CI SONO PORTE CHE SI APRONO SOLTANTO QUANDO IMPARIAMO A DIVENTARE PICCOLI

Tempo di lettura: 3 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono porte che nella vita non si aprono con la forza; non servono titoli, denaro, prestigio o conoscenze.

Davanti a certe porte, tutto ciò che il mondo considera importante perde valore.

Sono le porte dell’anima, per attraversarle occorre imparare ciò che il nostro tempo sembra avere dimenticato: diventare piccoli senza essere insignificanti, umili senza perdere dignità, fragili senza vergognarsi della propria fragilità.

Il Vangelo parla spesso attraverso immagini semplici e radicali, una di queste è quella della porta stretta.

Non è l’immagine di un Dio che respinge o costruisce ostacoli.

La porta è stretta perché alcune cose non possono attraversarla insieme a noi: l’orgoglio, l’indifferenza, la superbia, l’ossessione di apparire e l’abitudine ad assistere alla sofferenza senza sentirci coinvolti. Passa l’uomo, spogliato delle sue maschere.

Qui il messaggio cristiano incontra una grande contraddizione del nostro tempo.

Abbiamo costruito un mondo dalle porte spalancate verso ciò che possiamo consumare e sempre più strette verso ciò che possiamo condividere.

Possiamo comunicare con l’altra parte del pianeta e non accorgerci della solitudine di chi vive accanto a noi. Possiamo avere migliaia di contatti e non trovare nessuno a cui raccontare una paura.

Possiamo mostrare ogni istante della nostra vita e diventare invisibili gli uni agli altri.

La tecnologia non è il nemico, il problema nasce quando lo strumento prende il posto dell’uomo: quando l’algoritmo conosce i desideri dei nostri ragazzi prima ancora che loro conoscano se stessi, quando il consenso diventa misura del valore personale, quando un adolescente pensa: se nessuno mi guarda, forse non valgo abbastanza.

È qui che la comunità cristiana deve avere il coraggio di essere controcorrente, ed è qui che penso agli oratori.

L’oratorio non può essere soltanto uno spazio per organizzare attività.

Deve essere una piccola officina dell’umano: un luogo dove un ragazzo scopra di non dover dimostrare continuamente qualcosa per meritare amore; dove si possa perdere una partita, sbagliare, ricominciare.

Un luogo dove il più fragile non venga soltanto tollerato, ma cercato; dove una persona con disabilità non sia “quella da includere”, perché appartiene già alla comunità.

C’è una differenza profonda tra includere qualcuno e riconoscere che appartiene già a noi.

Cristo ha sovvertito le classifiche degli uomini. Ha guardato chi veniva evitato, ascoltato chi non aveva voce e rimesso al centro chi era stato spinto ai margini, è questa la rivoluzione degli ultimi.

Gli ultimi non sono una categoria sociologica: hanno nomi, volti e famiglie.

Sono il ragazzo che ride con gli altri e poi torna a casa sentendosi solo; la madre stanca che combatte per un figlio fragile; il padre che nasconde la vergogna dopo aver perso il lavoro; l’anziano che lascia il televisore acceso per sentire una voce; chi non chiede più aiuto perché troppe volte nessuno ha risposto.

Una Chiesa che non vede queste persone rischia di avere edifici pieni e cuori vuoti.

La fede non si misura dalla quantità delle parole che pronunciamo su Dio, ma da quanto Dio trasforma il nostro modo di guardare l’uomo, possiamo conoscere le preghiere e non conoscere la misericordia; frequentare i luoghi sacri e passare accanto a una vita ferita; parlare di Cristo senza riconoscerlo in chi ha bisogno di noi.

Abbiamo corde: dal profondo del cuore.

È lì che comincia la conversione autentica: non nell’apparenza religiosa, ma quando smettiamo di chiederci che cosa gli altri possano fare per noi e iniziamo a domandarci: “Per chi posso diventare una porta aperta?”

Per un giovane?

Per una famiglia?

Per chi vive una disabilità?

Per una persona che ha sbagliato e cerca la forza di ricominciare?

Il compito più urgente degli adulti non è consegnare ai giovani un mondo perfetto, perché non lo abbiamo; è offrire loro luoghi nei quali possano ancora sentirsi umani: luoghi dove il tempo venga condiviso e qualcuno sappia dire:“Io ti ascolto.”

Per questo continuerò a credere negli oratori, nelle comunità, nelle famiglie che resistono, negli educatori, nei sacerdoti che conoscono i ragazzi per nome e nelle persone che apparecchiano una tavola aggiungendo sempre una sedia.

Il cristianesimo, prima di essere una teoria sul Cielo, è una maniera diversa di abitare la terra; forse abbiamo cercato Dio troppo spesso verso l’alto e Lui continua a indicarci chi abbiamo accanto.

La porta può essere stretta, ma davanti a quella porta non conta quanto siamo diventati grandi agli occhi del mondo, ma quante volte abbiamo saputo farci piccoli per non lasciare indietro nessuno.

Alla fine resterà una sola domanda.

Non quanto siamo stati importanti, ma quanto amore abbiamo lasciato dietro di noi.

- SprayNews - Monica Macchioni

LOLA STAR SI CONFESSA A “IL GRAFFIO”

Tempo di lettura: 5 minuti

“SONO UNA DRAG QUEEN CHE VIVE E SI ESIBISCE ANCHE ALLA LUCE DEL SOLE. GUIDO TANTISSIMI GIOVANI ANIMATORI E ALLA POLITICA DICO: BASTA ODIO, LE NUOVE GENERAZIONI MERITANO ESEMPI MIGLIORI. AGLI LGBT: DIAMOCI UNA SVEGLIATA E SENTIAMOCI DAVVERO COMUNITA’ ”

Lola Star Il trasformista Francesco “MrCubanito” Gibilaro è l’anima della drag più amata in Romagna.

Tra i suoi modelli: Whoopi Goldberg e Vladimir Luxuria.

Sogno di lavorare stabilmente in teatro e di esibirmi nella mia Sicilia da cui sono stato costretto a scappare da giovane. 

Lontano da mia mamma, scomparsa tre anni fa. 

A lei dedico tutto il mio lavoro

Di Monica Macchioni

Lola Star è stata uno dei fenomeni dell’estate romagnola. Un tour di oltre 50 date lungo tutta la rivi
era, la direzione artistica del Rimini Village per il suo alter ego, Francesco “MrCubanito” Gibilaro, 35 anni,
trasformista e anima del personaggio drag più amato della Romagna che in esclusiva a Il Graffio dice la sua a 360 gradi sul mondo dello spettacol o ma anche sul tema dei diritti civili lgbt per i quali Francesco, sia in versione MrCubanito, sia Lola Star, è impegnato da oltre dieci anni, soprattutto nella lotta all’omotransfobia.

