni possono entrare, direttamente o indirettamente, nei processi attraverso i quali oggi valutiamo le persone.

Pensiamo a un’impresa che utilizza strumenti digitali per raccogliere informazioni prima di instaurare un rapporto professionale.

A un intermediario che effettua verifiche reputazionali, a chi deve scegliere un amministratore, un consulente o un partner commerciale, o più semplicemente, a qualcuno che interroga un sistema di intelligenza artificiale chiedendo:

“Chi è questa persona?”

Che cosa accade se la risposta restituisce soprattutto il suo passato e quasi nulla del suo presente?

Il punto non è accusare l’intelligenza artificiale di “giudicare”.

Una macchina non possiede coscienza morale e non conosce una persona nel significato umano del termine.

Il problema è un altro: la qualità dell’immagine che può essere costruita dipende anche dalla qualità, dall’attualità e dal contesto delle informazioni disponibili.

Un dato può essere vero e contemporaneamente essere vecchio.

Una notizia può essere autentica e tuttavia non raccontare come una vicenda si è conclusa.

Un fatto può essere correttamente documentato e, isolato da tutto ciò che è avvenuto dopo, diventare una rappresentazione profondamente incompleta.

Ed è proprio qui che il diritto all’oblio incontra una delle sfide più delicate dell’intelligenza artificiale.

Fino a ieri ci preoccupavamo soprattutto di ciò che compariva nella prima pagina di un motore di ricerca.

Domani e in parte già oggi dovremo preoccuparci anche di ciò che una macchina può ricostruire, collegare e raccontare partendo dalle tracce che abbiamo lasciato in rete.

Per questo non basterà discutere di cancellazione o deindicizzazione.

Dovremo parlare sempre di più di aggiornamento delle informazioni, contestualizzazione, correttezza dei dati, possibilità di rettifica e responsabilità nell’utilizzo dei sistemi automatizzati.

Perché c’è una differenza fondamentale tra conservare un fatto e trasformare quel fatto nell’identità permanente di una persona, ed è una differenza che nessun algoritmo dovrebbe farci dimenticare.

Il diritto al tempo per questo preferisco pensare al diritto all’oblio non come al diritto di cancellare il passato, ma come al diritto di restituire al passato la sua giusta distanza, è una differenza enorme.
La storia deve poter essere conservata, la cronaca deve poter raccontare.

La società deve poter ricordare, ma anche l’essere umano deve poter cambiare.

Non possiamo costruire tecnologie straordinariamente evolute e contemporaneamente, adottare un’idea primitiva dell’identità secondo cui una persona sarebbe per sempre ciò che è stata in un determinato momento.

Il tempo non assolve automaticamente, ma il tempo conta.

Conta nel diritto.

Conta nella società.

Conta nella vita e dovrebbe contare anche nel modo in cui costruiamo la memoria digitale.

Il futuro non può essere un privilegio mi occupo di reputazione e diritto all’oblio e dietro molte richieste, incontro quasi sempre la stessa paura.

Non è soltanto: “Voglio che quella notizia scompaia.”

Molto più spesso la domanda vera è: “Avrò ancora la possibilità di essere visto per quello che sono oggi?”

Ed è una domanda che dovrebbe riguardare tutti noi.

Perché nessuno attraversa la vita senza cambiare.

La civiltà giuridica non si misura soltanto dalla capacità di conservare la memoria.

Si misura anche dalla capacità di distinguere la memoria dalla persecuzione, l’informazione dall’esposizione permanente, l’interesse pubblico dalla curiosità infinita.

Il diritto all’oblio non dovrebbe diventare uno strumento per nascondere ciò che è ancora necessario conoscere.

Ma neppure la tecnologia dovrebbe diventare lo strumento attraverso il quale una persona viene privata per sempre della possibilità di evolvere.

Perché esiste una dignità che viene prima dell’algoritmo.

Ed esiste un principio che dovremo avere il coraggio di difendere sempre di più nell’era dell’intelligenza artificiale: nessun essere umano dovrebbe essere condannato a coincidere, per tutta la vita, con il risultato di una ricerca. Il passato appartiene alla nostra storia, ma il futuro deve continuare ad appartenerci.

- SprayNews - Monica Macchioni

MOSTRA PERSONALE GIUSEPPE SANTALENA “LE ARCHITETTURE MAGICHE DEL COLORE” MOSTRA A CURA DI MIGENA HAJDARI

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C’è un magnetismo segreto nel modo in cui la materia si piega al desiderio dell’intelletto. Il 7 ottobre 2026 alla BluArt Gallery di Padova, Via del Santo 119, l’universo plastico di Giuseppe Santalena si svela nella mostra personale “Le architetture magiche del colore”, un’esperienza multisensoriale che ridefinisce il confine tra lo spazio progettato e l’illusione poetica.

Le opere dell'artista, architetto del segno e della visione, non si limitano ad occupare le pareti della galleria, ma ne ridisegnano l'aria, respirando all'interno di un corpo sonoro curato dal vivo dal gruppo Mattatorio5, le cui sonorità si muovono tra il trip-hop e l'industrial.

Le creazioni di Santalena nascono da un paradosso fecondo, ovvero l'utilizzo della termoformatura ad aspirazione pneumatica. Una tecnica squisitamente industriale in cui un polimero sintetico, scaldato fino a diventare malleabile, viene risucchiato dal vuoto atmosferico e costretto ad aderire a una matrice microforata. Sulle superfici termoformate, opache e profonde, l'artista interviene nuovamente con la mano, inserendo elementi in plexiglass dalle tonalità sature, lucide e riflettenti. È qui che la materia industriale incontra la poesia del gesto.

“La superficie opaca modella i volumi come piante di una città ideale, mentre gli innesti lucidi catturano la luce, emergendo dalla profondità.” dichiara la gallerista e curatrice Migena Hajdari “La struttura cessa così di essere una superficie inerte per trasformarsi nella mappa tridimensionale di un quartiere immaginario.”

- SprayNews - Monica Macchioni

OBLIO, IL TEMPO DELLA DIGNITA'

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di Letizia Bonelli

Mi occupo di diritto all’oblio da anni e con il tempo, ho compreso che dietro questa espressione apparentemente tecnica esiste qualcosa di immensamente umano, esistono le persone.

Esistono le loro storie, gli errori, le cadute, le ingiustizie subite, le vicende giudiziarie concluse, le assoluzioni, le archiviazioni, ma soprattutto esiste tutto quello che viene dopo, ed è proprio quel “dopo” che Internet, troppo spesso, non riesce a vedere.

La rete possiede una memoria straordinaria, ma non conosce il significato del tempo come lo conosciamo noi.

Conserva una notizia di molti anni fa accanto a quella pubblicata questa mattina.

Le rende entrambe raggiungibili in pochi secondi e può restituire il passato di una persona come se fosse ancora il suo presente.

L’essere umano, invece, vive nel tempo, cambia, cresce, comprende.

A volte sbaglia e paga per i propri errori, altre volte viene coinvolto in vicende dalle quali esce senza responsabilità.

Ricostruisce la propria vita, crea una famiglia, trova un nuovo lavoro, recupera credibilità, costruisce relazioni, attraversa dolore e fatica e diventa una persona diversa.

La vita va avanti, internet, qualche volta, rimane indietro; è in questa distanza che io colloco il senso più autentico del diritto all’oblio.

Non considero il diritto all’oblio uno strumento per cancellare la storia e non credo che debba diventarlo.

