SAN GIUSEPPE LAVORATORE: DOVE L'UMILTA' DIVENTA GRANDEZZA

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Di Don Enzo Bugea Nobile

C’è una santità che non fa rumore, che non cerca applausi, che non si impone con la forza delle parole, ma con la coerenza dei gesti; è la santità operosa e silenziosa di San Giuseppe, che nel ritmo umile dei giorni ha trasformato il lavoro in vocazione e la responsabilità in atto d’amore.

Nel suo laboratorio non si costruivano soltanto oggetti, si costruiva dignità; perché il lavoro, quando è abitato dall’onestà e dalla rettitudine, non è mera fatica, ma elevazione dell’uomo, è un linguaggio silenzioso che parla di valore, di identità, di appartenenza.

San Giuseppe lo ha compreso senza proclami, vivendo quella verità antica e sempre nuova: il lavoro nobilita l’uomo perché lo rende partecipe del disegno creativo di Dio.

La sua grandezza, però, non sta solo nell’essere lavoratore.

Sta nell’essere custode.

Custode di Maria, custode di Gesù Cristo, custode di un mistero più grande di lui e qui emerge la sua cifra più alta: la fiducia, non una fiducia ingenua, ma una fiducia consapevole, maturata nell’ascolto e nella disponibilità.

A lui è stato affidato ciò che di più prezioso esiste, non perché fosse straordinario agli occhi del mondo, ma perché era profondamente affidabile agli occhi di Dio.

In un tempo come il nostro, in cui la responsabilità spesso viene percepita come peso e non come dono, la figura di San Giuseppe ci rimette davanti a una verità scomoda ma liberante: la grandezza dell’uomo non sta nel dominare, ma nel custodire.

Non nel possedere, ma nel prendersi cura.

La quotidianità, quella che molti considerano banale, nelle sue mani diventa spazio sacro, ogni gesto, anche il più semplice, si carica di senso, ogni scelta diventa testimonianza.

Non c’è retorica nella sua vita, ma una coerenza limpida, quasi disarmante e proprio per questo rivoluzionaria.

San Giuseppe non ha cercato il proprio progetto; ha accolto quello di Dio, non ha imposto la sua volontà, ha ascoltato, non ha trattenuto per sé: ha donato tutto. In lui si compie quella sintesi rara tra umiltà e forza, tra silenzio e responsabilità, tra sacrificio e amore.

E allora il lavoro smette di essere solo un mezzo e diventa relazione, con Dio, con gli altri, con sé stessi.

Diventa il luogo in cui si forgia la dignità, si educa il cuore, si costruisce la famiglia.

La casa di Nazareth non è soltanto uno spazio fisico, ma una scuola di umanità, dove l’amore si traduce in gesti concreti, in presenza, in fedeltà.

Rivolgersi a San Giuseppe oggi significa chiedere qualcosa di essenziale e allo stesso tempo, profondamente controcorrente, la capacità di vivere con autenticità; di lavorare con onestà, di amare con responsabilità, di fidarsi anche quando non tutto è chiaro, perché in fondo, la vera forza non è nell’apparire, ma nel restare.

Non nel gridare, ma nel costruire.

Non nel pretendere, ma nel custodire e San Giuseppe, nel suo silenzio abitato da Dio, continua a insegnarcelo, sempre.

- SprayNews - Monica Macchioni

LA PAROLA COME LUCE

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L’Illuminismo ci ha insegnato che la Parola dovrebbe essere Luce, non Lama. Voltaire difendeva la libertà di espressione, non l’arroganza di ferire, Kant diceva che l’Essere umano e’ un Fine e non un Mezzo.

Di Letizia Bonelli

Ci insegnano a parlare, ma quasi mai ci insegnano il peso delle parole, eppure oggi, nella Giornata Mondiale della Voce, dovremmo ricordare una verità semplice e terribile: una voce può salvare, ma può anche distruggere.

