RICCIONE, È LOLA STAR LA NUOVA PERLA: DOMANI SERA AL NEREIDAS BEACH CLUB LA VEDETTE SARÀ IN GIURIA PER “MISS REGINETTA D’ITALIA”

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Sarà la prima drag queen in Italia a fare da giurata in un concorso di bellezza nazionale. A Ferragosto nuovo appuntamento con il “Variety Show” più ricercato nella riviera romagnola

Il tour estivo 2026 di Lola Star arriva a Riccione per un doppio appuntamento (8 e 15 agosto) che vedrà la “vedette” più amata della riviera approdare nella Perla, sul palcoscenico del “Nereidas Beach Club” (Viale D’Annunzio - Spiaggia 138).

Domani sera Lola Star sarà la prima drag queen in Italia in giuria per un concorso nazionale di bellezza femminile. Oltre allo show del trasformista 35enne di origini siciliane, Francesco Gibilaro, “anima” di Lola Star, domani sera l’artista en travestì sarà tra i giurati della semifinale di Miss Reginetta d’Italia, presente la miss in carica Asia Pilot.

Nel corso del drag show che vedrà Lola Star affiancata dalla ballerina e coreografa Asia “Raise” Rubino vedremo le performance più esilaranti di Lola Star: da AnnaLola, il suo personale tributo a Annalisa, a Elodie, fino ai personaggi amatissimi anche dai più piccoli: Elsa di Frozen e Rumi di

K-Pop Demon Hunters per arrivare alla novità d’essai: l’omaggio di Lola a Whoopi Goldberg per la prima volta in abiti da suora nei panni della indimenticabile Suor Maria Claretta, direttrice del coro nei due film Sister Act.

“È un grande piacere tornare a Riccione nella settimana più importante dell’anno” ha detto Lola Star. “Giudicare la bellezza e il talento delle aspiranti reginette d’Italia lo considero un premio all’eleganza ironica ma mai volgare che in quindici anni abbiamo portato su palcoscenici di ogni genere. Senza badare alle etichette lgbt+ ecc. Fino a oggi mi hanno spesso descritta come ‘drag queen per tutta la famiglia’ ora vorrà dire che diventerò anche a misura di…miss. O meglio le miss dovranno essere a misura della Lola!!!” conclude con una battuta il simpatico trasformista pronto a vestire i panni di una inedita giurata drag.

- SprayNews - Monica Macchioni

ABBIAMO IMPARATO A FOTOGRAFARE TUTTO, MA NON A GUARDARE NIENTE

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Di Letizia Bonelli

Viviamo nell’epoca dell’immagine, ogni istante viene catturato, condiviso, archiviato.

Fotografiamo i tramonti senza guardarli davvero, i concerti senza ascoltarli fino in fondo, i volti delle persone che amiamo senza soffermarci nei loro occhi.

Abbiamo trasformato la memoria in un archivio digitale e la presenza in una notifica.È un paradosso del nostro tempo: possediamo milioni di immagini e sempre meno ricordi autentici.

Un tempo si diceva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima.

Oggi sembrano essere diventati il prolungamento di una fotocamera.

L’esperienza non viene più vissuta per ciò che è, ma per ciò che potrà apparire agli altri, l’emozione cede il passo alla rappresentazione, così rischiamo di smarrire il valore più prezioso: lo sguardo.

Guardare è molto diverso dal vedere.

Vedere è un atto biologico; guardare è una scelta, significa fermarsi, ascoltare il silenzio di un paesaggio, cogliere la stanchezza nascosta nel volto di una persona, riconoscere la bellezza di ciò che non chiede attenzione.

Lo sguardo autentico richiede tempo, e il tempo è diventato il bene più raro della nostra epoca.

Corriamo senza sosta, scorriamo migliaia di immagini con il dito, ma raramente permettiamo a una di esse di attraversarci.

Consumiamo emozioni con la stessa velocità con cui cambiamo schermata, nulla sedimenta davvero, perché tutto deve essere immediatamente sostituito da qualcosa di nuovo.

La tecnologia non è il nemico; sarebbe ingiusto attribuirle colpe che appartengono alle nostre abitudini.

Le fotografie continueranno a raccontare la nostra storia e rappresentano uno straordinario patrimonio della memoria umana.

Il problema nasce quando l’immagine sostituisce l’esperienza e la condivisione prende il posto della contemplazione.

Esiste una bellezza che nessun obiettivo riesce a catturare, è la bellezza di una mano che stringe un’altra senza bisogno di essere fotografata, il sorriso di un bambino osservato senza distrazioni, il volto di un anziano che racconta la propria vita mentre qualcuno lo ascolta davvero.