La memoria collettiva, la libertà di stampa, il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini a essere informati sono conquiste fondamentali e devono essere tutelati, ma anche la dignità lo è.

Ed esiste un momento nel quale continuare a riproporre un fatto ormai lontano, privo di un interesse pubblico attuale, può non significare più informare.

Può significare continuare a definire una persona attraverso un frammento della sua esistenza.

Un essere umano, però, non è un frammento.

Non è un titolo di giornale.

Non è una pagina indicizzata.

Non è il primo risultato che compare digitando nome e cognome.

Questa è forse la parte più importante del mio lavoro e anche quella che più difficilmente può essere spiegata attraverso una norma.

Dietro uno schermo arrivano vite vere.

Persone che hanno ricominciato e che scoprono che il loro passato continua ad arrivare prima di loro. Prima di un colloquio di lavoro.

Prima di un incontro professionale. Prima di una nuova relazione. Prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di conoscerle.

In quei momenti comprendo quanto la reputazione digitale non appartenga più soltanto al mondo virtuale.

Può entrare nella vita reale e modificarla.

Per questo il diritto all’oblio richiede equilibrio, responsabilità e grande attenzione.

Non tutto può essere cancellato e non tutto deve esserlo. Ogni situazione ha la propria storia e deve essere valutata nel rispetto della legge, dell’interesse pubblico e della libertà di informazione.

Ma credo altrettanto profondamente che il tempo debba avere un valore anche nel mondo digitale.

Perché il tempo non serve soltanto a far diventare vecchie le notizie.

Serve agli esseri umani per diventare nuovi.

Oggi questa riflessione diventa ancora più importante con l’intelligenza artificiale. Stiamo costruendo tecnologie capaci non soltanto di conservare informazioni, ma di collegarle, interpretarle e utilizzarle per restituire una rappresentazione di noi.

È una possibilità straordinaria, ma porta con sé una responsabilità altrettanto grande.

Il futuro digitale che immagino non è un futuro senza memoria.

È un futuro con una memoria più giusta.

Una memoria capace di conservare la storia senza trasformarla in una condanna.

Capace di distinguere ciò che continua ad avere valore per la collettività da ciò che appartiene ormai alla storia personale di qualcuno.

Capace, soprattutto, di riconoscere che l’identità umana non è immobile.

Io credo nelle seconde possibilità.

Credo nella capacità delle persone di cambiare, di rialzarsi, di ricostruire.

Credo che una società evoluta non si misuri soltanto dalla quantità di informazioni che riesce a conservare, ma anche dalla capacità di utilizzarle senza togliere agli esseri umani la possibilità di avere un futuro.

È questo, per me, il significato più profondo del diritto all’oblio.

Non cancellare una vita.

Non negare ciò che è accaduto.

Non riscrivere la storia, ma restituire al tempo il suo valore e alla persona la sua interezza; perché noi siamo anche ciò che abbiamo vissuto, certamente.

Ma siamo soprattutto ciò che abbiamo scelto di diventare dopo e nessuna tecnologia dovrebbe privare un essere umano della possibilità di scrivere la parte migliore della propria storia.

- SprayNews - Monica Macchioni

LA PAZIENZA

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Di Antonino Salsone

“Signore, insegnami l’arte della pazienza quando sto bene e aiutami a saperla esercitare quando sto male” (Thomas Fuller, 1608-1661).

La pazienza, come molti sanno, è una virtù morale e spirituale che consiste nella capacità di tollerare situazioni sfavorevoli e di gestire le situazioni più disparate con lucidità, senza perdere la calma, adottando un atteggiamento costruttivo e rimandando al momento propizio la reazione all’avversità.

È difficilissimo riuscire ad acquisirla ed è ancora più difficile saperla esercitare, anche perchè spesso il suo esercizio protratto e pervicace viene scambiato per inerzia o sottomissione.

L’uomo paziente è invece un uomo saggio che sa soffrire e sa aspettare che l’avversità passi e che giunga il proprio momento.

- SprayNews - Monica Macchioni

8 SETTEMBRE NATIVITA' DI MARIA: QUANDO DIO COMINCIA DALLE PICCOLE COSE

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di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono nascite che fanno rumore e altre che cambiano la storia nel silenzio. La nascita di Maria appartiene a queste ultime. L’8 settembre la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria.

Non celebriamo ancora l’Annunciazione, non siamo a Betlemme, non vediamo una mangiatoia e non ascoltiamo il pianto del Bambino Gesù.

Celebriamo qualcosa che viene prima: la nascita di una bambina; una bambina come tante, agli occhi del mondo, eppure, dentro quella vita appena iniziata, Dio stava già preparando una strada.

Questo mi commuove profondamente, perché ci ricorda che Dio non comincia quasi mai dalle cose grandi, ma da ciò che noi rischiamo di non vedere.

Da una nascita.

Da una casa.

Da una famiglia.

Da una giovane donna, da un “sì” che verrà pronunciato molti anni dopo.

Noi siamo abituati a giudicare la vita dai risultati.

Vogliamo sapere subito chi diventerà un bambino, quale successo avrà un giovane, quanto produrrà un adulto, quale posto occuperà nella società.

Persino le persone, talvolta, finiscono per essere misurate come fossero numeri: curriculum, followers, prestazioni, visibilità, consenso.

Dio, invece, guarda una culla e davanti a quella culla non domanda: “Quanto varrà questa vita?”.

Dice semplicemente: “Questa vita è preziosa”.

Forse è proprio questo il primo grande messaggio dell’8 settembre: la dignità viene prima dell’utilità.

Maria non è grande perché il mondo l’ha resa importante, è grande perché ha lasciato che Dio abitasse la sua umanità ed è proprio la sua umanità che non dobbiamo perdere.

Abbiamo ricoperto Maria di corone, ori, manti meravigliosi, innalzato santuari e composto preghiere straordinarie.

Tutto questo esprime l’amore del popolo cristiano, ma sotto ogni corona rimane la donna di Nazaret.

Una donna che ha conosciuto l’attesa, la fatica, l’incertezza.

Una madre che ha stretto suo Figlio tra le braccia e un giorno lo ha visto morire.

Una donna che non ha ricevuto spiegazioni per tutto, ma ha continuato a custodire e forse il verbo più bello per comprendere Maria è proprio questo: custodire.

Oggi custodiamo poco, consumiamo immagini, parole, relazioni, corriamo, scorriamo continuamente uno schermo.

Abbiamo migliaia di contatti e qualche volta nessuno con cui condividere veramente una paura.

Sappiamo immediatamente cosa accade dall’altra parte del mondo e rischiamo di non accorgerci del silenzio di chi vive nella stanza accanto.

Maria ci insegna un’altra velocità, quella del cuore, non risponde a tutto immediatamente, non pretende di comprendere tutto.

Ascolta, medita, conserva, è una lezione potentissima anche per i nostri giovani, ai quali stiamo consegnando una società che pretende risposte istantanee e identità perfette.

Ai ragazzi vorrei dire: non abbiate paura di non sapere ancora chi diventerete, anche Maria è stata prima una bambina.

Prima del grande “Eccomi” c’è stata una vita quotidiana, fatta certamente di gesti semplici, affetti, educazione, domande, crescita.

Nessuna vita nasce già compiuta, ogni esistenza ha bisogno di tempo e noi adulti abbiamo il dovere di restituire ai giovani proprio questo: il diritto al tempo.