Ci sono parole che rimangono conficcate nell’anima per tutta la vita, una frase detta da bambini, un’umiliazione pronunciata con leggerezza, un “non vali nulla” lasciato cadere come se fosse niente, e invece capace di diventare una condanna silenziosa e poi esistono le parole che compiono il miracolo opposto.

“Io ti credo.”

“Non sei solo.”

“Ce la farai.”

Bastano poche sillabe per restituire a una persona il coraggio di respirare ancora, di rialzarsi, di ricominciare.

La voce è il luogo più fragile e più potente dell’essere umano, è lì che abita la verità, è lì che si rivela ciò che siamo davvero, perché, come scriveva Socrate, “parla, affinché io possa vederti”.

Viviamo in un tempo feroce, dove troppo spesso si urla per avere ragione e si dimentica che la vera forza non è colpire, è non ferire.

L’Illuminismo ci ha insegnato che la parola dovrebbe essere luce, non lama. Voltaire difendeva la libertà di espressione, ma non l’arroganza di ferire; Immanuel Kant ricordava che ogni essere umano deve essere trattato sempre come un fine e mai come un mezzo, anche nelle parole, soprattutto nelle parole.

Perché ogni frase pronunciata su qualcuno può diventare una prigione oppure una possibilità.

Ogni voce può essere una carezza o una sentenza e allora oggi non celebriamo soltanto la voce, ma la responsabilità.

Perché ciò che diciamo agli altri, prima o poi, diventa ciò che gli altri credono di essere e in un mondo che ha imparato a gridare, servirebbe il coraggio rivoluzionario di parlare con umanità.

Scegliamo bene le parole, perché una voce può spezzare una vita, ma può anche salvarla.

- SprayNews - Monica Macchioni

BAMBINI NEL BOSCO, PADRE MAURIZIO RAIMONDO: “INTERVENGANO IL PAPA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA”

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Di Padre Maurizio Raimondo

In Italia i bambini sono dello Stato, se l’abominio de L’Aquila facesse giurisprudenza, l’istituzione famiglia verrebbe ufficialmente azzerata.

Sono lontani i tempi in cui le femministe urlavano “io sono mia”, ma ancora di più si perdono nella notte dei tempi quelli in cui la famiglia godeva di un minimo di tutela.

La distorsione della vicenda dei bambini nel bosco ha ufficialmente sancito per lo Stato italiano la morte della famiglia come istituzione.

Il Tribunale ha scritto che Catherine e’ spesso ostile.

E come dovrebbe essere?

La sua filosofia di vita - legittima e innocua per gli altri esseri viventi non essendo Catherine una persona psicolabile o con dipendenze da droga, gioco d’azzardo, alcol o altro - va contro tutto cio’ che stanno imponendo contro la sua volontà ai suoi bambini, oggi si a rischio trauma.

Le vaccinazioni in Italia non sono obbligatorie per legge eppure sono state imposte.

La scuola in Italia non è obbligatoria, lo e’ l’istruzione ma a vanvera ci è stato detto ed è stato scritto per anni che in Italia le famiglie hanno libertà di scelta.

Il governo italiano e’ saggiamente intervenuto attraverso le parole di buon senso della sua premier Giorgia Meloni che ha ricordato a tutti come i figli non sono dello Stato e che la magistratura a volte dimentica i propri limiti.

Bene avrebbe fatto il ministro di Giustizia a inviare gli ispettori a l’Aquila e bloccare questo scempio.

E’ ancora in tempo.

Sono venute a galla e sono sotto gli occhi di tutti irregolarità gravissime nella vicenda della famiglia nel bosco, dal Tribunale de l’Aquila che applica immotivatamente la misura più estrema che chi ha coscienza e cuore tende sempre ad evitare o a usare proprio come l’ultima ratio quando a rischio e’ la vita degli interessati cioè l’allontanamento dei minori dall’affetto della famiglia unita e dalla loro abitazione armoniosa in mezzo alla natura e agli amati animali.

Questo fatto irragionevole grida vendetta.