Lola Star, anzitutto che estate è stata?

“Una stagione straordinaria che come e più delle altre mi ha travolta.

A Rimini vivo in una realtà speciale,
forse dovuta alla magia intrinseca alla città di Fellini, cantata da grandissimi cantautori come Fabrizio De
André e Lucio Dalla, dove anche una drag queen può essere amata da tutti e, vi sorprenderà, fare spettacoli anche in pieno giorno sulla spiaggia…

Qualcosa che fino a pochi anni fa era semplicemente impensabile”.

Eppure anche questa estate continuiamo a sentire episodi di omotransfobia grave. Anche ad opera di giovanissi mi, a volte minorenni. Lei nasce animatore e ora continua a vivere quel mondo come formatore. Che idea si è fatto?

“Purtroppo è vero e inevitabile.

Negli ultimi dieci anni con l’aumento della libertà e della visibilità delle persone lgbt singole o in coppi a c’è stata una recrudescenza di intolleranza e violenza.

I giovani di oggi, gli adolescenti, sono una materia complessa.

Purtroppo l’adolescenza e gli anni immediatamente successivi, fino ai 18/19 anni, ovvero l’età che hanno anche i miei animatori, è fo rtemente permeabile.

E se attorno percepiscono idee e vivono in un contesto di rispetto, civiltà, inclusione, loro stessi diventano messaggeri di quei valori.

Ma se, dalla politica ai social, come in questo periodo escono solo parole, concetti estremi, spe sso
anche molto violenti che istigano all’odio e alla violenza contro ogni diversità, ecco che rischiamo seriamente di fare un salto indietro di mezzo secolo. Purtroppo la politica non aiuta. E ahimé nemmeno la politica gay”.

Cosa rimprovera alla politica e cosa alla politica gay?

“Alla politica rimprovero di aver dimenticato il significato della parola ‘politica’.

A scuola ci avevano insegnato che la politica doveva puntare al bene della ‘polis’, cioè della città, ovvero al bene comune.

Oggi anziché diffon dere questo tipo di valori e cultura, la politica punta sulla paura delle persone e non si
preoccupa di diffondere lei stessa odio per un presunto tornaconto elettorale.

Non parlo di destra e sinistra perché, purtroppo, mi sembrano perfettamente interscamb iabili e questo certo non è un bene”.

La politica gay continua a coincidere solo con la sinistra?

“In realtà no.

Sto vedendo movimenti interessanti anche a destra.

Penso al coraggio di una ragazza come Francesca Pascale che in qualche modo è diventata un riferimento.

Ma è da sola e pur affermando idee giuste completamente inascoltata nel centrodestra.

Nel centrosinistra quelli che sono diventati deputati e senatori hanno difeso un po’ la loro rendita di posizione.

Ultimo triste esempio il ddl Zan. L

a sinistra l’ha trasformato in un manifesto elettorale divisivo per spostare più elettori gay possibile ancora a sinistra…

Fatto sta che la legge contro l’omofobia non è stata approvata e anche molti italiani lgbt+ hanno votato convintamente Giorgia Meloni.

A tutte e tutti noi dico: diamoci una svegliata.

Creiamo davvero questa comunità che in Italia è sempre esistita solo a parole e mai per davvero”.

Ma oggi a destra c’è anche una prospettiva oltre la Meloni: il generale Vannacci. Si è fatta un’idea su di lui?

“Intanto non lo chiamerei più generale ma onorevole, eurodeputato dove è stato eletto con i voti della Lega.

Sentir parlare di remigrazione sinceramente nel 2026 non ha senso perché non è una soluzione per l’immigrazione, come certo non lo è neppure il modello spagnolo dell’invasione indiscriminata subita a Ceuta.

Sul tema dei diritti lgbt, poi, sentir dire che i gay possono guidare e essere curati in ospedale è deprimente, offensivo  e denota  – non fosse bastato il suo  libro  di irragionevole  successo  – una severa ignoranza sul tema dell’orientamento sessuale-affettivo e dei diritti che ne conseguono.

Due volte più grave perché in Europa, anche in partiti di estrema destra, c’è una maggiore apertura sul tema. Vorrei che anche la premier Meloni lo ricordasse perché ha già dialogato in passato con la comunità lgbt.

Quanto a Vannacci vorrei, invece, che la smettesse di aizzare quella che lui stesso chiama la feccia.

E’ un uomo di mondo a 360 gradi.

Le sue raffinate vestaglie estive parlano per lui…”. (Sorride).

confessa

Ricordiamo tutti un’immagine di una ventina di anni fa. Angela Merkel, la ex cancelliera tedesca di centrodestra, che dialogava in parlamento con una parlamentare in abiti da drag… 

“La ricordo e faceva anche sorridere.

Soprattutto perché in quegli stessi anni in Italia abbiamo avuto, per un paio d’anni, deputata la bravissima Vladimir Luxuria, per la quale provo affetto e gratitudine particolari, che invece quasi si doveva vestire da suora per farsi ‘accettare’ in aula.

Sono passati vent’anni e non credo la situazione sia migliorata…”

Affetto e gratitudine per Luxuria, perché?

“Anzitutto perché è un’icona.

Ha fatto davvero la storia del movimento lgbt in Italia dialogando sempre con tutti senza pregiudizi e con umiltà nonostante il talento assoluto nel mondo dello spettacolo ma anche della letteratura.

E poi perché è stata l’unica, ad oggi, che mi ha preso per mano dieci anni fa e, raccontando la mia storia, mi ha fatto esibire sul palco del Gay Village a Roma”.

Qual è la sua storia?

“La storia di un ragazzo non binario che è dovuto fuggire dalla sua terra, la provincia di Caltanissetta, dove sono nato e dove ho lasciato i miei affetti, la mia famiglia e soprattutto la mia mamma che purtroppo ho perso da tre anni…

A lei, alla sua memoria dedico tutto il mio lavoro   e la voglia di libertà che cerco di trasmettere anche ai giovani animatori così come al pubblico.

Non smettere di sentirsi liberi, soprattutto liberi di sognare.

Anche se oggi è davvero complicato…

Ma forse proprio per questo dobbiamo crederci ancora di più”.