Il diritto di crescere, di sbagliare, di ricominciare, di cercare la propria strada senza essere marchiati per sempre da un errore.

Maria è anche questo, la testimonianza che Dio vede nelle persone non soltanto ciò che sono oggi, ma ciò che possono diventare attraverso l’amore.

E allora penso alle nostre famiglie, a quelle serene e a quelle ferite.

A chi questa festa la vive accanto ai propri figli e a chi porta dentro il dolore di una mancanza. Penso alle madri che aspettano una telefonata, ai padri che non sanno più come parlare con un figlio, ai nonni che continuano silenziosamente a tenere insieme generazioni diverse.

Penso anche a chi avrebbe voluto essere madre e non ha potuto esserlo.

Maria non appartiene soltanto alle immagini perfette della maternità.

Maria sa stare anche accanto alle maternità ferite, alle attese deluse, alle case dove una sedia vuota pesa più di mille parole, per questo la sua nascita è una festa profondamente umana.

Ci dice che ogni nascita porta con sé una possibilità che ancora non conosciamo.

Sant’Agostino scriveva: “Noverim me, noverim Te”: che io conosca me, che io conosca Te. Forse anche Maria ci conduce qui, alla scoperta che conoscere davvero noi stessi significa smettere di considerarci autosufficienti.

L’uomo contemporaneo possiede strumenti straordinari, l’intelligenza artificiale elabora parole, immagini, previsioni; la scienza entra sempre più profondamente nei misteri della materia e della vita.

È un progresso che non dobbiamo temere, ma nessuna macchina potrà assumersi al posto nostro la responsabilità di amare.

Può elaborare la parola “madre”, non può essere madre,
può descrivere una carezza,
non può provarne il bisogno.
Può riconoscere un volto,
non può attendere per anni il ritorno di un figlio.

La grandezza dell’essere umano rimane qui, nella capacità di donarsi; ed è esattamente ciò che Maria farà della propria esistenza.

Il suo “Eccomi” non sarà una parola di sottomissione passiva, ma un atto di libertà enorme.

Maria sceglie di fidarsi e la fede cristiana, quando è autentica, non annulla la libertà: la porta alla sua responsabilità più alta.

Per questo l’8 settembre vorrei che nelle nostre comunità non celebrassimo soltanto il compleanno della Madonna.

Vorrei che celebrassimo il valore di ogni vita che comincia.

Il bambino desiderato e quello arrivato quando nessuno se lo aspettava. Il bambino sano e quello fragile,
il giovane pieno di progetti e quello che non riesce più a immaginare il proprio futuro.

L’anziano che qualcuno considera ormai inutile.

La persona con disabilità che troppo spesso la società guarda ancora attraverso ciò che “non può fare”, dimenticando ciò che è, davanti a Dio nessuna vita è uno scarto, Maria nasce piccola, è forse questa l’immagine che vorrei lasciare nel cuore di chi leggerà queste parole.

Prima della Regina del Cielo c’è stata una bambina.

Prima del Magnificat c’è stato il suo primo respiro.

Prima del “piena di grazia” ci sono state due braccia che l’hanno accolta.

Dio ha avuto pazienza, ha aspettato che Maria crescesse; forse dovremmo imparare anche noi ad avere più pazienza gli uni con gli altri.

Non chiedere alle persone di essere immediatamente ciò che vorremmo. Non condannarle al loro passato.

Non ridurle ai loro errori. Non pensare che una caduta abbia pronunciato l’ultima parola sulla loro esistenza.

Dio vede germogli dove noi vediamo soltanto terra.

Maria, bambina dell’8 settembre, ci insegni allora a ricominciare dalle piccole cose, da una porta aperta, da una telefonata rimandata troppo a lungo, da un perdono, da una tavola dove tornare a sedersi insieme, da un figlio da ascoltare senza giudicare, da un anziano da andare a trovare, da una persona sola alla quale chiedere semplicemente: “Come stai?”.

Il cristianesimo diventa credibile quando il Vangelo prende carne in questi gesti.

Maria non ha avuto bisogno di fare rumore per cambiare la storia, è nata, è cresciuta, ha amato, ha creduto e quando Dio ha bussato alla porta della sua libertà, ha risposto: “Eccomi”.

In questo 8 settembre chiediamole una grazia semplice e immensa: insegnarci nuovamente a riconoscere Dio quando arriva senza fare rumore, perché spesso le cose più grandi della vita cominciano così: piccole,fragili,quasi invisibili, come una bambina appena nata,buon compleanno, Maria e insegnaci ancora a custodire la vita.

- SprayNews - Monica Macchioni

SANTA MONICA E SANT’AGOSTINO: QUANDO AMARE SIGNIFICA NON SMETTERE DI ASPETTARE

Tempo di lettura: 4 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono figli che crescono accanto a noi e figli che, per diventare adulti, sembrano avere bisogno di allontanarsi da tutto ciò che abbiamo insegnato loro.

Ci sono ragazzi che cercano la propria strada percorrendone cento sbagliate, che contestano, provocano, si chiudono, cadono.

E ci sono madri e padri che, davanti a quella porta chiusa, continuano silenziosamente ad amare.

La storia di Santa Monica e Sant’Agostino appartiene al IV secolo, eppure possiede qualcosa di terribilmente contemporaneo.

Agostino è giovane, intelligente, inquieto, ba fame di vita, di conoscenza, di piacere, di verità; cerca molto e proprio perché cerca molto spesso cerca nei luoghi sbagliati.

Non è il ragazzo perfetto che talvolta costruiamo nelle agiografie,è un uomo che attraversa contraddizioni, passioni, ambizioni, errori.

Vuole capire il mondo prima ancora di capire se stesso.

Monica, sua madre, assiste a tutto questo e compie forse il gesto più difficile per chi ama davvero: non smette di credere in suo figlio quando suo figlio sembra aver smesso di credere perfino nella possibilità di diventare altro.

Non lo salva con la forza, non può.

Non lo converte con un ordine, non potrebbe.

Non gli sottrae la libertà per evitargli di sbagliare.

Lo accompagna con quella forma altissima dell’amore che è la presenza, prega, soffre, attende e soprattutto resta.

Quanto abbiamo bisogno, oggi, di riscoprire il verbo restare.

Viviamo in un tempo velocissimo; cambiamo immagini, relazioni, opinioni, amicizie. Basta un gesto sullo schermo per cancellare qualcuno dalla nostra vista, ma un essere umano non è un profilo da bloccare quando diventa complicato. Un ragazzo non è il suo errore.

Un adolescente non coincide con la sua ribellione.

Una caduta non è una sentenza. Lo imparo continuamente nell’oratorio, stando in mezzo ai giovani.

Chi entra in un oratorio vede palloni, voci, corse, confusione, risate. Io, invece, sempre più spesso penso di vedere domande che camminano.

Dietro un ragazzo apparentemente distratto può esserci una solitudine che nessuno ha ancora riconosciuto.

Dietro l’arroganza può nascondersi la paura di non essere abbastanza.

Dietro una provocazione può esserci una richiesta disperata: qualcuno si accorge di me? Ed è qui che Monica diventa straordinariamente moderna.

Lei ci insegna che educare non significa fabbricare figli a nostra immagine.

Significa custodire una libertà anche quando quella libertà ci fa paura.

Agostino deve attraversare la propria notte.

Monica non può attraversarla al posto suo, questa è una verità che ogni genitore, ogni sacerdote, ogni educatore prima o poi deve accettare: possiamo indicare una strada, ma non possiamo camminarla al posto di un altro.