Da lì in poi ci sono state gravissime irregolarità a partire dalla Casa Protetta che protetta non è, essendo priva del personale qualificato che deve rispondere a degli standard, per poi continuare con la psicologa che per legge non ha l’abilitazione necessaria per poter fare la perizia, per poi finire con un atteggiamento pregiudizialmente ostile dei servizi sociali rispetto a Catherine e a Natan.

Dobbiamo forse pensare che qualcuno avesse dall’inizio, ab origine, nella propria testa l’idea di far adottare i bambini da famiglie facoltose?

O che qualcun altro volesse indurre per disperazione la famiglia ad andarsene via dalla propria casa nel bosco per fare poi una speculazione edilizia?

Quindi saremmo di fronte a bambini perfettamente senza traumi 3 mesi fa ma sacrificati sull’altare dell’egoismo e del soldo facile?

Da esperto di dipendenze e da gestore di comunità da anni, in qualità di educatore oltre che di teologo e filosofo rimango inorridito da quanto è’ accaduto e sta continuando ad accadere.

Data la situazione limite credo che oggi solo l’intervento misericordioso del Santo Padre, e quello autorevolissimo del Presidente della Repubblica Mattarella possano forse fermare questo scempio e imporre di riunire subito una famiglia immotivatamente distrutta.

Si lascino Catherine e Natan vivere in pace e in armonia coi figli, gli animali e la natura o quanto meno si consenta loro di espatriare e porre fine a un supplizio per il quale non hanno nessuna colpa.

Se ciò non avverrà significa che verrà smentita anche la premier Meloni: in Italia i figli evidentemente sono dello Stato.

- SprayNews - Monica Macchioni

IL PATTO DELLA FELICITA' NELL'ERA DELL'ALGORITMO

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Viviamo un tempo che corre più di quanto l’uomo riesca a comprendere.

La tecnica accelera, l’intelligenza artificiale evolve, i linguaggi si comprimono, le relazioni si digitalizzano, ma l’essere umano non è una macchina da aggiornare: è coscienza, è fragilità, è desiderio di senso
equando il progresso supera la maturazione interiore, nasce uno squilibrio.

È lo squilibrio che stiamo vivendo.

Non è la tecnologia il problema, sarebbe troppo semplice accusarlo, il nodo è più profondo: non abbiamo ancora stipulato un patto morale con il nostro tempo.

Abbiamo accettato la velocità, ma non ne abbiamo compreso il prezzo.

Abbiamo abbracciato l’innovazione, ma senza chiederci quale idea di felicità stia alimentando.

L’Illuminismo autentico, quello che metteva al centro la dignità dell’uomo e non il trionfo sterile della tecnica, ci ha insegnato che il progresso ha valore solo se aumenta la libertà e la gioia civile.

Non l’efficienza, non la produttività, non l’esposizione.

La felicità pubblica.

Oggi, invece, sembriamo vivere un’epoca controcorrente: più strumenti di comunicazione e meno dialogo; più connessioni e meno legami; più informazioni e meno sapienza. È una contraddizione evidente e quando una civiltà accumula mezzi, ma perde orientamento, rischia di smarrire se stessa.
La velocità non è neutra, trasforma il pensiero, riduce il tempo dell’ascolto.

Ci abitua alla reazione, non alla riflessione e una società che reagisce sempre e riflette poco diventa fragile, manipolabile, emotivamente instabile.

Il punto non è tornare indietro.

Non si torna indietro nella storia. Il punto è domandarci: siamo pronti, interiormente, per ciò che abbiamo creato?

La tecnica ha ampliato il nostro potere, ma non ha automaticamente ampliato la nostra coscienza e senza coscienza il potere diventa rumore.

Viviamo immersi in uno spazio digitale che amplifica tutto: parole, emozioni, giudizi, ma amplifica anche l’ansia, il confronto continuo, la necessità di apparire. Il rischio non è solo la dipendenza da uno schermo.

Il rischio è una progressiva erosione della libertà interiore
e senza libertà interiore non esiste felicità possibile.