È il silenzio di una chiesa, il rumore del mare, il profumo della terra dopo la pioggia.

Sono istanti che nessun algoritmo potrà restituire nella loro interezza.

Forse dovremmo concederci il coraggio di vivere alcuni momenti senza il desiderio di dimostrare di averli vissuti.

Lasciare il telefono in tasca, alzare gli occhi, respirare, accettare che non tutto debba essere pubblicato, commentato o approvato.

Le emozioni più profonde non cercano spettatori.

Abbiamo imparato a immortalare ogni frammento della nostra esistenza, ma rischiamo di perdere il privilegio di abitarla davvero.

Eppure la vita continua a parlarci con discrezione: nel volto di chi ci passa accanto, nella luce che cambia durante il giorno, nelle parole non dette, negli incontri che nessuna fotografia potrà mai raccontare completamente.

Forse il futuro non avrà bisogno di persone capaci di produrre più immagini, ma di donne e uomini capaci di tornare a guardare.

Perché è nello sguardo che nasce la comprensione, dalla comprensione la compassione e dalla compassione la nostra più autentica umanità.

- SprayNews - Monica Macchioni

SUL MONTE CON GESU', PER TORNARE TRA I GIOVANI CON UNA LUCE NUOVA

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione del Signore, la festa del Santissimo Salvatore.

Sul monte Tabor, davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù lascia intravedere la sua gloria, il suo volto risplende, le sue vesti diventano candide come la luce e il Padre indica al mondo la strada: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo.»

Questa festa cade in un tempo speciale, per molte comunità parrocchiali agosto conclude il cammino estivo degli oratori, dei campi scuola, dei pellegrinaggi e delle tante esperienze condivise con bambini, adolescenti e giovani.

È il momento in cui si raccolgono i frutti di settimane vissute insieme, tra giochi, preghiera, servizio e amicizia.

In questi mesi ho avuto la gioia di vedere tanti ragazzi mettersi in gioco con entusiasmo, ho visto animatori donare tempo ed energie senza chiedere nulla in cambio.

Ho visto giovani capaci di sorprendere con la loro generosità, la loro disponibilità e il desiderio sincero di costruire relazioni autentiche.

Spesso si dice che i giovani abbiano perso i valori, io continuo a credere il contrario.

I giovani non hanno smesso di cercare il bene; aspettano qualcuno che creda in loro, che li ascolti, che cammini accanto a loro senza giudicarli.

Hanno bisogno di adulti credibili, di educatori coerenti, di sacerdoti che sappiano indicare Cristo non solo con le parole, ma con la propria vita.

La Trasfigurazione ci insegna proprio questo, Gesù sale sul Monte con i suoi discepoli, ma non vi rimane, dopo aver mostrato loro la luce della sua gloria, li conduce nuovamente nella valle, dove li attendono la vita quotidiana, le sfide e le persone da amare.

Anche l’oratorio è un piccolo Tabor, è il luogo dove un ragazzo può sentirsi accolto, dove può scoprire il valore della fraternità, impara che la fede non è un insieme di regole, ma l’incontro con una Persona viva che cambia il cuore.

Ogni estate trascorsa accanto ai giovani ci ricorda che educare è un’opera di speranza, non sempre vediamo subito i risultati, molti semi restano nascosti nel terreno, ma il Vangelo ci insegna che il seme buono, quando trova un cuore disponibile, porta frutto a suo tempo.

Per questo il compito della comunità cristiana non termina con la fine dell’oratorio estivo, continua ogni giorno, nelle famiglie, nella catechesi, nelle scuole, negli ambienti di vita.

I giovani non hanno bisogno di essere rincorsi con proposte sempre nuove; hanno bisogno di sentirsi amati, accompagnati e guardati con fiducia.

La luce contemplata sul Tabor diventa allora una missione, non possiamo custodirla soltanto per noi stessi. Siamo chiamati a portarla nelle case, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle periferie dell’anima, soprattutto là dove tanti ragazzi cercano un motivo per sperare.

Tra pochi giorni celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.

Se sul Tabor contempliamo la gloria del Figlio, in Maria vediamo la creatura che quella luce l’ha accolta pienamente, è Lei, Madre premurosa, che continua a prendere per mano i nostri giovani e a condurli verso Cristo.

Affidiamo al Santissimo Salvatore tutti i ragazzi incontrati durante questa estate, le loro famiglie, gli educatori, gli animatori e quanti ogni giorno spendono la propria vita per seminare il Vangelo.