Possiamo però lasciare una luce accesa.

L’oratorio, per me, dovrebbe essere proprio questo: una luce accesa.

Non una fabbrica di ragazzi perfetti.

Non un luogo nel quale si entra soltanto se si possiede già la fede.

Non uno spazio riservato ai “bravi”.

Al contrario: deve esserci posto anche per chi dubita, per chi contesta, per chi non sa pregare, per chi arriva soltanto per giocare a pallone e magari, senza saperlo, sta cercando qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Cristo non ha mai avuto paura dell’inquietudine dell’uomo, perché dovremmo averne noi

Agostino, del resto, arriva a Dio attraversando le proprie domande.

La sua conversione non cancella l’uomo inquieto che è stato: gli permette finalmente di comprenderlo.

Quella sete che lo aveva portato lontano diventa sete dell’Assoluto e qui la sua vicenda incontra profondamente i nostri giovani.

Abbiamo forse commesso l’errore di giudicarli troppo e ascoltarli troppo poco.

Diciamo che sono distratti, dipendenti dai telefoni, fragili, incapaci di sacrificio.

Qualche volta è vero, ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui.

Questa generazione porta addosso anche le contraddizioni che noi adulti le abbiamo consegnato.

Abbiamo costruito una società nella quale bisogna apparire felici mentre molti sono terribilmente soli.

Abbiamo moltiplicato le connessioni e impoverito, talvolta, la relazione.

Abbiamo insegnato a competere prima ancora che a comprendere.

Abbiamo dato ai ragazzi strumenti potentissimi senza sempre offrire loro una ragione per usarli e poi ci stupiamo della loro inquietudine.

Forse dovremmo imparare da Monica, Lei non domanda ad Agostino di essere immediatamente diverso.

Continua a vedere in lui qualcosa che il presente ancora non mostra, è questa, in fondo, la pedagogia di Dio.

Dio guarda l’uomo non soltanto per ciò che è, ma anche per ciò che può diventare,
per questo credo che ogni ragazzo incontrato nei nostri oratori debba trovare almeno un adulto capace di guardarlo così.

Non qualcuno pronto a catalogarlo, ma qualcuno disposto a scommettere sul bene che ancora non si vede.

Educare significa avere memoria del futuro di un altro.

È sapere che dentro una vita confusa può esistere una grande vocazione; che dietro un adolescente difficile può maturare un uomo straordinario; che una domanda apparentemente insolente può essere l’inizio di una ricerca autentica.

Se Monica avesse guardato soltanto il presente di Agostino, avrebbe avuto molte ragioni per disperare.

Lei invece guarda oltre e Agostino diventerà uno dei più grandi pensatori della storia cristiana, l’uomo che comprenderà come pochi la profondità del desiderio umano.

Non perché non abbia conosciuto lo smarrimento, ma forse proprio perché lo ha conosciuto.

C’è una lezione immensa in tutto questo, non sempre chi si perde è perduto, a volte sta cercando, e noi adulti dobbiamo imparare la differenza.

Quando guardo i ragazzi dell’oratorio penso spesso che il nostro compito non sia riempire le loro teste di risposte, ma creare luoghi nei quali non abbiano paura di pronunciare le domande.

Una Chiesa che sa ascoltare i giovani non deve temere le loro inquietudini.

Deve temere piuttosto la propria incapacità di accoglierle.

Monica e Agostino ci consegnano allora due responsabilità.

Ai giovani Agostino dice: non abbiate paura di cercare, ma abbiate il coraggio di chiedervi se ciò che state inseguendo vi rende davvero liberi.

A noi adulti Monica dice qualcosa di ancora più difficile: non stancatevi troppo presto dei vostri ragazzi;
quando sbagliano, restate,
quando si chiudono, restate.

Quando sembrano lontanissimi da ciò che avete sperato per loro, continuate ad amarli senza trasformare l’amore in possesso.

Perché nessuno conosce il momento segreto nel quale una parola ascoltata anni prima tornerà improvvisamente a bussare al cuore.

Forse è questo il miracolo più bello dell’educazione cristiana: seminare senza pretendere di assistere immediatamente al raccolto.

Santa Monica morì dopo aver visto ciò per cui aveva pregato tanto a lungo.

Ma la grandezza della sua vita non sta semplicemente nell’avere ottenuto la conversione del figlio.

Sta nell’averlo amato durante il tempo dell’attesa, è lì che Monica parla alle madri di oggi, ai padri, agli educatori, ai sacerdoti, a chiunque abbia davanti un giovane che sembra essersi smarrito.

Non chiedetegli soltanto: dove stai andando?

Ogni tanto abbiate il coraggio di dirgli:
“Qualunque strada tu stia attraversando, qui troverai ancora qualcuno che crede nel bene che porti dentro.”

Questo vorrei fosse ogni nostro oratorio, una porta aperta, una casa nella quale tornare.

Una comunità che non domanda anzitutto quanto sei stato bravo, ma quanto bisogno hai di essere ascoltato.

Perché forse, da qualche parte, esiste ancora un Agostino inquieto che cerca senza sapere esattamente cosa e forse esiste una Monica che continua a pregare per lui nel silenzio.

Tra quei due cuori c’è lo spazio della Grazia, ed è proprio lì che noi siamo chiamati a stare.

Don Enzo Bugea Nobile

- SprayNews - Monica Macchioni

IL CORAGGIO DI ESSERE SOTTO L'OMBRELLONE

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Ci siamo abituati a mostrare la vita, forse è arrivato il momento di tornare a viverla.

di Letizia Bonelli

C’è un momento, sotto l’ombrellone, in cui il mare smette di essere semplicemente mare.

Succede quando abbassiamo finalmente il telefono, quando le conversazioni intorno diventano un rumore lontano e davanti a noi rimane soltanto quella linea sottile in cui l’acqua sembra incontrare il cielo.

È allora che comincia la mia filosofia dell’anima.

Non servono grandi trattati.

Non servono cattedre.

Non servono parole difficili, a volte basta osservare il mare per comprendere una verità che durante l’anno facciamo di tutto per evitare: possiamo fuggire da molti luoghi, ma non possiamo andare in vacanza da noi stessi; ed è forse questa la grande contraddizione dell’estate contemporanea.

Partiamo per riposare, ma portiamo con noi tutto ciò da cui avremmo bisogno di riposare.Il telefono, le notifiche, le fotografie.

Il bisogno di raccontare dove siamo, cosa mangiamo, con chi siamo.

La necessità quasi compulsiva di dimostrare agli altri che stiamo bene.

Abbiamo trasformato perfino la felicità in qualcosa che deve essere documentatoUna volta conservavamo i ricordi, oggi, troppo spesso, li produciamo pensando già a chi dovrà guardarli e mentre cerchiamo l’inquadratura perfetta del tramonto, rischiamo di perderci il tramonto.

Non è nostalgia del passato e non è una guerra contro la tecnologia; sarebbe una posizione troppo facile e anche poco intelligente.

La tecnologia è una straordinaria conquista dell’uomo e l’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il nostro modo di lavorare, conoscere e comunicare.

Il problema comincia quando gli strumenti che abbiamo creato per servirci iniziano a decidere il ritmo delle nostre giornate.

Quando sappiamo essere raggiungibili da chiunque, ma diventiamo irraggiungibili a noi stessi.

Quando conosciamo ciò che accade dall’altra parte del mondo e non ci accorgiamo del silenzio della persona seduta accanto a noi.