La felicità, in una prospettiva autenticamente illuminata, non è euforia individuale.

È equilibrio tra diritti e responsabilità, tra espressione e rispetto, tra innovazione e misura.

È un patto sociale fondato sulla dignità reciproca.

È la consapevolezza che la libertà di uno non può schiacciare l’anima dell’altro.

In questo tempo iperconnesso serve un nuovo contratto morale, un patto della felicità digitale.

Un impegno collettivo a usare gli strumenti senza diventarne strumenti.

A comunicare senza ferire.

A esprimersi senza esibirsi.

A innovare senza disumanizzare.

Non siamo pronti ad accettare tutto il cambiamento perché il cambiamento non è solo tecnico: è antropologico.

Modifica il modo in cui pensiamo, amiamo, discutiamo, giudichiamo e ogni trasformazione antropologica richiede tempo, educazione, interiorità.

La fretta è nemica della maturazione.

Se vogliamo attraversare questo passaggio storico senza perdere l’anima, dobbiamo recuperare la lentezza del pensiero, la profondità del dialogo, la responsabilità della parola.

Dobbiamo tornare a considerare la comunicazione non come prestazione, ma come relazione.

La gioia civile nasce da qui: dalla consapevolezza che il progresso è autentico solo quando rafforza la dignità umana.

Quando rende l’uomo più libero, non più esposto.

Più capace di amare, non più affamato di consenso.

La tecnologia può essere alleata, ma non può essere maestra. La guida deve restare l’etica.

Siamo in un tempo controcorrente, sì. .. ma ogni epoca di accelerazione è anche un’occasione di risveglio.

Possiamo scegliere se lasciarci trascinare dalla velocità o diventare custodi della nostra umanità.

La vera modernità non consiste nell’essere i più veloci.

Consiste nell’essere i più consapevoli e solo una civiltà consapevole può firmare, ogni giorno, il suo patto della felicità.

- SprayNews - Monica Macchioni

LA GOGNA NON E' GIUSTIZIA

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Di Letizia Bonelli

Nell’era digitale l’errore diventa identità e la memoria si trasforma in condanna perpetua.

C’è una pena che non troviamo nel codice penale, ma che pesa più di una sentenza.

Non ha giudice, non ha durata, non ha fine, è la condanna reputazionale permanente.

Oggi basta un’indagine talvolta nemmeno conclusa per essere esposti, analizzati, giudicati, archiviati nella memoria infinita del web
e quando l’archiviazione giudiziaria arriva, spesso è troppo tardi: la condanna sociale è già stata eseguita.

Il problema non è informare, il problema è quando l’informazione smette di distinguere tra fatto e persona.

Abbiamo sostituito la complessità con l’indignazione, la prudenza con la velocità, la verifica con l’eco è così l’errore, presunto o reale diventa un marchio.

Uno Stato di diritto punisce secondo regole, prove, proporzione.

La rete punisce secondo percezioni, algoritmi, reazioni emotive, ma una democrazia matura non può permettersi una doppia pena: quella legale e quella digitale.

Il diritto all’oblio non è censura è equilibrio, è la possibilità di non essere inchiodati per sempre al momento peggiore della propria vita.

Perché senza proporzione non esiste giustizia e senza dignità non esiste libertà.

La libertà di espressione è un bene assoluto solo quando non diventa arbitrio.

La trasparenza è un valore solo quando non diventa esposizione permanente.

La vera forza di una società non sta nella rapidità con cui accusa, ma nella maturità con cui sa distinguere, correggere, restituire.

- SprayNews - Monica Macchioni

LA BELLEZZA DI PRENDERE POSIZIONE

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Di Antonino Salsone

Nella mia vita, anche di recente, ho incontrato molte persone che non prendono posizione.

Lo fanno per comodità, per calcolo (pensano, mettendo la testa sotto la sabbia, di essere buoni per tutte le stagioni), per indifferenza, per egoismo.

E spesso sussurrano all’orecchio di chi prende posizione: “ma chi te lo fare?

Cosa ci guadagni?”.