Il Signore custodisca ciò che è stato costruito con amore e renda ciascuno di noi riflesso della sua luce.

Perché il mondo non ha bisogno di cristiani che brillano di luce propria, ma di uomini e donne che, come la luna riflette il sole, sappiano riflettere la luce di Cristo nella vita di ogni giorno.

- SprayNews - Monica Macchioni

IL CORAGGIO DI ESSERE AUTENTICI

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Di Letizia Bonelli

Viviamo nell’epoca della comunicazione infinita e paradossalmente, della verità sempre più rara.

Ogni giorno siamo travolti da parole, immagini, proclami, indignazioni e sorrisi confezionati per essere applauditi, ma dietro questa apparente trasparenza si nasconde una domanda che inquieta ogni coscienza libera: siamo diventati ipocriti, cinici o semplicemente falsi?

L’ipocrisia è la più antica delle maschere, non nasce con i social network né con la politica contemporanea, ma da quando l’uomo ha scoperto che mostrarsi virtuoso poteva essere più conveniente che esserlo davvero.

L’ipocrita non è necessariamente cattivo, è spesso un individuo che teme il giudizio più della propria coscienza.

Vive nell’eterna ricerca dell’approvazione, costruendo un personaggio che gli permetta di sopravvivere nel teatro sociale. Il cinismo è diverso, è la rinuncia deliberata alla speranza.

Il cinico osserva il bene con sospetto e interpreta ogni gesto altruistico come interesse nascosto, ha smesso di credere nella gratuità, nella bontà, nell’onestà.

La sua intelligenza, anziché illuminare, diventa un bisturi che disseziona ogni ideale fino a privarlo della vita.

La falsità, invece, è qualcosa di ancora più profondo; non riguarda soltanto ciò che diciamo agli altri, ma ciò che raccontiamo a noi stessi, è il tradimento della propria identità.

Si può fingere un’emozione, un affetto, una fede, perfino un dolore, ma prima o poi la realtà presenta il conto, perché nessuno riesce a vivere a lungo contro la propria verità.

L’Illuminismo ci ha consegnato un’eredità straordinaria: il coraggio di pensare, sapere aude, scriveva Immanuel Kant, abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza.

Non era soltanto un invito alla conoscenza, ma un’esortazione morale.

Pensare significa assumersi la responsabilità delle proprie idee, anche quando risultano scomode.

Chi pensa davvero non ha bisogno di fingere, eppure il nostro tempo sembra avere sostituito la ragione con la convenienza.

L’opinione cambia con il vento, i principi seguono il consenso, la morale si adatta alle circostanze.

Non si cerca più ciò che è giusto, ma ciò che conviene apparire.

Forse il vero problema non è l’ipocrisia né il cinismo. Il vero dramma è la perdita dell’autenticità.

Viviamo circondati da persone che parlano continuamente di empatia senza ascoltare, di libertà mentre giudicano, di inclusione mentre escludono chi non appartiene al proprio gruppo, di giustizia finché essa non sfiora i propri interessi.

La filosofia ci insegna che l’uomo non è ciò che proclama, ma ciò che compie quando nessuno lo osserva. È nella solitudine che emerge la nostra identità più autentica.

Lì non esistono applausi, né “mi piace”, né consenso, esiste soltanto la coscienza.

Forse dovremmo tornare a una virtù oggi quasi dimenticata: la coerenza, non quella ostentata, perfetta e irraggiungibile, ma quella fatta di piccoli gesti quotidiani.

Essere uguali davanti allo specchio e davanti al mondo.

La storia dimostra che le grandi civiltà non sono crollate per mancanza di ricchezza o di tecnologia.

Sono cadute quando hanno smesso di distinguere l’apparenza dalla sostanza, quando la verità è diventata un’opinione e la dignità un accessorio.

L’essere umano non ha bisogno di sembrare migliore , ha bisogno di diventarlo ed è proprio qui che nasce la speranza, perché l’ipocrisia può essere abbandonata, il cinismo può essere disarmato e la falsità può essere sconfitta.

Ma tutto questo richiede un atto di coraggio: guardarsi dentro senza filtri.

La rivoluzione più difficile non è cambiare il mondo, è smettere di mentire a se stessi.

«La luce della ragione non serve a illuminare gli altri, ma a impedire che la nostra coscienza resti al buio.»