A  Ferragosto l’abbiamo vista in abiti da suora.  Non ha avuto paura di essere accusata di blasfemia?

“No, perché era un omaggio a una grande assoluta del mondo del cinema e dello spettacolo come Whoopi

Goldberg e alla stroboscopica Sister Act. 

Whoopi è un’altra icona fantastica  che adorerei incontrare.

So che viene abbastanza spesso in Italia.

Chissà che il sogno non possa realizzarsi…”

Lei è credente?

“Mi faccio tante domande sul senso della vita.

Vorrei che la fede in Dio aiutasse a superare la grande ferita del   mondo   che   sono   le   guerre   ma  purtroppo   vedo   che   Dio   viene   sempre,   ancora,   da   millenni, strumentalizzato più per farle le guerre che per mettere pace tra i popoli.

Detto questo educo i ragazzi a non bestemmiare perché la rabbia e la mancanza di rispetto che ne consegue non è mai una soluzione.

Invocare Dio significa comunque confidare nell’amore. Per cui bestemmiare significa inneggiare all’odio. E io i ragazzi vorrei salvaguardarli il più possibile da quella che è una malattia sociale gravissima”.

Qual è una sua speranza per il futuro?

“Porta il mio trasformismo in teatro e trovare una dimensione artistica che completi il percorso di Lola Star che ormai fa spettacolo un po’ ovunque da 15 anni. Salire stabilmente su un palcoscenico, raccontare storie,

interpretare è l’orizzonte che sogno e per cui intendo impegnarmi. Anche portando avanti le idee di libertà e dignità umana che sono alla base della mia vita oltre che del mio personaggio. E poi portare il mio spettacolo nella mia terra, a Caltanissetta dove mi piacerebbe ricevere lo stesso affetto ricevuto in Romagna”.

- SprayNews - Monica Macchioni

MARIA ASSUNTA, IL CIELO CHE ENTRA NEI NOSTRI CORTILI

Tempo di lettura: 5 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono feste cristiane che sembrano portarci lontano dalla terra.

L’Assunzione di Maria potrebbe apparire una di queste: lo sguardo sale verso il Cielo, mentre Maria entra nella gloria di Dio eppure, se ne comprendiamo davvero il significato, scopriamo esattamente il contrario.

L’Assunta non ci allontana dalla vita, ci obbliga a prenderla sul serio. Il 15 agosto la Chiesa non celebra una donna che fugge dal mondo, ma una donna la cui esistenza viene accolta interamente da Dio.

Maria è assunta in Cielo in anima e corpo: niente della sua umanità viene scartato; la sua storia, la maternità, le fatiche, le attese, le lacrime, la carne che ha custodito Cristo, il dolore attraversato sotto la Croce: tutto entra nell’eternità.

È una verità teologica immensa e nello stesso tempo, profondamente umana, per Dio nulla di ciò che siamo è insignificante ed è pensando a questo che, alla vigilia dell’Assunta, il mio pensiero torna inevitabilmente ai nostri oratori.

Torna ai cortili pieni di voci, ai palloni che finiscono dove non dovrebbero, alle corse, alle risate.

Torna ai bambini che ti prendono per mano senza chiedere permesso e agli adolescenti che sembrano non voler parlare con nessuno, salvo poi aspettarti alla fine di una giornata per dirti sottovoce: «Don, posso parlarti un momento?».

È anche lì che comprendo il Vangelo, perché l’oratorio non è semplicemente uno spazio della parrocchia e non è un servizio di intrattenimento per tenere occupati i ragazzi.

L’oratorio è un luogo dove la Chiesa impara ogni giorno a farsi casa e una casa cristiana non domanda a chi entra se sia perfetto, accoglie, ascolta,educa, corregge quando è necessario, perdona e soprattutto non abbandona.

Oggi abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei giovani; li descriviamo spesso come una generazione fragile, distratta, impaziente, prigioniera dei telefoni e dei social, ma prima di giudicarli dovremmo avere l’umiltà di domandarci quale mondo abbiamo costruito intorno a loro.

Abbiamo dato loro una società nella quale bisogna apparire prima ancora di imparare a essere.

Abbiamo moltiplicato le connessioni e non sempre le relazioni.

Abbiamo insegnato la velocità e dimenticato l’attesa.

Abbiamo costruito strumenti capaci di conoscere quasi tutto di una persona e rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi vive nella stanza accanto.

Un ragazzo può avere migliaia di contatti e non sapere a chi raccontare una paura.

Può ricevere centinaia di approvazioni e continuare a chiedersi se vale davvero qualcosa,è qui che la comunità cristiana deve tornare a pronunciare parole semplici e rivoluzionarie:tu non vali per quanto appari, non vali per quanti ti seguono, non vali perché vinci, non vali perché sei perfetto, tu vali perché sei figlio.

Maria stessa ce lo insegna, Dio non entra nella storia scegliendo il palazzo più potente, entra nella vita di una giovane donna di Nazareth.

Maria non possiede ricchezze, titoli o potere, possiede qualcosa di infinitamente più grande: la libertà di pronunciare il proprio «Eccomi».

Quell’eccomi dovrebbe tornare a risuonare nei nostri oratori, perché educare un giovane non significa decidere il suo futuro al posto suo.

Significa aiutarlo a scoprire che la propria esistenza è una chiamata e che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa, ma nel comprendere per che cosa valga la pena spendere la propria vita. Maria, poi, non rimane ferma, ricevuto l’annuncio, si alza e raggiunge Elisabetta.

Questa immagine mi è particolarmente cara: Maria porta Dio dentro di sé e proprio per questo va incontro a qualcuno, qui c’è forse una delle definizioni più belle della fede cristiana.

Chi incontra veramente Dio non si chiude, si muove verso l’altro.

Per questo vorrei che i nostri oratori insegnassero ai ragazzi una fede capace di inginocchiarsi davanti all’altare e subito dopo di rimboccarsi le maniche.

Una fede che prega e serve, che celebra e condivide, che sa recitare un’Ave Maria, ma sa anche accorgersi del compagno escluso.

Che parla di carità e poi divide davvero ciò che possiede.

Che non domanda soltanto: «Signore, cosa puoi fare per me?», ma arriva un giorno ad avere il coraggio di chiedere:
«Signore, per chi posso diventare io una risposta?»

È allora che un ragazzo comincia davvero a diventare adulto e qui entrano inevitabilmente le famiglie.