Quando abbiamo migliaia di contatti e sempre meno persone alle quali telefonare alle tre del mattino dicendo semplicemente: “Ho bisogno di te”.

Questa estate, allora, provo a farmi una domanda diversa.

Che cosa resta di noi quando nessuno ci guarda?

È una domanda scomoda, perché viviamo nella società dell’esposizione,il successo deve essere mostrato, il dolore possibilmente nascosto, la fragilità corretta, il corpo filtrato, l’età combattuta, la solitudine mascherata.

Dobbiamo sembrare sempre felici, efficienti, desiderabili, occupati, ma l’anima non conosce filtri.

L’anima sa perfettamente quando siamo stanchi.

Sa quali assenze continuiamo a chiamare distrazioni. Sa quali ferite abbiamo coperto con il lavoro.

Sa quante volte abbiamo detto “sto bene” soltanto perché spiegare il contrario sarebbe stato troppo complicato e forse proprio sotto un ombrellone, mentre intorno qualcuno ride, qualcuno legge, qualcuno dorme e qualcuno continua a scorrere uno schermo, possiamo concederci il lusso più rivoluzionario del nostro tempo:
non fare niente, non produrre,
non pubblicare, non rispondere,
non dimostrare,semplicemente essere.

Abbiamo confuso per troppo tempo il valore con la prestazione, se non produciamo ci sentiamo inutili.

Se ci fermiamo ci sentiamo in colpa.

Se non rispondiamo immediatamente temiamo di perdere qualcosa e invece alcune delle cose più importanti della vita accadono proprio quando apparentemente non sta accadendo nulla.

Un pensiero che finalmente trova spazio.

Una paura che riusciamo a chiamare per nome.

Un figlio che comincia a raccontarci qualcosa perché, per una volta, non stiamo guardando altrove.

Due anziani che camminano lentamente sulla battigia tenendosi per mano e ci ricordano, senza saperlo, che forse il vero successo nella vita non è arrivare primi, ma avere ancora qualcuno accanto quando il passo diventa più lento.

Queste sono le immagini che mi interessano, non quelle perfette, quelle vere.

Perché siamo entrati in un’epoca capace di costruire macchine sempre più intelligenti, ma la grande sfida del futuro sarà conservare esseri umani capaci di sentire.

Capaci di compassione.

Capaci di indignarsi.

Capaci di aspettare.

Capaci di perdonare.

Capaci perfino di annoiarsi.

Sì, annoiarsi perché dall’infanzia abbiamo quasi cancellato persino la noia.

Ogni vuoto deve essere riempito da uno schermo.

Ogni attesa anestetizzata.

Ogni silenzio occupato, eppure proprio dalla noia sono nate fantasie, domande, giochi, libri, amori, invenzioni.

Forse dovremmo restituire ai nostri figli anche il diritto di guardare il mare senza sapere immediatamente cosa fare.

Lasciarli costruire un castello destinato a essere distrutto dall’acqua.

È una piccola lezione filosofica: impegnarsi profondamente in qualcosa pur sapendo che non durerà per sempre.

In fondo è quello che facciamo tutti, costruiamo, amiamo, perdiamo, ricominciamo.

La vita non ci promette permanenza, ci offre presenza, ed è una differenza enorme.

Il mare questo lo insegna da millenni: arriva un’onda, cancella ciò che sembrava definitivo e subito dopo la spiaggia torna disponibile per una nuova storia, forse crescere significa proprio questo.

Non diventare invulnerabili, ma imparare a ricominciare senza trasformare le ferite in muri.

Per questo la mia filosofia dell’anima sotto l’ombrellone non contiene formule per essere felici; diffido profondamente delle ricette della felicità.

La felicità non è un protocollo, è fatta di frammenti, una risata improvvisa.

Una mano cercata senza pensarci. Un pranzo troppo lungo.

Una telefonata inattesa.

Il profumo della crema solare che un giorno, tra vent’anni, ci riporterà inspiegabilmente a questa estate e allora forse la domanda non è quanto dureranno le vacanze.

La domanda è quanto di noi riusciremo a riportare a casa, perché settembre arriverà.

Torneranno gli appuntamenti, il traffico, le responsabilità, le password, le scadenze e quella velocità assurda con cui abbiamo organizzato il mondo, ma sarebbe bello tornare diversi, non abbronzati, più presenti.

Con qualche certezza in meno e qualche domanda in più.

Con meno bisogno di essere approvati e maggiore coraggio di essere autentici.

Con la consapevolezza che non tutto ciò che conta può essere fotografato, misurato, archiviato o trasformato in un dato.

Esistono ancora territori dell’essere umano che nessun algoritmo può abitare al nostro posto.

Il dolore di una perdita.

La vertigine di un amore.

La paura davanti a una scelta.

La tenerezza di una madre.

La dignità di chi cade e decide di rialzarsi.

Il bisogno profondissimo di essere guardati da qualcuno non per ciò che rappresentiamo, ma semplicemente perché esistiamo.

Quella è la parte di umanità che dobbiamo difendere, non dalle macchine.

Da noi stessi, quando cominciamo a comportarci come macchine.

Così oggi resto qualche minuto a guardare il mare.

Il telefono può aspettare.

Il mondo continuerà perfettamente anche senza di me.

E questa, paradossalmente, è una sensazione bellissima; perché quando smettiamo per un momento di voler essere indispensabili al mondo, possiamo finalmente tornare indispensabili alla nostra vita.

Il mare continua ad andare e venire, non chiede attenzione, non cerca consenso, non conta quanti lo stanno guardando, esiste e forse, dopo aver trascorso tanto tempo a imparare come apparire, questa estate potremmo provare a imparare qualcosa dal mare: avere il coraggio, semplicemente, di essere.

Letizia Bonelli

- SprayNews - Monica Macchioni

CI SONO PORTE CHE SI APRONO SOLTANTO QUANDO IMPARIAMO A DIVENTARE PICCOLI

Tempo di lettura: 3 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono porte che nella vita non si aprono con la forza; non servono titoli, denaro, prestigio o conoscenze.

Davanti a certe porte, tutto ciò che il mondo considera importante perde valore.

Sono le porte dell’anima, per attraversarle occorre imparare ciò che il nostro tempo sembra avere dimenticato: diventare piccoli senza essere insignificanti, umili senza perdere dignità, fragili senza vergognarsi della propria fragilità.

Il Vangelo parla spesso attraverso immagini semplici e radicali, una di queste è quella della porta stretta.

Non è l’immagine di un Dio che respinge o costruisce ostacoli.

La porta è stretta perché alcune cose non possono attraversarla insieme a noi: l’orgoglio, l’indifferenza, la superbia, l’ossessione di apparire e l’abitudine ad assistere alla sofferenza senza sentirci coinvolti. Passa l’uomo, spogliato delle sue maschere.

Qui il messaggio cristiano incontra una grande contraddizione del nostro tempo.

Abbiamo costruito un mondo dalle porte spalancate verso ciò che possiamo consumare e sempre più strette verso ciò che possiamo condividere.

Possiamo comunicare con l’altra parte del pianeta e non accorgerci della solitudine di chi vive accanto a noi. Possiamo avere migliaia di contatti e non trovare nessuno a cui raccontare una paura.

Possiamo mostrare ogni istante della nostra vita e diventare invisibili gli uni agli altri.