- SprayNews - Monica Macchioni

SANT'ANNA A SAN GIOACCHINO: LE RADICI CHE INSEGNANO ANCORA A FIORIRE

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Il mondo avrà sempre bisogno di intelligenza, ma ancora di più avrà bisogno di coscienze illuminate. Avrà bisogno di tecnologia, ma soprattutto di santità.

Ci sono santi che parlano attraverso le imprese e santi che parlano attraverso il silenzio.

Sant’Anna e San Gioacchino appartengono a questa seconda categoria.

Il Vangelo non riporta una loro parola, eppure la loro vita continua a parlare con una forza che attraversa i secoli.

Essi sono le radici dell’albero più bello della storia della salvezza.

Hanno custodito Maria e Maria ha custodito il Verbo fatto carne.

Ogni volta che contempliamo Sant’Anna e San Gioacchino comprendiamo che Dio ama costruire il futuro partendo dalle famiglie, dalle mani che accarezzano, dalle ginocchia sulle quali un bambino impara a pregare, dagli occhi che insegnano a distinguere il bene dal male.

Oggi viviamo in un tempo straordinario e allo stesso tempo, fragile.

L’intelligenza artificiale cresce con una velocità sorprendente.

Le macchine imparano, gli algoritmi decidono, gli schermi catturano il nostro sguardo, ma nessuna tecnologia potrà mai insegnare ciò che una nonna trasmette con una carezza, ciò che un nonno comunica con la sua presenza, ciò che una famiglia costruisce con la fedeltà quotidiana.

La tecnologia può elaborare informazioni, ma non genera misericordia, può rispondere alle domande, ma non può amare, può imitare il linguaggio del cuore, ma non possiede un cuore.

Sant’Anna ci insegna la tenerezza che educa.

San Gioacchino ci ricorda la forza discreta di chi sostiene senza cercare applausi. In loro vediamo la bellezza della pazienza, quella virtù che il mondo considera debolezza e che invece, è una delle forme più alte dell’amore.

Verba docent, exempla trahunt: le parole insegnano, ma gli esempi trascinano. È questa la loro grande lezione.

Ogni giorno incontro i ragazzi dell’oratorio; nei loro occhi vedo sogni meravigliosi, ma anche tante domande.

Vivono in un mondo dove tutto sembra immediato: un clic, un messaggio, una risposta, eppure il cuore umano continua ad avere bisogno dello stesso nutrimento di sempre: essere ascoltato, accolto, sentirsi amato senza condizioni.

Ai miei giovani vorrei dire di non avere paura del progresso. La Chiesa non teme la scienza né l’innovazione.

Teme soltanto che il progresso dimentichi l’uomo, perché quando la tecnica corre più veloce della coscienza, il rischio è quello di costruire un futuro ricco di strumenti, ma povero di senso.

Sant’Anna e San Gioacchino ci ricordano che nessuno diventa grande da solo.

Ognuno di noi è il frutto di qualcuno che ha pregato, sofferto, sperato e creduto prima di noi.

Siamo figli di una storia che non possiamo cancellare senza perdere noi stessi.

L’oratorio, allora, non è soltanto un luogo dove trascorrere qualche ora, è una casa, una scuola di umanità, è il laboratorio dove il Vangelo diventa vita, amicizia, servizio, sorriso condiviso, mano tesa a chi rimane indietro.

Vorrei che ogni ragazzo imparasse a guardare i propri nonni come una biblioteca vivente.

Essi custodiscono una sapienza che nessun motore di ricerca potrà mai indicizzare.

Hanno conosciuto il sacrificio, il valore dell’attesa, la dignità del lavoro, la forza della fede quando tutto sembrava crollare.

Radices altae, fructus sancti: radici profonde generano frutti santi.

Sant’Anna è il grembo della speranza.

È la donna che ci insegna che educare significa amare senza possedere.

San Gioacchino è il padre silenzioso che ci ricorda come l’autorità più autentica non nasca dal potere, ma dall’esempio.

In un tempo in cui molti cercano followers, loro ci insegnano a formare discepoli. In un tempo in cui tutto è visibilità, essi ci parlano della santità nascosta.

In un tempo in cui spesso si misura il valore con il successo, ci ricordano che davanti a Dio conta soltanto l’amore vissuto.

Ecco perché oggi affido tutti i nostri bambini, i ragazzi degli oratori, le famiglie, i nonni e gli educatori all’intercessione di Sant’Anna e San Gioacchino.

Essi ci insegnino a custodire la fede come si custodisce una fiamma: con delicatezza, con perseveranza e con infinita fiducia.

Perché il mondo avrà sempre bisogno di intelligenza, ma ancora di più avrà bisogno di coscienze illuminate. Avrà bisogno di tecnologia, ma soprattutto di santità.