Nessun sacerdote, nessun catechista, nessun educatore può sostituirle, possiamo accompagnare, sostenere, raccogliere qualche pezzo quando la vita si rompe, ma l’educazione ha bisogno di un’alleanza.

Abbiamo bisogno di genitori che tornino a parlare con i figli e soprattutto ad ascoltarli.

Abbiamo bisogno di adulti capaci di dire qualche “no” senza sentirsi in colpa e molti “ti voglio bene” senza vergognarsi. Abbiamo bisogno di comunità nelle quali una famiglia in difficoltà non venga giudicata, ma accompagnata e soprattutto abbiamo bisogno di recuperare la testimonianza, perché i ragazzi possono anche dimenticare molte delle nostre parole, ma difficilmente dimenticheranno come li abbiamo fatti sentire.

C’è poi un messaggio dell’Assunzione particolarmente necessario nel nostro tempo; Maria entra nella gloria anche con il corpo.

In una società ossessionata dal corpo perfetto, giovane, efficiente, esibito e continuamente giudicato, il cristianesimo proclama qualcosa di completamente diverso: il corpo umano possiede una dignità che non dipende dalla bellezza, dall’età, dalla salute o dall’efficienza.

Il corpo fragile dell’anziano ha dignità, il corpo della persona con disabilità ha dignità, il corpo ferito dalla malattia ha dignità. Il corpo che non corrisponde ai modelli imposti ha dignità.

Ogni essere umano possiede una dignità che viene prima di qualsiasi giudizio del mondo, anche questo dobbiamo insegnarlo nei nostri oratori: nessuno è uno scarto.

Nessuno e allora comprendo perché la festa dell’Assunta abbia tanto da dire proprio ai nostri ragazzi.

Maria ci ricorda che siamo fatti per qualcosa di più grande dell’immediato, ma ci insegna anche che il cammino verso il Cielo attraversa necessariamente la terra.

Attraversa le nostre case, le famiglie, i cortili, le amicizie, le ferite, le riconciliazioni.

Attraversa quella porta dell’oratorio che continuiamo a lasciare aperta anche per chi non viene a Messa, per chi si è allontanato, per chi non sa ancora se crede, per chi porta domande difficili e persino per chi pensa che Dio non abbia più nulla da dirgli.

La Chiesa non deve avere paura di questi ragazzi, deve aspettarli e quando arrivano, prima ancora di chiedere loro dove siano stati, dovrebbe riuscire a dire:
«È bello che tu sia qui».

Forse la pastorale giovanile comincia proprio da questa frase. In questo 15 agosto affido allora a Maria Assunta i bambini e i ragazzi dei nostri oratori, quelli che corrono felici e quelli che rimangono in disparte.

Quelli che credono con semplicità e quelli che attraversano il dubbio.

Quelli che hanno famiglie solide e quelli che stanno imparando troppo presto quanto possa essere complicata la vita.

Quelli pieni di sogni e quelli che un sogno non riescono più a trovarlo a tutti vorrei dire: non abbiate paura di alzare lo sguardo; perché il Cielo non è la negazione dei vostri sogni è la misura più grande che possiamo dare alla vita e a noi adulti Maria affida una responsabilità ancora più seria: non limitarci a indicare il Cielo con le parole, ma renderlo credibile attraverso il modo in cui sappiamo amare sulla terra.

Perché un ragazzo crederà più facilmente che Dio non lo abbandona se avrà incontrato almeno un adulto che non lo ha abbandonato.

Crederà nel perdono se qualcuno gli avrà dato la possibilità di ricominciare.

Crederà nella fraternità se avrà trovato una comunità capace di fargli posto.

Crederà nell’amore di Dio quando quell’amore avrà avuto, almeno una volta, un volto umano.

Questo vorrei chiedere a Maria Assunta per i nostri oratori, che rimangano luoghi con le porte aperte, le mani tese e lo sguardo alto.

Luoghi nei quali imparare che la fede non significa fuggire dalla vita, ma entrarci più profondamente, con i piedi nella polvere dei nostri cortili e il cuore rivolto all’eternità, perché forse il Cielo comincia molto prima di quanto immaginiamo.

Comincia ogni volta che un bambino viene accolto, un giovane viene ascoltato, una famiglia viene sostenuta, una fragilità viene rispettata e una persona che si sentiva perduta scopre di avere ancora un posto.

Maria Assunta ci insegni allora ad alzare gli occhi verso il Cielo senza smettere di guardare chi cammina accanto a noi e soprattutto ci insegni una cosa che nei nostri oratori non dovremmo dimenticare mai:
nessuno arriva al Cielo da solo.

Don Enzo Bugea Nobile

- SprayNews - Monica Macchioni

ABBIAMO IMPARATO A ESSERE OVUNQUE, TRANNE CHE DENTRO NOI STESSI

Tempo di lettura: 4 minuti

La solitudine nell’epoca dell’intelligenza artificiale e il diritto di restare umani

Di Letizia Bonelli

C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere.

Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze.

Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.

La triste verità è che sappiamo raggiungere tutti, ma sempre meno noi stessi.

La tecnologia non è il nemico, sarebbe intellettualmente pigro sostenerlo, ha migliorato vite, abbattuto distanze, democratizzato conoscenze e creato possibilità che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrate fantascienza.

Il problema nasce quando uno strumento smette di essere soltanto uno strumento e comincia, lentamente, a modificare il nostro modo di percepirci, è qui che la questione diventa profondamente umana.

L’identità trasformata in rappresentazione, per secoli l’identità è stata qualcosa che si costruiva vivendo, oggi, sempre più spesso, viene costruita mentre viene mostrata.

Non ci limitiamo più a essere, documentiamo il nostro essere.

Fotografiamo un luogo prima ancora di guardarlo; rendiamo pubblica un’emozione mentre forse non abbiamo ancora avuto il tempo di comprenderla. Trasformiamo momenti privati in contenuti e quasi senza accorgercene, cominciamo a osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri.

È una rivoluzione antropologica prima ancora che tecnologica, perché quando l’approvazione diventa misurabile un numero di visualizzazioni, di reazioni, di follower esiste il rischio che anche il valore personale finisca per essere percepito come qualcosa di misurabile, ma la dignità umana non possiede un contatore.

Un uomo non vale di più perché viene guardato da centomila persone e non vale di meno perché nessuno ha messo un “mi piace” alla sua giornata.

Sembra un’ovvietà, eppure abbiamo costruito un sistema economico gigantesco proprio sulla nostra necessità di essere visti.