La tecnologia non è il nemico, il problema nasce quando lo strumento prende il posto dell’uomo: quando l’algoritmo conosce i desideri dei nostri ragazzi prima ancora che loro conoscano se stessi, quando il consenso diventa misura del valore personale, quando un adolescente pensa: se nessuno mi guarda, forse non valgo abbastanza.

È qui che la comunità cristiana deve avere il coraggio di essere controcorrente, ed è qui che penso agli oratori.

L’oratorio non può essere soltanto uno spazio per organizzare attività.

Deve essere una piccola officina dell’umano: un luogo dove un ragazzo scopra di non dover dimostrare continuamente qualcosa per meritare amore; dove si possa perdere una partita, sbagliare, ricominciare.

Un luogo dove il più fragile non venga soltanto tollerato, ma cercato; dove una persona con disabilità non sia “quella da includere”, perché appartiene già alla comunità.

C’è una differenza profonda tra includere qualcuno e riconoscere che appartiene già a noi.

Cristo ha sovvertito le classifiche degli uomini. Ha guardato chi veniva evitato, ascoltato chi non aveva voce e rimesso al centro chi era stato spinto ai margini, è questa la rivoluzione degli ultimi.

Gli ultimi non sono una categoria sociologica: hanno nomi, volti e famiglie.

Sono il ragazzo che ride con gli altri e poi torna a casa sentendosi solo; la madre stanca che combatte per un figlio fragile; il padre che nasconde la vergogna dopo aver perso il lavoro; l’anziano che lascia il televisore acceso per sentire una voce; chi non chiede più aiuto perché troppe volte nessuno ha risposto.

Una Chiesa che non vede queste persone rischia di avere edifici pieni e cuori vuoti.

La fede non si misura dalla quantità delle parole che pronunciamo su Dio, ma da quanto Dio trasforma il nostro modo di guardare l’uomo, possiamo conoscere le preghiere e non conoscere la misericordia; frequentare i luoghi sacri e passare accanto a una vita ferita; parlare di Cristo senza riconoscerlo in chi ha bisogno di noi.

Abbiamo corde: dal profondo del cuore.

È lì che comincia la conversione autentica: non nell’apparenza religiosa, ma quando smettiamo di chiederci che cosa gli altri possano fare per noi e iniziamo a domandarci: “Per chi posso diventare una porta aperta?”

Per un giovane?

Per una famiglia?

Per chi vive una disabilità?

Per una persona che ha sbagliato e cerca la forza di ricominciare?

Il compito più urgente degli adulti non è consegnare ai giovani un mondo perfetto, perché non lo abbiamo; è offrire loro luoghi nei quali possano ancora sentirsi umani: luoghi dove il tempo venga condiviso e qualcuno sappia dire:“Io ti ascolto.”

Per questo continuerò a credere negli oratori, nelle comunità, nelle famiglie che resistono, negli educatori, nei sacerdoti che conoscono i ragazzi per nome e nelle persone che apparecchiano una tavola aggiungendo sempre una sedia.

Il cristianesimo, prima di essere una teoria sul Cielo, è una maniera diversa di abitare la terra; forse abbiamo cercato Dio troppo spesso verso l’alto e Lui continua a indicarci chi abbiamo accanto.

La porta può essere stretta, ma davanti a quella porta non conta quanto siamo diventati grandi agli occhi del mondo, ma quante volte abbiamo saputo farci piccoli per non lasciare indietro nessuno.

Alla fine resterà una sola domanda.

Non quanto siamo stati importanti, ma quanto amore abbiamo lasciato dietro di noi.

- SprayNews - Monica Macchioni

LOLA STAR SI CONFESSA A “IL GRAFFIO”

Tempo di lettura: 5 minuti

“SONO UNA DRAG QUEEN CHE VIVE E SI ESIBISCE ANCHE ALLA LUCE DEL SOLE. GUIDO TANTISSIMI GIOVANI ANIMATORI E ALLA POLITICA DICO: BASTA ODIO, LE NUOVE GENERAZIONI MERITANO ESEMPI MIGLIORI. AGLI LGBT: DIAMOCI UNA SVEGLIATA E SENTIAMOCI DAVVERO COMUNITA’ ”

Lola Star Il trasformista Francesco “MrCubanito” Gibilaro è l’anima della drag più amata in Romagna.

Tra i suoi modelli: Whoopi Goldberg e Vladimir Luxuria.

“Sogno di lavorare stabilmente in teatro e di esibirmi nella mia Sicilia da cui sono stato costretto a scappare da giovane. 

Lontano da mia mamma, scomparsa tre anni fa. 

A lei dedico tutto il mio lavoro”

Di Monica Macchioni

Lola Star è stata uno dei fenomeni dell’estate romagnola. Un tour di oltre 50 date lungo tutta la rivi
era, la direzione artistica del Rimini Village per il suo alter ego, Francesco “MrCubanito” Gibilaro, 35 anni,
trasformista e anima del personaggio drag più amato della Romagna che in esclusiva a Il Graffio dice la sua a 360 gradi sul mondo dello spettacol o ma anche sul tema dei diritti civili lgbt per i quali Francesco, sia in versione MrCubanito, sia Lola Star, è impegnato da oltre dieci anni, soprattutto nella lotta all’omotransfobia.

Lola Star, anzitutto che estate è stata?

“Una stagione straordinaria che come e più delle altre mi ha travolta.

A Rimini vivo in una realtà speciale,
forse dovuta alla magia intrinseca alla città di Fellini, cantata da grandissimi cantautori come Fabrizio De
André e Lucio Dalla, dove anche una drag queen può essere amata da tutti e, vi sorprenderà, fare spettacoli anche in pieno giorno sulla spiaggia…

Qualcosa che fino a pochi anni fa era semplicemente impensabile”.

Eppure anche questa estate continuiamo a sentire episodi di omotransfobia grave. Anche ad opera di giovanissi mi, a volte minorenni. Lei nasce animatore e ora continua a vivere quel mondo come formatore. Che idea si è fatto?

“Purtroppo è vero e inevitabile.

Negli ultimi dieci anni con l’aumento della libertà e della visibilità delle persone lgbt singole o in coppi a c’è stata una recrudescenza di intolleranza e violenza.

I giovani di oggi, gli adolescenti, sono una materia complessa.

Purtroppo l’adolescenza e gli anni immediatamente successivi, fino ai 18/19 anni, ovvero l’età che hanno anche i miei animatori, è fo rtemente permeabile.

E se attorno percepiscono idee e vivono in un contesto di rispetto, civiltà, inclusione, loro stessi diventano messaggeri di quei valori.

Ma se, dalla politica ai social, come in questo periodo escono solo parole, concetti estremi, spe sso
anche molto violenti che istigano all’odio e alla violenza contro ogni diversità, ecco che rischiamo seriamente di fare un salto indietro di mezzo secolo. Purtroppo la politica non aiuta. E ahimé nemmeno la politica gay”.

Cosa rimprovera alla politica e cosa alla politica gay?

“Alla politica rimprovero di aver dimenticato il significato della parola ‘politica’.

A scuola ci avevano insegnato che la politica doveva puntare al bene della ‘polis’, cioè della città, ovvero al bene comune.

Oggi anziché diffon dere questo tipo di valori e cultura, la politica punta sulla paura delle persone e non si
preoccupa di diffondere lei stessa odio per un presunto tornaconto elettorale.

Non parlo di destra e sinistra perché, purtroppo, mi sembrano perfettamente interscamb iabili e questo certo non è un bene”.