E il futuro dell’umanità continuerà a nascere, come è sempre accaduto, da una famiglia che sa pregare, amare e sperare.

Che Sant’Anna e San Gioacchino ci aiutino a non perdere mai ciò che rende davvero umano il nostro cuore: la capacità di amare Dio e, attraverso Dio, ogni fratello che incontriamo sul nostro cammino.

- SprayNews - Monica Macchioni

L'EMPATIA: UN ATTO RIVOLUZIONARIO

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Di Letizia Bonelli

Viviamo nell’epoca della conoscenza, ma non sempre della coscienza.

Abbiamo imparato a parlare con il mondo intero, ma spesso abbiamo dimenticato come parlare al cuore di chi ci siede accanto.

Possediamo tecnologie capaci di attraversare gli oceani in pochi istanti, eppure non riusciamo più ad attraversare la distanza che separa un’anima dall’altra.

È questa la più grande contraddizione del XXI secolo.

L’empatia è il più alto atto di intelligenza che l’essere umano possa compiere.

Non è una semplice emozione, né un gesto di cortesia.

È una forma di conoscenza.

È la capacità di uscire dai confini del proprio ego per abitare, anche solo per un istante, l’universo interiore di un altro essere umano.

Platone sosteneva che l’uomo è chiamato a ricordare il Bene. Levinas ci ha insegnato che il volto dell’altro è una responsabilità prima ancora che un incontro.

Martin Buber ci ha ricordato che la vita autentica nasce soltanto nella relazione dell’«Io-Tu». Viktor Frankl, sopravvissuto all’orrore dei campi di concentramento, comprese che anche nel dolore più estremo l’uomo conserva la libertà di scegliere il significato da dare alla propria esistenza.

Queste riflessioni non appartengono al passato. Sono una bussola per il presente.

L’universo stesso sembra suggerirci una legge silenziosa: nulla esiste da solo.

Le stelle vivono in costellazioni, gli alberi dialogano attraverso le radici, gli oceani si muovono seguendo l’abbraccio della luna.

Tutto è relazione.

Tutto è interdipendenza.

Solo l’uomo moderno si illude di poter bastare a sé stesso.

Ma nessuno si salva da solo!

Essere positivi nel XXI secolo non significa ignorare le guerre, le ingiustizie, le solitudini o le paure. Significa scegliere di non diventare simili al male che combattiamo. Significa custodire la propria umanità mentre tutto sembra spingerci verso l’indifferenza.

La vera positività è un atto di resistenza morale, sorridere senza superficialità, perdonare senza dimenticare, rialzarsi senza coltivare vendetta, continuare a credere nell’uomo, anche quando l’uomo sembra aver smesso di credere in sé stesso.

Oggi l’intelligenza artificiale calcola, gli algoritmi prevedono, le macchine apprendono, ma nessuna tecnologia può sostituire una carezza, uno sguardo che comprende, un silenzio condiviso, una mano tesa verso chi sta cadendo.

La vera superiorità dell’essere umano non consiste nel costruire macchine sempre più perfette, ma nel conservare ciò che nessuna macchina potrà mai replicare: la compassione, il dubbio morale, la tenerezza, la capacità di amare senza pretendere nulla in cambio.

L’empatia è il linguaggio nascosto dell’universo.

È la forza invisibile che tiene insieme la civiltà.

Ogni volta che comprendiamo il dolore di qualcuno, spezziamo una catena di violenza.

Ogni volta che scegliamo la gentilezza invece dell’arroganza, rendiamo il mondo un luogo più abitabile.

L’Illuminismo ci ha insegnato a liberare la mente dalle catene dell’ignoranza.

Oggi dobbiamo compiere un passo ulteriore: liberare il cuore dall’indifferenza.

Perché il vero progresso non sarà misurato dalla velocità delle nostre reti digitali, ma dalla profondità delle nostre relazioni umane.

Forse il futuro non appartiene agli uomini più potenti, né ai più ricchi, né ai più influenti.

Apparterrà a coloro che avranno il coraggio di restare profondamente umani.

Perché quando l’empatia diventa cultura, la dignità smette di essere un diritto scritto sulla carta e diventa il respiro stesso dell’umanità.

L’universo non ha bisogno di uomini perfetti. Ha bisogno di uomini capaci di riconoscersi gli uni negli altri.

L’empatia è l’unica luce che nessuna oscurità riuscirà mai a spegnere.