La memoria che non dimentica, c’è poi un’altra contraddizione, che conosco bene anche professionalmente,
l’essere umano dimentica, la rete, molto meno.

Un errore compiuto a vent’anni può ricomparire a quaranta.

Una fotografia, una vicenda giudiziaria, una frase infelice, un articolo, un’accusa, persino un fatto ormai superato possono continuare a definire digitalmente una persona anni dopo, ed è qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una materia per giuristi.

Diventa una domanda sulla civiltà, abbiamo diritto a cambiare?

E, soprattutto, abbiamo diritto a non essere identificati per tutta la vita con ciò che siamo stati in un determinato momento?

Una società incapace di dimenticare rischia di diventare anche una società incapace di perdonare, non significa cancellare la storia né manipolare la verità.

Significa riconoscere una cosa molto più semplice: la verità di una persona non può essere ridotta a una pagina indicizzata da un motore di ricerca.

Noi siamo anche ciò che abbiamo fatto dopo.

Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, gli errori che abbiamo compreso, le persone che siamo riusciti a diventare.

Tempus fugit, dicevano i latini.

Nel mondo digitale, invece, il tempo passa, ma spesso le tracce restano immobili.

Ed è forse una delle grandi questioni etiche che dovremo affrontare nei prossimi anni.

La generazione che deve essere vista, penso soprattutto ai ragazzi, non perché siano più fragili delle generazioni precedenti, ma perché stanno affrontando qualcosa che nessuna generazione precedente ha dovuto affrontare nelle stesse dimensioni.

Devono diventare adulti mentre vengono osservati, scoprire il proprio corpo mentre il corpo è continuamente confrontato con altri corpi, devono comprendere chi sono mentre qualcuno suggerisce loro, attraverso un algoritmo, chi dovrebbero essere e devono persino imparare a sbagliare sapendo che uno sbaglio può essere fotografato, registrato, condiviso e conservato.

Noi potevamo avere un’adolescenza sbagliata, loro rischiano di avere un’adolescenza archiviata, la differenza è enorme.

Per questo educare oggi non può significare semplicemente limitare uno smartphone.

Bisogna insegnare qualcosa di molto più difficile: la capacità di non dipendere dallo sguardo degli altri per sapere chi siamo.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e siamo entrati in una fase ancora più complessa.

Una macchina oggi può scrivere, tradurre, elaborare immagini, imitare una voce, suggerire decisioni, conversare, domani farà molto di più, non credo abbia senso averne paura.

Credo invece sia necessario avere coscienza del confine, perché la domanda decisiva non è fino a che punto diventerà intelligente una macchina.

La domanda è quanto resteremo umani noi.

Se deleghiamo la memoria, la scrittura, la scelta, la creatività e persino la compagnia, dovremo essere ancora più gelosi di ciò che non può essere delegato: il giudizio, la responsabilità, l’empatia, il dubbio, soprattutto il dubbio.

Una macchina può fornire una risposta in pochi secondi, ma alcune delle domande più importanti della vita hanno avuto bisogno di anni per trovare una risposta e qualche volta non l’hanno trovata affatto,anche questo è essere umani. Il lusso del silenzio, forse per questo, proprio nei giorni in cui milioni di persone partono, fotografano, raccontano e pubblicano, dovremmo riscoprire un piccolo gesto rivoluzionario, non mostrare tutto, conservare qualcosa, un tramonto che non diventi una storia, una cena senza fotografie, una persona ascoltata senza guardare lo schermo, un dolore che non abbia bisogno di diventare pubblico per essere vero.

Una felicità che non debba essere dimostrata a nessuno, non è nostalgia del passato è difesa dell’intimità e l’intimità, nel mondo della sovraesposizione, rischia di diventare uno degli ultimi territori autenticamente liberi.
Hannah Arendt ci ha insegnato quanto sia fondamentale distinguere ciò che appartiene allo spazio pubblico da ciò che deve poter restare privato.

Oggi quel confine è diventato sottilissimo, sta a noi ridisegnarlo perché possiamo costruire algoritmi straordinari, città intelligenti, realtà artificiali e macchine capaci di parlare come noi.

Ma nessuna innovazione potrà stabilire quanto vale una persona.

Nessun motore di ricerca potrà contenere interamente una vita.

Nessun algoritmo dovrebbe avere l’ultima parola sulla nostra identità.

Il futuro tecnologico arriverà comunque, ed è giusto che arrivi.

La vera sfida sarà un’altra, fare in modo che, mentre costruiamo macchine sempre più simili all’uomo, l’uomo non finisca per diventare sempre più simile a una macchina; perché forse il progresso più difficile non sarà andare più veloci. Sarà ricordarci, ogni tanto, dove stavamo andando.

- SprayNews - Monica Macchioni

RICCIONE, È LOLA STAR LA NUOVA PERLA: DOMANI SERA AL NEREIDAS BEACH CLUB LA VEDETTE SARÀ IN GIURIA PER “MISS REGINETTA D’ITALIA”

Tempo di lettura: 2 minuti

Sarà la prima drag queen in Italia a fare da giurata in un concorso di bellezza nazionale. A Ferragosto nuovo appuntamento con il “Variety Show” più ricercato nella riviera romagnola

Il tour estivo 2026 di Lola Star arriva a Riccione per un doppio appuntamento (8 e 15 agosto) che vedrà la “vedette” più amata della riviera approdare nella Perla, sul palcoscenico del “Nereidas Beach Club” (Viale D’Annunzio - Spiaggia 138).

Domani sera Lola Star sarà la prima drag queen in Italia in giuria per un concorso nazionale di bellezza femminile. Oltre allo show del trasformista 35enne di origini siciliane, Francesco Gibilaro, “anima” di Lola Star, domani sera l’artista en travestì sarà tra i giurati della semifinale di Miss Reginetta d’Italia, presente la miss in carica Asia Pilot.

Nel corso del drag show che vedrà Lola Star affiancata dalla ballerina e coreografa Asia “Raise” Rubino vedremo le performance più esilaranti di Lola Star: da AnnaLola, il suo personale tributo a Annalisa, a Elodie, fino ai personaggi amatissimi anche dai più piccoli: Elsa di Frozen e Rumi di

K-Pop Demon Hunters per arrivare alla novità d’essai: l’omaggio di Lola a Whoopi Goldberg per la prima volta in abiti da suora nei panni della indimenticabile Suor Maria Claretta, direttrice del coro nei due film Sister Act.