La politica gay continua a coincidere solo con la sinistra?

“In realtà no.

Sto vedendo movimenti interessanti anche a destra.

Penso al coraggio di una ragazza come Francesca Pascale che in qualche modo è diventata un riferimento.

Ma è da sola e pur affermando idee giuste completamente inascoltata nel centrodestra.

Nel centrosinistra quelli che sono diventati deputati e senatori hanno difeso un po’ la loro rendita di posizione.

Ultimo triste esempio il ddl Zan. L

a sinistra l’ha trasformato in un manifesto elettorale divisivo per spostare più elettori gay possibile ancora a sinistra…

Fatto sta che la legge contro l’omofobia non è stata approvata e anche molti italiani lgbt+ hanno votato convintamente Giorgia Meloni.

A tutte e tutti noi dico: diamoci una svegliata.

Creiamo davvero questa comunità che in Italia è sempre esistita solo a parole e mai per davvero”.

Ma oggi a destra c’è anche una prospettiva oltre la Meloni: il generale Vannacci. Si è fatta un’idea su di lui?

“Intanto non lo chiamerei più generale ma onorevole, eurodeputato dove è stato eletto con i voti della Lega.

Sentir parlare di remigrazione sinceramente nel 2026 non ha senso perché non è una soluzione per l’immigrazione, come certo non lo è neppure il modello spagnolo dell’invasione indiscriminata subita a Ceuta.

Sul tema dei diritti lgbt, poi, sentir dire che i gay possono guidare e essere curati in ospedale è deprimente, offensivo  e denota  – non fosse bastato il suo  libro  di irragionevole  successo  – una severa ignoranza sul tema dell’orientamento sessuale-affettivo e dei diritti che ne conseguono.

Due volte più grave perché in Europa, anche in partiti di estrema destra, c’è una maggiore apertura sul tema. Vorrei che anche la premier Meloni lo ricordasse perché ha già dialogato in passato con la comunità lgbt.

Quanto a Vannacci vorrei, invece, che la smettesse di aizzare quella che lui stesso chiama la feccia.

E’ un uomo di mondo a 360 gradi.

Le sue raffinate vestaglie estive parlano per lui…”. (Sorride).

confessa

Ricordiamo tutti un’immagine di una ventina di anni fa. Angela Merkel, la ex cancelliera tedesca di centrodestra, che dialogava in parlamento con una parlamentare in abiti da drag… 

“La ricordo e faceva anche sorridere.

Soprattutto perché in quegli stessi anni in Italia abbiamo avuto, per un paio d’anni, deputata la bravissima Vladimir Luxuria, per la quale provo affetto e gratitudine particolari, che invece quasi si doveva vestire da suora per farsi ‘accettare’ in aula.

Sono passati vent’anni e non credo la situazione sia migliorata…”

Affetto e gratitudine per Luxuria, perché?

“Anzitutto perché è un’icona.

Ha fatto davvero la storia del movimento lgbt in Italia dialogando sempre con tutti senza pregiudizi e con umiltà nonostante il talento assoluto nel mondo dello spettacolo ma anche della letteratura.

E poi perché è stata l’unica, ad oggi, che mi ha preso per mano dieci anni fa e, raccontando la mia storia, mi ha fatto esibire sul palco del Gay Village a Roma”.

Qual è la sua storia?

“La storia di un ragazzo non binario che è dovuto fuggire dalla sua terra, la provincia di Caltanissetta, dove sono nato e dove ho lasciato i miei affetti, la mia famiglia e soprattutto la mia mamma che purtroppo ho perso da tre anni…

A lei, alla sua memoria dedico tutto il mio lavoro   e la voglia di libertà che cerco di trasmettere anche ai giovani animatori così come al pubblico.

Non smettere di sentirsi liberi, soprattutto liberi di sognare.

Anche se oggi è davvero complicato…

Ma forse proprio per questo dobbiamo crederci ancora di più”.

A  Ferragosto l’abbiamo vista in abiti da suora.  Non ha avuto paura di essere accusata di blasfemia?

“No, perché era un omaggio a una grande assoluta del mondo del cinema e dello spettacolo come Whoopi

Goldberg e alla stroboscopica Sister Act. 

Whoopi è un’altra icona fantastica  che adorerei incontrare.

So che viene abbastanza spesso in Italia.

Chissà che il sogno non possa realizzarsi…”

Lei è credente?

“Mi faccio tante domande sul senso della vita.

Vorrei che la fede in Dio aiutasse a superare la grande ferita del   mondo   che   sono   le   guerre   ma  purtroppo   vedo   che   Dio   viene   sempre,   ancora,   da   millenni, strumentalizzato più per farle le guerre che per mettere pace tra i popoli.

Detto questo educo i ragazzi a non bestemmiare perché la rabbia e la mancanza di rispetto che ne consegue non è mai una soluzione.

Invocare Dio significa comunque confidare nell’amore. Per cui bestemmiare significa inneggiare all’odio. E io i ragazzi vorrei salvaguardarli il più possibile da quella che è una malattia sociale gravissima”.

Qual è una sua speranza per il futuro?

“Porta il mio trasformismo in teatro e trovare una dimensione artistica che completi il percorso di Lola Star che ormai fa spettacolo un po’ ovunque da 15 anni. Salire stabilmente su un palcoscenico, raccontare storie,

interpretare è l’orizzonte che sogno e per cui intendo impegnarmi. Anche portando avanti le idee di libertà e dignità umana che sono alla base della mia vita oltre che del mio personaggio. E poi portare il mio spettacolo nella mia terra, a Caltanissetta dove mi piacerebbe ricevere lo stesso affetto ricevuto in Romagna”.

- SprayNews - Monica Macchioni

MARIA ASSUNTA, IL CIELO CHE ENTRA NEI NOSTRI CORTILI

Tempo di lettura: 5 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono feste cristiane che sembrano portarci lontano dalla terra.

L’Assunzione di Maria potrebbe apparire una di queste: lo sguardo sale verso il Cielo, mentre Maria entra nella gloria di Dio eppure, se ne comprendiamo davvero il significato, scopriamo esattamente il contrario.

L’Assunta non ci allontana dalla vita, ci obbliga a prenderla sul serio. Il 15 agosto la Chiesa non celebra una donna che fugge dal mondo, ma una donna la cui esistenza viene accolta interamente da Dio.

Maria è assunta in Cielo in anima e corpo: niente della sua umanità viene scartato; la sua storia, la maternità, le fatiche, le attese, le lacrime, la carne che ha custodito Cristo, il dolore attraversato sotto la Croce: tutto entra nell’eternità.

È una verità teologica immensa e nello stesso tempo, profondamente umana, per Dio nulla di ciò che siamo è insignificante ed è pensando a questo che, alla vigilia dell’Assunta, il mio pensiero torna inevitabilmente ai nostri oratori.

Torna ai cortili pieni di voci, ai palloni che finiscono dove non dovrebbero, alle corse, alle risate.

Torna ai bambini che ti prendono per mano senza chiedere permesso e agli adolescenti che sembrano non voler parlare con nessuno, salvo poi aspettarti alla fine di una giornata per dirti sottovoce: «Don, posso parlarti un momento?».

È anche lì che comprendo il Vangelo, perché l’oratorio non è semplicemente uno spazio della parrocchia e non è un servizio di intrattenimento per tenere occupati i ragazzi.