- SprayNews - Monica Macchioni

UN PARTENARIATO STRATEGICO PER SVILUPPARE NUOVI MODELLI DIN INCLUSIONEE PROGETTI DI VITA TRA LE COOPERATIVE SOCIALI CONSENSO E BORGO BLU

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Di Sonia Giugno

La scorsa settimana, l’8 luglio 2026, la cooperativa sociale ConSenso di Caltanissetta e la cooperativa sociale Borgo Blu hanno firmato a Mazara del Vallo una convenzione quadro di partenariato strategico finalizzata allo sviluppo di modelli innovativi di inclusione, Progetti di Vita e welfare di comunità.

Caltanissetta - Mazzara del Vallo:

L’accordo, sottoscritto dalla referente di ConSenso Roberta Italiano e dal presidente di Borgo Blu Piero Titone, ha sancito l’avvio di una collaborazione stabile tra due realtà che condividono una visione centrata sulla persona, sulle sue potenzialità e sul diritto a costruire un futuro possibile.

La convenzione ha riconosciuto il valore della cooperazione sociale come strumento capace di generare cambiamento e di promuovere risposte nuove ai bisogni delle famiglie e delle comunità.

ConSenso, forte della propria esperienza nella presa in carico di persone con disturbo dello spettro autistico e disabilità attraverso modelli multidisciplinari fondati sulla personalizzazione degli interventi, e Borgo Blu, attiva nei servizi educativi e inclusivi, hanno scelto di unire competenze e visioni per costruire percorsi che accompagnino la persona lungo tutto l’arco della vita.

Il partenariato ha previsto la progettazione e la sperimentazione di interventi orientati all’autodeterminazione, allo sviluppo delle autonomie personali e sociali, alla partecipazione attiva e all’integrazione tra servizi pubblici, privato sociale e comunità. Particolare attenzione è stata dedicata alla prospettiva del Durante e Dopo di Noi, con l’obiettivo di promuovere esperienze di autonomia abitativa, convivenze assistite e contesti inclusivi capaci di garantire continuità, dignità e qualità della vita.

La convenzione ha inoltre previsto la collaborazione nella realizzazione di laboratori professionalizzanti, attività artigianali e produttive, agricoltura e ristorazione sociale, esperienze formative protette e percorsi di avvicinamento al lavoro, riconoscendo l’attività lavorativa come esperienza educativa e identitaria.

Le equipe delle due cooperative si sono impegnate a condividere metodologie, formazione, supervisione e ricerca, valorizzando la relazione educativa come elemento centrale del cambiamento.

Le Parti hanno stabilito la possibilità di partecipare congiuntamente a bandi, avvisi pubblici, programmi regionali, nazionali ed europei, nonché a procedure di coprogettazione con enti pubblici, definendo di volta in volta ruoli, responsabilità e aspetti organizzativi.

L’accordo, privo di obblighi economici automatici, ha posto al centro la trasparenza, la sostenibilità e la qualità dei servizi, con l’impegno condiviso a tutelare la dignità, la libertà e l’autodeterminazione delle persone coinvolte nei percorsi educativi e inclusivi.

La firma della convenzione ha rappresentato un passo significativo nella costruzione di una rete capace di immaginare nuovi modelli di welfare di comunità, nei quali ogni persona possa sentirsi riconosciuta, utile e parte attiva del proprio contesto di vita.

- SprayNews - Monica Macchioni

L'ANNICCHILIMENTO DELL'ANIMA. L'ULTIMA ESTATE DELL'UOMO

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Di Letizia Bonelli

C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, senza paura della risposta, dove sono finiti i giovani?

Non i loro corpi, quelli sono ancora sulle spiagge, nelle piazze, nei locali, seduti accanto agli amici.

È la loro presenza ad essersi rarefatta.

Sono lì, eppure altrove, lo sguardo non incontra più l’orizzonte, ma un display.

Le dita scorrono veloci, mentre il tempo, silenziosamente, scivola via.

L’estate, che per secoli è stata il tempo della scoperta, della libertà e della costruzione dell’identità, oggi rischia di trasformarsi nella stagione dell’assenza.

È un fenomeno che non riguarda soltanto le nuove generazioni,ma l’uomo in generale.

La filosofia chiamerebbe questa condizione annichilimento: non la morte del corpo, ma il lento dissolversi della coscienza.

L’uomo continua a respirare, a parlare, a consumare esperienze, ma smette progressivamente di abitare sé stesso, è un esilio interiore.

Martin Heidegger parlava dell’oblio dell’Essere, quel momento in cui l’uomo dimentica la domanda fondamentale della propria esistenza e si lascia trascinare dall’inautenticità.