“È un grande piacere tornare a Riccione nella settimana più importante dell’anno” ha detto Lola Star. “Giudicare la bellezza e il talento delle aspiranti reginette d’Italia lo considero un premio all’eleganza ironica ma mai volgare che in quindici anni abbiamo portato su palcoscenici di ogni genere. Senza badare alle etichette lgbt+ ecc. Fino a oggi mi hanno spesso descritta come ‘drag queen per tutta la famiglia’ ora vorrà dire che diventerò anche a misura di…miss. O meglio le miss dovranno essere a misura della Lola!!!” conclude con una battuta il simpatico trasformista pronto a vestire i panni di una inedita giurata drag.

- SprayNews - Monica Macchioni

ABBIAMO IMPARATO A FOTOGRAFARE TUTTO, MA NON A GUARDARE NIENTE

Tempo di lettura: 2 minuti

Di Letizia Bonelli

Viviamo nell’epoca dell’immagine, ogni istante viene catturato, condiviso, archiviato.

Fotografiamo i tramonti senza guardarli davvero, i concerti senza ascoltarli fino in fondo, i volti delle persone che amiamo senza soffermarci nei loro occhi.

Abbiamo trasformato la memoria in un archivio digitale e la presenza in una notifica.È un paradosso del nostro tempo: possediamo milioni di immagini e sempre meno ricordi autentici.

Un tempo si diceva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima.

Oggi sembrano essere diventati il prolungamento di una fotocamera.

L’esperienza non viene più vissuta per ciò che è, ma per ciò che potrà apparire agli altri, l’emozione cede il passo alla rappresentazione, così rischiamo di smarrire il valore più prezioso: lo sguardo.

Guardare è molto diverso dal vedere.

Vedere è un atto biologico; guardare è una scelta, significa fermarsi, ascoltare il silenzio di un paesaggio, cogliere la stanchezza nascosta nel volto di una persona, riconoscere la bellezza di ciò che non chiede attenzione.

Lo sguardo autentico richiede tempo, e il tempo è diventato il bene più raro della nostra epoca.

Corriamo senza sosta, scorriamo migliaia di immagini con il dito, ma raramente permettiamo a una di esse di attraversarci.

Consumiamo emozioni con la stessa velocità con cui cambiamo schermata, nulla sedimenta davvero, perché tutto deve essere immediatamente sostituito da qualcosa di nuovo.

La tecnologia non è il nemico; sarebbe ingiusto attribuirle colpe che appartengono alle nostre abitudini.

Le fotografie continueranno a raccontare la nostra storia e rappresentano uno straordinario patrimonio della memoria umana.

Il problema nasce quando l’immagine sostituisce l’esperienza e la condivisione prende il posto della contemplazione.

Esiste una bellezza che nessun obiettivo riesce a catturare, è la bellezza di una mano che stringe un’altra senza bisogno di essere fotografata, il sorriso di un bambino osservato senza distrazioni, il volto di un anziano che racconta la propria vita mentre qualcuno lo ascolta davvero.

È il silenzio di una chiesa, il rumore del mare, il profumo della terra dopo la pioggia.

Sono istanti che nessun algoritmo potrà restituire nella loro interezza.

Forse dovremmo concederci il coraggio di vivere alcuni momenti senza il desiderio di dimostrare di averli vissuti.

Lasciare il telefono in tasca, alzare gli occhi, respirare, accettare che non tutto debba essere pubblicato, commentato o approvato.

Le emozioni più profonde non cercano spettatori.

Abbiamo imparato a immortalare ogni frammento della nostra esistenza, ma rischiamo di perdere il privilegio di abitarla davvero.

Eppure la vita continua a parlarci con discrezione: nel volto di chi ci passa accanto, nella luce che cambia durante il giorno, nelle parole non dette, negli incontri che nessuna fotografia potrà mai raccontare completamente.

Forse il futuro non avrà bisogno di persone capaci di produrre più immagini, ma di donne e uomini capaci di tornare a guardare.

Perché è nello sguardo che nasce la comprensione, dalla comprensione la compassione e dalla compassione la nostra più autentica umanità.

- SprayNews - Monica Macchioni

SUL MONTE CON GESU', PER TORNARE TRA I GIOVANI CON UNA LUCE NUOVA

Tempo di lettura: 2 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione del Signore, la festa del Santissimo Salvatore.

Sul monte Tabor, davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù lascia intravedere la sua gloria, il suo volto risplende, le sue vesti diventano candide come la luce e il Padre indica al mondo la strada: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo.»

Questa festa cade in un tempo speciale, per molte comunità parrocchiali agosto conclude il cammino estivo degli oratori, dei campi scuola, dei pellegrinaggi e delle tante esperienze condivise con bambini, adolescenti e giovani.

È il momento in cui si raccolgono i frutti di settimane vissute insieme, tra giochi, preghiera, servizio e amicizia.

In questi mesi ho avuto la gioia di vedere tanti ragazzi mettersi in gioco con entusiasmo, ho visto animatori donare tempo ed energie senza chiedere nulla in cambio.

Ho visto giovani capaci di sorprendere con la loro generosità, la loro disponibilità e il desiderio sincero di costruire relazioni autentiche.

Spesso si dice che i giovani abbiano perso i valori, io continuo a credere il contrario.

I giovani non hanno smesso di cercare il bene; aspettano qualcuno che creda in loro, che li ascolti, che cammini accanto a loro senza giudicarli.

Hanno bisogno di adulti credibili, di educatori coerenti, di sacerdoti che sappiano indicare Cristo non solo con le parole, ma con la propria vita.

La Trasfigurazione ci insegna proprio questo, Gesù sale sul Monte con i suoi discepoli, ma non vi rimane, dopo aver mostrato loro la luce della sua gloria, li conduce nuovamente nella valle, dove li attendono la vita quotidiana, le sfide e le persone da amare.

Anche l’oratorio è un piccolo Tabor, è il luogo dove un ragazzo può sentirsi accolto, dove può scoprire il valore della fraternità, impara che la fede non è un insieme di regole, ma l’incontro con una Persona viva che cambia il cuore.

Ogni estate trascorsa accanto ai giovani ci ricorda che educare è un’opera di speranza, non sempre vediamo subito i risultati, molti semi restano nascosti nel terreno, ma il Vangelo ci insegna che il seme buono, quando trova un cuore disponibile, porta frutto a suo tempo.

Per questo il compito della comunità cristiana non termina con la fine dell’oratorio estivo, continua ogni giorno, nelle famiglie, nella catechesi, nelle scuole, negli ambienti di vita.