L’oratorio è un luogo dove la Chiesa impara ogni giorno a farsi casa e una casa cristiana non domanda a chi entra se sia perfetto, accoglie, ascolta,educa, corregge quando è necessario, perdona e soprattutto non abbandona.

Oggi abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei giovani; li descriviamo spesso come una generazione fragile, distratta, impaziente, prigioniera dei telefoni e dei social, ma prima di giudicarli dovremmo avere l’umiltà di domandarci quale mondo abbiamo costruito intorno a loro.

Abbiamo dato loro una società nella quale bisogna apparire prima ancora di imparare a essere.

Abbiamo moltiplicato le connessioni e non sempre le relazioni.

Abbiamo insegnato la velocità e dimenticato l’attesa.

Abbiamo costruito strumenti capaci di conoscere quasi tutto di una persona e rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi vive nella stanza accanto.

Un ragazzo può avere migliaia di contatti e non sapere a chi raccontare una paura.

Può ricevere centinaia di approvazioni e continuare a chiedersi se vale davvero qualcosa,è qui che la comunità cristiana deve tornare a pronunciare parole semplici e rivoluzionarie:tu non vali per quanto appari, non vali per quanti ti seguono, non vali perché vinci, non vali perché sei perfetto, tu vali perché sei figlio.

Maria stessa ce lo insegna, Dio non entra nella storia scegliendo il palazzo più potente, entra nella vita di una giovane donna di Nazareth.

Maria non possiede ricchezze, titoli o potere, possiede qualcosa di infinitamente più grande: la libertà di pronunciare il proprio «Eccomi».

Quell’eccomi dovrebbe tornare a risuonare nei nostri oratori, perché educare un giovane non significa decidere il suo futuro al posto suo.

Significa aiutarlo a scoprire che la propria esistenza è una chiamata e che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa, ma nel comprendere per che cosa valga la pena spendere la propria vita. Maria, poi, non rimane ferma, ricevuto l’annuncio, si alza e raggiunge Elisabetta.

Questa immagine mi è particolarmente cara: Maria porta Dio dentro di sé e proprio per questo va incontro a qualcuno, qui c’è forse una delle definizioni più belle della fede cristiana.

Chi incontra veramente Dio non si chiude, si muove verso l’altro.

Per questo vorrei che i nostri oratori insegnassero ai ragazzi una fede capace di inginocchiarsi davanti all’altare e subito dopo di rimboccarsi le maniche.

Una fede che prega e serve, che celebra e condivide, che sa recitare un’Ave Maria, ma sa anche accorgersi del compagno escluso.

Che parla di carità e poi divide davvero ciò che possiede.

Che non domanda soltanto: «Signore, cosa puoi fare per me?», ma arriva un giorno ad avere il coraggio di chiedere:
«Signore, per chi posso diventare io una risposta?»

È allora che un ragazzo comincia davvero a diventare adulto e qui entrano inevitabilmente le famiglie.

Nessun sacerdote, nessun catechista, nessun educatore può sostituirle, possiamo accompagnare, sostenere, raccogliere qualche pezzo quando la vita si rompe, ma l’educazione ha bisogno di un’alleanza.

Abbiamo bisogno di genitori che tornino a parlare con i figli e soprattutto ad ascoltarli.

Abbiamo bisogno di adulti capaci di dire qualche “no” senza sentirsi in colpa e molti “ti voglio bene” senza vergognarsi. Abbiamo bisogno di comunità nelle quali una famiglia in difficoltà non venga giudicata, ma accompagnata e soprattutto abbiamo bisogno di recuperare la testimonianza, perché i ragazzi possono anche dimenticare molte delle nostre parole, ma difficilmente dimenticheranno come li abbiamo fatti sentire.

C’è poi un messaggio dell’Assunzione particolarmente necessario nel nostro tempo; Maria entra nella gloria anche con il corpo.

In una società ossessionata dal corpo perfetto, giovane, efficiente, esibito e continuamente giudicato, il cristianesimo proclama qualcosa di completamente diverso: il corpo umano possiede una dignità che non dipende dalla bellezza, dall’età, dalla salute o dall’efficienza.

Il corpo fragile dell’anziano ha dignità, il corpo della persona con disabilità ha dignità, il corpo ferito dalla malattia ha dignità. Il corpo che non corrisponde ai modelli imposti ha dignità.

Ogni essere umano possiede una dignità che viene prima di qualsiasi giudizio del mondo, anche questo dobbiamo insegnarlo nei nostri oratori: nessuno è uno scarto.

Nessuno e allora comprendo perché la festa dell’Assunta abbia tanto da dire proprio ai nostri ragazzi.

Maria ci ricorda che siamo fatti per qualcosa di più grande dell’immediato, ma ci insegna anche che il cammino verso il Cielo attraversa necessariamente la terra.

Attraversa le nostre case, le famiglie, i cortili, le amicizie, le ferite, le riconciliazioni.

Attraversa quella porta dell’oratorio che continuiamo a lasciare aperta anche per chi non viene a Messa, per chi si è allontanato, per chi non sa ancora se crede, per chi porta domande difficili e persino per chi pensa che Dio non abbia più nulla da dirgli.

La Chiesa non deve avere paura di questi ragazzi, deve aspettarli e quando arrivano, prima ancora di chiedere loro dove siano stati, dovrebbe riuscire a dire:
«È bello che tu sia qui».

Forse la pastorale giovanile comincia proprio da questa frase. In questo 15 agosto affido allora a Maria Assunta i bambini e i ragazzi dei nostri oratori, quelli che corrono felici e quelli che rimangono in disparte.

Quelli che credono con semplicità e quelli che attraversano il dubbio.

Quelli che hanno famiglie solide e quelli che stanno imparando troppo presto quanto possa essere complicata la vita.

Quelli pieni di sogni e quelli che un sogno non riescono più a trovarlo a tutti vorrei dire: non abbiate paura di alzare lo sguardo; perché il Cielo non è la negazione dei vostri sogni è la misura più grande che possiamo dare alla vita e a noi adulti Maria affida una responsabilità ancora più seria: non limitarci a indicare il Cielo con le parole, ma renderlo credibile attraverso il modo in cui sappiamo amare sulla terra.

Perché un ragazzo crederà più facilmente che Dio non lo abbandona se avrà incontrato almeno un adulto che non lo ha abbandonato.

Crederà nel perdono se qualcuno gli avrà dato la possibilità di ricominciare.

Crederà nella fraternità se avrà trovato una comunità capace di fargli posto.

Crederà nell’amore di Dio quando quell’amore avrà avuto, almeno una volta, un volto umano.

Questo vorrei chiedere a Maria Assunta per i nostri oratori, che rimangano luoghi con le porte aperte, le mani tese e lo sguardo alto.

Luoghi nei quali imparare che la fede non significa fuggire dalla vita, ma entrarci più profondamente, con i piedi nella polvere dei nostri cortili e il cuore rivolto all’eternità, perché forse il Cielo comincia molto prima di quanto immaginiamo.

Comincia ogni volta che un bambino viene accolto, un giovane viene ascoltato, una famiglia viene sostenuta, una fragilità viene rispettata e una persona che si sentiva perduta scopre di avere ancora un posto.

Maria Assunta ci insegni allora ad alzare gli occhi verso il Cielo senza smettere di guardare chi cammina accanto a noi e soprattutto ci insegni una cosa che nei nostri oratori non dovremmo dimenticare mai:
nessuno arriva al Cielo da solo.

Don Enzo Bugea Nobile

- SprayNews - Monica Macchioni