Oggi quella profezia sembra assumere una forma nuova: non è più il rumore della folla a distrarci, ma il brusio incessante degli algoritmi.

L’uomo contemporaneo non è prigioniero della tecnologia, è prigioniero della propria distrazione.

Platone, nel mito della caverna, descrive uomini incatenati che scambiano le ombre per la realtà, Venticinque secoli dopo abbiamo costruito caverne luminose che portiamo nelle tasche.

Le immagini scorrono senza fine e, lentamente, convincono milioni di persone che ciò che appare valga più di ciò che è.

Abbiamo trasformato il riflesso in sostanza, l’immagine in identità, il consenso in verità, eppure il cuore dell’uomo continua ad avere la stessa sete di sempre.

La Kabbalah insegna che l’universo nasce dalla tensione tra la Luce infinita e il vaso chiamato ad accoglierla, ma quel vaso può infrangersi quando non è preparato a custodire un’energia tanto grande.

È una metafora potente della condizione umana: possediamo strumenti sempre più sofisticati, ma spesso una fragilità interiore che fatica a sostenerli.

Il problema non è la Luce, ma è il vaso.

L’intelligenza artificiale è una delle più grandi espressioni dell’ingegno umano, può accelerare la conoscenza, aiutare la medicina, migliorare il lavoro, aprire orizzonti impensabili, ma nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire l’intelligenza spirituale, quella che insegna a distinguere l’utile dall’essenziale, il rumore dalla verità, l’informazione dalla sapienza, per questo sarebbe un errore attribuire alle macchine la responsabilità della nostra crisi.

Le macchine amplificano, sono gli uomini a scegliere la direzione. Il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi più intelligente dell’uomo è che l’uomo rinunci alla propria intelligenza contemplativa, che perda la capacità di fermarsi davanti al mare senza fotografarlo, di ascoltare il vento senza indossare auricolari, di amare senza dover dimostrare e soffrire senza cercare immediatamente una distrazioni e restare solo senza sentirsi vuoto.

Forse Nietzsche aveva intuito il destino dell’Occidente quando annunciava l’avvento del nichilismo: il momento in cui i valori perdono consistenza e tutto sembra equivalersi, ma il nichilismo di oggi è ancora più sottile.

Non urla.

Non distrugge.

Seduce. Intrattiene.

Riempie ogni istante, lasciando però l’anima affamata.

L’annichilimento contemporaneo non ha il volto della disperazione, ha quello dell’intrattenimento permanente, è un sorriso che nasconde il silenzio.

Una connessione continua che produce isolamento.

Una libertà apparente che finisce per generare dipendenza.

Così il mare diventa scenografia,
il tramonto contenuto,
l’amicizia una notifica,
l’amore un algoritmo e l’uomo, lentamente, smette di riconoscersi. La nostra epoca ha bisogno di una nuova educazione dello sguardo.

Non basta insegnare ai giovani a usare la tecnologia, occorre insegnare loro quando spegnerla, perché esistono lezioni che nessun software potrà mai impartire.

Quelle della sabbia che scotta sotto i piedi, di un libro letto all’ombra di un albero, una conversazione che cambia la vita,un silenzio condiviso, una lacrima che nessuna emoticon potrà mai tradurre.

Forse la più grande rivoluzione del XXI secolo non sarà costruire macchine capaci di imitare l’uomo, ma ritrovare uomini capaci di non imitare le macchine; perché una civiltà non tramonta quando inventa strumenti potenti.

Tramonta quando dimentica che il suo bene più prezioso non è l’intelligenza che produce, ma la coscienza che custodisce e finché un ragazzo saprà ancora alzare gli occhi dal proprio schermo per contemplare il mare, ascoltare il silenzio e interrogare l’infinito, nessuna tecnologia avrà vinto davvero, perché il futuro dell’umanità non dipenderà dalla potenza dei suoi algoritmi, ma dalla profondità della sua anima.

- SprayNews - Monica Macchioni

IL MARX CAPITALISMO

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Insieme all'autore Lorenzo Vanni saranno opresenti Marco Rizzo, leader di Democrazia Sovrana e Popolare e Anastasia Frascati.