Oppure: “Non é la tua battaglia, che te ne frega?” .

Eppure prendere posizione é una decisione bella ed edificante, significa scegliere e schierarsi uscendo dall’individualismo e perseguendo ció che si ritiene giusto.

Prendere una posizione presuppone la capacità di pensare e di riflettere, di elaborare un pensiero, di saperlo esprimere e manifestare.

È, dunque, un atto di libertà e responsabilità.

Il prendere posizione si contrappone sia all’indifferenza, sia alla rassegnazione. Indifferenza significa “non mi interessa prendere posizione perché ciò che accade non mi riguarda, non mi tocca”.

Rassegnazione significa “non prendo posizione perché sono convinto che non cambierà mai nulla e, quindi, non vale la pena sprecare tempo ed energia”.

L’indifferenza e la rassegnazione ci rendono dunque passivi di fronte a ciò che accade attorno a noi.

La salvezza rispetto all’indifferenza e alla rassegnazione sta dunque nella scelta libera, coraggiosa, consapevole e finalizzata a fare ció che si considera giusto, anche a costo di esprimere una posizione di minoranza.

- SprayNews - Monica Macchioni

STIAMO SCIVOLANDO VERSO LA ROVINA O RISALENDO VERSO L'ORDINE?

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Di Antonino Salsone

Osservando il divenire della Storia, Niccoló Macchiavelli così scriveva: “La virtù genera quiete, la quiete ozio, l’ozio disordine, il disordine rovina, e dalla rovina si risale all’ordine, generando virtù, gloria e fortuna, in un circolo perpetuo”.

La spirale dell’autore de “Il Principe” ricorda da vicino le sacre scritture induiste che dividono il tempo in quattro “yuga” che si succedono incessantemente, l’ultimo dei quali, il “Kali Yuga”, il meno virtuoso per l’Uomo, sarebbe quello che governa il tempo presente.

Mi chiedo: ma qual è il tempo che stiamo vivendo?

Stiamo scivolando verso la rovina, oppure risalendo verso l’ordine?

Il transito tra una fase e l’altra dipende sempre e solo dall’Uomo, oppure esiste una volontà universale e superiore che regola la vita umana secondo questa sorta di “oroboro” rispetto a cui l’Uomo nulla puó?

Speriamo bene …

- SprayNews - Monica Macchioni

L'INGRATITUDINE E LA MEMORIA CORTA.

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Di Antonino Salsone

“Raccontano le cronache settecentesche che un sedicente signorotto di una città importante del Regno delle Due Sicilie, durante un assemblea alla presenza del vecchio tiranno, per carpirne la benevolenza e procurarsi un posto di sottogoverno idoneo ad aumentare il suo ego ipertrofico, additò come “cancro” i valorosi partigiani che ne avevano combattuto l’azione liberticida e poi erano stati costretti all’esilio per evitare la troppo facile ghigliottina.

Il signorotto, ebbro del furore tipico dei cortigiani, si rivolse platealmente al tiranno e lo incitò a proseguire e a liberare il regno dalle “cellulle metastatiche che ancora lo infettano”.

L’invettiva nervosa e non sincera del signorotto, che dopo averla pronunciata si sedette tronfio e sicuro di avere acquistato la benevolenza del tiranno, fu però guastata dalle parole di un vecchio saggio, che chiese la parola gli fece questa domanda: “Vostra Signoria ha parlato in modo forbito e con l’impeto sicuro di colui che sa di non avere contraddittori.

Ma io ho buona memoria e altrettanta ne ha il sovrano che assiste silenzioso a questa assise.

Ricordo che prima che la guerra iniziasse, Vostra Signoria ebbe spazio e favori da coloro che ora definisce “cancro”, ricevendo anche la nomina di membro del tribunale del regno.

Ora, però, evidentemente non ricorda piú quel tempo e quegli uomini, cosí come ha scordato i terribili giudizi che allora dava sul sovrano e sul suo delfino.