I giovani non hanno bisogno di essere rincorsi con proposte sempre nuove; hanno bisogno di sentirsi amati, accompagnati e guardati con fiducia.

La luce contemplata sul Tabor diventa allora una missione, non possiamo custodirla soltanto per noi stessi. Siamo chiamati a portarla nelle case, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle periferie dell’anima, soprattutto là dove tanti ragazzi cercano un motivo per sperare.

Tra pochi giorni celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.

Se sul Tabor contempliamo la gloria del Figlio, in Maria vediamo la creatura che quella luce l’ha accolta pienamente, è Lei, Madre premurosa, che continua a prendere per mano i nostri giovani e a condurli verso Cristo.

Affidiamo al Santissimo Salvatore tutti i ragazzi incontrati durante questa estate, le loro famiglie, gli educatori, gli animatori e quanti ogni giorno spendono la propria vita per seminare il Vangelo.

Il Signore custodisca ciò che è stato costruito con amore e renda ciascuno di noi riflesso della sua luce.

Perché il mondo non ha bisogno di cristiani che brillano di luce propria, ma di uomini e donne che, come la luna riflette il sole, sappiano riflettere la luce di Cristo nella vita di ogni giorno.

- SprayNews - Monica Macchioni

IL CORAGGIO DI ESSERE AUTENTICI

Tempo di lettura: 2 minuti

Di Letizia Bonelli

Viviamo nell’epoca della comunicazione infinita e paradossalmente, della verità sempre più rara.

Ogni giorno siamo travolti da parole, immagini, proclami, indignazioni e sorrisi confezionati per essere applauditi, ma dietro questa apparente trasparenza si nasconde una domanda che inquieta ogni coscienza libera: siamo diventati ipocriti, cinici o semplicemente falsi?

L’ipocrisia è la più antica delle maschere, non nasce con i social network né con la politica contemporanea, ma da quando l’uomo ha scoperto che mostrarsi virtuoso poteva essere più conveniente che esserlo davvero.

L’ipocrita non è necessariamente cattivo, è spesso un individuo che teme il giudizio più della propria coscienza.

Vive nell’eterna ricerca dell’approvazione, costruendo un personaggio che gli permetta di sopravvivere nel teatro sociale. Il cinismo è diverso, è la rinuncia deliberata alla speranza.

Il cinico osserva il bene con sospetto e interpreta ogni gesto altruistico come interesse nascosto, ha smesso di credere nella gratuità, nella bontà, nell’onestà.

La sua intelligenza, anziché illuminare, diventa un bisturi che disseziona ogni ideale fino a privarlo della vita.

La falsità, invece, è qualcosa di ancora più profondo; non riguarda soltanto ciò che diciamo agli altri, ma ciò che raccontiamo a noi stessi, è il tradimento della propria identità.

Si può fingere un’emozione, un affetto, una fede, perfino un dolore, ma prima o poi la realtà presenta il conto, perché nessuno riesce a vivere a lungo contro la propria verità.

L’Illuminismo ci ha consegnato un’eredità straordinaria: il coraggio di pensare, sapere aude, scriveva Immanuel Kant, abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza.

Non era soltanto un invito alla conoscenza, ma un’esortazione morale.

Pensare significa assumersi la responsabilità delle proprie idee, anche quando risultano scomode.

Chi pensa davvero non ha bisogno di fingere, eppure il nostro tempo sembra avere sostituito la ragione con la convenienza.

L’opinione cambia con il vento, i principi seguono il consenso, la morale si adatta alle circostanze.

Non si cerca più ciò che è giusto, ma ciò che conviene apparire.

Forse il vero problema non è l’ipocrisia né il cinismo. Il vero dramma è la perdita dell’autenticità.

Viviamo circondati da persone che parlano continuamente di empatia senza ascoltare, di libertà mentre giudicano, di inclusione mentre escludono chi non appartiene al proprio gruppo, di giustizia finché essa non sfiora i propri interessi.

La filosofia ci insegna che l’uomo non è ciò che proclama, ma ciò che compie quando nessuno lo osserva. È nella solitudine che emerge la nostra identità più autentica.

Lì non esistono applausi, né “mi piace”, né consenso, esiste soltanto la coscienza.

Forse dovremmo tornare a una virtù oggi quasi dimenticata: la coerenza, non quella ostentata, perfetta e irraggiungibile, ma quella fatta di piccoli gesti quotidiani.

Essere uguali davanti allo specchio e davanti al mondo.

La storia dimostra che le grandi civiltà non sono crollate per mancanza di ricchezza o di tecnologia.

Sono cadute quando hanno smesso di distinguere l’apparenza dalla sostanza, quando la verità è diventata un’opinione e la dignità un accessorio.

L’essere umano non ha bisogno di sembrare migliore , ha bisogno di diventarlo ed è proprio qui che nasce la speranza, perché l’ipocrisia può essere abbandonata, il cinismo può essere disarmato e la falsità può essere sconfitta.

Ma tutto questo richiede un atto di coraggio: guardarsi dentro senza filtri.

La rivoluzione più difficile non è cambiare il mondo, è smettere di mentire a se stessi.

«La luce della ragione non serve a illuminare gli altri, ma a impedire che la nostra coscienza resti al buio.»

- SprayNews - Monica Macchioni

SANT'ANNA A SAN GIOACCHINO: LE RADICI CHE INSEGNANO ANCORA A FIORIRE

Tempo di lettura: 3 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Il mondo avrà sempre bisogno di intelligenza, ma ancora di più avrà bisogno di coscienze illuminate. Avrà bisogno di tecnologia, ma soprattutto di santità.

Ci sono santi che parlano attraverso le imprese e santi che parlano attraverso il silenzio.

Sant’Anna e San Gioacchino appartengono a questa seconda categoria.

Il Vangelo non riporta una loro parola, eppure la loro vita continua a parlare con una forza che attraversa i secoli.

Essi sono le radici dell’albero più bello della storia della salvezza.

Hanno custodito Maria e Maria ha custodito il Verbo fatto carne.

Ogni volta che contempliamo Sant’Anna e San Gioacchino comprendiamo che Dio ama costruire il futuro partendo dalle famiglie, dalle mani che accarezzano, dalle ginocchia sulle quali un bambino impara a pregare, dagli occhi che insegnano a distinguere il bene dal male.

Oggi viviamo in un tempo straordinario e allo stesso tempo, fragile.

L’intelligenza artificiale cresce con una velocità sorprendente.