Il giorno 16/07/2026 a Roma presso il Bar da Vanni in
Via Col di Lana, 10 alle ore 21:00 presentazione del nuovo libro di Lorenzo Vanni
"|| Ma(r)xcapitalismo", il nuovo mondo

NOSTRA SIGNORA DEL MONTE CARMELO: QUELLA MONTAGNA INTERIORE CHE I GIOVANI CERCANO MA DI CUI NON SANNO NULLA

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Viviamo in un mondo di connessione costante e paradossalmente di profonda solitudine. Ogni giorno migliaia di giovani cliccano su immagini, parole, video, sentimenti artificiali, ma dentro di loro c'è una domanda a cui nessun algoritmo può rispondere: chi mi insegnerà a vivere veramente?

È una domanda antica quanto l'umanità.

Ecco perché la festa della Nostra Signora del Monte Carmelo non appartiene al passato,è una celebrazione incredibilmente futuristica, la risposta di Dio a una generazione che ha bisogno non di essere intrattenuta, ma di essere trovata.

Il Monte Carmelo non è solo una località geografica nella Terra Santa, è un simbolo del viaggio verso l'anima; devi lasciare qualcosa alla base di ogni montagna: peso, orgoglio, paura, rumore.

Nessuno raggiunge la vetta aggrappandosi alle proprie catene e forse questo è il grande dramma del nostro tempo: abbiamo tutto ciò che ci permette di comunicare, ma abbiamo dimenticato come entrare nel silenzio.

Maria del Carmelo ci insegna proprio questo, non impone, non grida, non conquista con la forza, aspetta!!!

Viviamo in un mondo che valorizza i "mi piace", il successo, la visibilità e l'apparenza.

Maria parla il linguaggio dell'essenziale,ci insegna che il cuore cresce quando è svuotato dall'egoismo e riempito dalla presenza di Dio.

L'oratorio, più che mai ora, è chiamato il piccolo Monte Carmelo dei nostri quartieri e un luogo dove trascorrere qualche ora, non solo un luogo in cui un giovane può sentirsi accolto prima di essere giudicato, ascoltato prima di essere corretto, amato prima di essere cambiato.

La fede non nasce dalla paura, ma dall'incontro. Ogni giovane ha una sete infinita, a volte la cercano nelle dipendenze, nelle relazioni sbagliate, nelle apparenze, nell'eccesso e pensano che avere qualcosa sia sufficiente per sentirsi completi, ma il cuore umano non è stato creato per accumulare, ma per amare.

Nostra Signora del Monte Carmelo ci insegna che non sfuggiamo alla libertà perché facciamo ciò che vogliamo, ma perché facciamo ciò che siamo chiamati a fare. Anche lo Scapolare del Carmelo, che spesso è ridotto a un umile oggetto di devozione, ha un significato molto più grande, non è un amuleto in sé e non è una scommessa sicura per la salvezza, è un'affermazione di appartenenza, la decisione di vestire Cristo con Maria ogni giorno.

È un "sì" ogni mattina.

Maria insegna la fedeltà in un mondo in cui l'identità cambia così rapidamente. In una cultura che consuma tutto, insegna la custodia. In un tempo che corre, insegna l'attesa e forse è proprio l'attesa che i giovani devono riscoprire di più.

La fretta crea consumatori, l'attesa forma uomini.

Ogni educatore, ogni sacerdote, ogni catechista dovrebbe chiedersi se sta semplicemente trasmettendo informazioni o se sta accompagnando qualcuno in una trasformazione interiore.

Educare è produrre speranza.

Nostra Signora del Monte Carmelo ha ancora uomini e donne feriti, famiglie stanche, anziani soli, bambini in cerca di un futuro e giovani in cerca di direzione.

Non promette una vita senza croci, promette di non lasciarci mai soli mentre le portiamo e questa è la rivoluzione silenziosa del Vangelo.

Non per sbarazzarsi del dolore, ma per attraversarlo insieme.

In un'epoca di tutto temporaneo, Maria rimane, è alla Croce, è nella Chiesa, è con i suoi figli e continua a indicarci suo Figlio con la stessa semplicità di duemila anni fa.

Il Monte Carmelo, forse, non è lontano, è nel cuore di ogni giovane che decide di rialzarsi dopo una caduta.

È l'oratorio che apre le sue porte, non le chiude.

È una famiglia che torna a pregare insieme.

È un educatore che sceglie di ascoltare, non di condannare.

È una comunità che riconosce che la santità non è una fuga dalla realtà; è il modo di occuparla.

Se possiamo aiutare i giovani a riscoprire questa montagna interiore, allora la festa della Nostra Signora del Monte Carmelo non sarà solo un evento liturgico, diventerà un viaggio e forse, nel silenzio di quel viaggio, molti scopriranno che Dio li ha aspettati per tutto il tempo, con la pazienza e la tenerezza di una Madre.

- SprayNews - Monica Macchioni