Devo dunque pensare che vostra Signoria abbia cambiato idea o che, come purtroppo spesso accade all’uomo comune, l’ingratitudine e la adulazione del potere abbiano fatto il loro corso?”.

A questa domanda, che si propagò nell’assemblea come il vento freddo e tagliente, il signorotto cortigiano, terreo in volto e interdetto nelle membra e nella testa, nulla seppe opporre e si accasciò, vinto, sul seggio.

Ebbe solo la forza di cercare il volto del tiranno, ma questi si mostrò impassibile e con gli occhi chiusi …”.

Da “Trattatello sull’ingratitudine”, di autore anonimo.

- SprayNews - Monica Macchioni

BREVE RIFLESSIONE SULLA FEDERAZIONE RUSSA E VLADIMIR PUTIN

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Di Antonino Salsone

Gli ultimi avvenimenti della “Operazione Speciale” promossa dalla Federazione Russa contro l’Ucraina mi hanno convinto definitivamente che mai e poi mai i russi porranno fine alla guerra, a meno che l’accordo di pace preveda condizioni favorevolissime alla Russia o la conquista del paese aggredito non si realizzi completamente.

Lo desumo non solo dall’analisi delle parole e dai comportamenti di Vladimir Putin, da cui si ricava il suo fine personale recondito ma nei fatti chiaro (sembra un ossimoro ma non lo è), ma dalla storia del gigante euro-asiatico.

Muovo dalla seconda affermazione per poi concludere con la prima.

Il “mito imperiale” e l’idea della “Grande Russia”, che sono impregnate profondamente nella società russa, hanno origine in una articolata e pluricentenaria elaborazione ideologica alimentata dal cristianesimo ortodosso e dall’autocrazia che sin dal tempo zarista la guidano ininterrottamente.

L’espansione territoriale della Federazione Russa, portata avanti o manu mitari o attraverso operazioni politico - economiche in grado di riportare nella piena influenza russa i paesi che facevano parte dell’URSS sino al 1991 (vedi il caso della Bielorussia), costituisce un obiettivo non solo geografico, militare, economico e politico, ma ideologico e persino messianico.

Andando alla seconda, qual è il miglior modo di passare alla storia ed essere considerato il “padre della patria” se non riconsegnando ai russi l’interezza del territorio e dunque del ruolo planetario avuto sino al 1991?

Vladimir Putin l’ha capito benissimo e vuole essere lui, nei prossimi secoli, il “padre della patria” della “Grande Madre Russia”.

Ecco perchè, purtroppo, Vladimir Putin e la Federazione Russa non si fermeranno sino a che le lancette della storia non saranno riportate indietro.

- SprayNews - Monica Macchioni

LA MUSA

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L’Anima è la Musa, la Natura è la Musa, un volto di donna può essere la Musa, un’idea può essere la Musa.

Di Antonino Salsone

Da cosa nasce l’ispirazione?

La straordinaria scintilla emozionale che permette la creazione di una poesia, di una musica, di un dipinto, di una scultura, di uno scritto letterario, di una teoria scientifica, di una tesi filosofica, altro non è che la Musa che può dimorare dentro o fuori di noi.

L’Anima è la Musa, la Natura è la Musa, un volto di donna può essere la Musa, un’idea può essere la Musa.

Insomma, la Musa è essenziale per chiunque voglia cimentarsi con l’ignoto e con il buio: per creare dal nulla un quid novi serve sempre un’ispirazione spirituale e sensuale che deve guidare l’artista verso la Luce della creazione.

La Musa ha perció un grande potere e una grande responsabilità: può accendere o spegnere la Luce della creatività in un uomo (inteso come genere … non voglio essere accusato di sessismo).

Ogni artista confida di incontrare proprio questa Musa e non altra, cosicchè il suo spirito sia sempre colmo di scintille creatrici.

E anche io, che pure non sono certo un artista ma un semplice scribacchino di pensieri, spero che la mia Musa, laddove essa sia, voglia sempre accendere la Luce per me.

- SprayNews - Monica Macchioni