Le macchine imparano, gli algoritmi decidono, gli schermi catturano il nostro sguardo, ma nessuna tecnologia potrà mai insegnare ciò che una nonna trasmette con una carezza, ciò che un nonno comunica con la sua presenza, ciò che una famiglia costruisce con la fedeltà quotidiana.

La tecnologia può elaborare informazioni, ma non genera misericordia, può rispondere alle domande, ma non può amare, può imitare il linguaggio del cuore, ma non possiede un cuore.

Sant’Anna ci insegna la tenerezza che educa.

San Gioacchino ci ricorda la forza discreta di chi sostiene senza cercare applausi. In loro vediamo la bellezza della pazienza, quella virtù che il mondo considera debolezza e che invece, è una delle forme più alte dell’amore.

Verba docent, exempla trahunt: le parole insegnano, ma gli esempi trascinano. È questa la loro grande lezione.

Ogni giorno incontro i ragazzi dell’oratorio; nei loro occhi vedo sogni meravigliosi, ma anche tante domande.

Vivono in un mondo dove tutto sembra immediato: un clic, un messaggio, una risposta, eppure il cuore umano continua ad avere bisogno dello stesso nutrimento di sempre: essere ascoltato, accolto, sentirsi amato senza condizioni.

Ai miei giovani vorrei dire di non avere paura del progresso. La Chiesa non teme la scienza né l’innovazione.

Teme soltanto che il progresso dimentichi l’uomo, perché quando la tecnica corre più veloce della coscienza, il rischio è quello di costruire un futuro ricco di strumenti, ma povero di senso.

Sant’Anna e San Gioacchino ci ricordano che nessuno diventa grande da solo.

Ognuno di noi è il frutto di qualcuno che ha pregato, sofferto, sperato e creduto prima di noi.

Siamo figli di una storia che non possiamo cancellare senza perdere noi stessi.

L’oratorio, allora, non è soltanto un luogo dove trascorrere qualche ora, è una casa, una scuola di umanità, è il laboratorio dove il Vangelo diventa vita, amicizia, servizio, sorriso condiviso, mano tesa a chi rimane indietro.

Vorrei che ogni ragazzo imparasse a guardare i propri nonni come una biblioteca vivente.

Essi custodiscono una sapienza che nessun motore di ricerca potrà mai indicizzare.

Hanno conosciuto il sacrificio, il valore dell’attesa, la dignità del lavoro, la forza della fede quando tutto sembrava crollare.

Radices altae, fructus sancti: radici profonde generano frutti santi.

Sant’Anna è il grembo della speranza.

È la donna che ci insegna che educare significa amare senza possedere.

San Gioacchino è il padre silenzioso che ci ricorda come l’autorità più autentica non nasca dal potere, ma dall’esempio.

In un tempo in cui molti cercano followers, loro ci insegnano a formare discepoli. In un tempo in cui tutto è visibilità, essi ci parlano della santità nascosta.

In un tempo in cui spesso si misura il valore con il successo, ci ricordano che davanti a Dio conta soltanto l’amore vissuto.

Ecco perché oggi affido tutti i nostri bambini, i ragazzi degli oratori, le famiglie, i nonni e gli educatori all’intercessione di Sant’Anna e San Gioacchino.

Essi ci insegnino a custodire la fede come si custodisce una fiamma: con delicatezza, con perseveranza e con infinita fiducia.

Perché il mondo avrà sempre bisogno di intelligenza, ma ancora di più avrà bisogno di coscienze illuminate. Avrà bisogno di tecnologia, ma soprattutto di santità.

E il futuro dell’umanità continuerà a nascere, come è sempre accaduto, da una famiglia che sa pregare, amare e sperare.

Che Sant’Anna e San Gioacchino ci aiutino a non perdere mai ciò che rende davvero umano il nostro cuore: la capacità di amare Dio e, attraverso Dio, ogni fratello che incontriamo sul nostro cammino.

- SprayNews - Monica Macchioni

L'EMPATIA: UN ATTO RIVOLUZIONARIO

Tempo di lettura: 2 minuti

Di Letizia Bonelli

Viviamo nell’epoca della conoscenza, ma non sempre della coscienza.

Abbiamo imparato a parlare con il mondo intero, ma spesso abbiamo dimenticato come parlare al cuore di chi ci siede accanto.

Possediamo tecnologie capaci di attraversare gli oceani in pochi istanti, eppure non riusciamo più ad attraversare la distanza che separa un’anima dall’altra.

È questa la più grande contraddizione del XXI secolo.

L’empatia è il più alto atto di intelligenza che l’essere umano possa compiere.

Non è una semplice emozione, né un gesto di cortesia.

È una forma di conoscenza.

È la capacità di uscire dai confini del proprio ego per abitare, anche solo per un istante, l’universo interiore di un altro essere umano.

Platone sosteneva che l’uomo è chiamato a ricordare il Bene. Levinas ci ha insegnato che il volto dell’altro è una responsabilità prima ancora che un incontro.

Martin Buber ci ha ricordato che la vita autentica nasce soltanto nella relazione dell’«Io-Tu». Viktor Frankl, sopravvissuto all’orrore dei campi di concentramento, comprese che anche nel dolore più estremo l’uomo conserva la libertà di scegliere il significato da dare alla propria esistenza.

Queste riflessioni non appartengono al passato. Sono una bussola per il presente.

L’universo stesso sembra suggerirci una legge silenziosa: nulla esiste da solo.

Le stelle vivono in costellazioni, gli alberi dialogano attraverso le radici, gli oceani si muovono seguendo l’abbraccio della luna.

Tutto è relazione.

Tutto è interdipendenza.

Solo l’uomo moderno si illude di poter bastare a sé stesso.

Ma nessuno si salva da solo!

Essere positivi nel XXI secolo non significa ignorare le guerre, le ingiustizie, le solitudini o le paure. Significa scegliere di non diventare simili al male che combattiamo. Significa custodire la propria umanità mentre tutto sembra spingerci verso l’indifferenza.

La vera positività è un atto di resistenza morale, sorridere senza superficialità, perdonare senza dimenticare, rialzarsi senza coltivare vendetta, continuare a credere nell’uomo, anche quando l’uomo sembra aver smesso di credere in sé stesso.

Oggi l’intelligenza artificiale calcola, gli algoritmi prevedono, le macchine apprendono, ma nessuna tecnologia può sostituire una carezza, uno sguardo che comprende, un silenzio condiviso, una mano tesa verso chi sta cadendo.

La vera superiorità dell’essere umano non consiste nel costruire macchine sempre più perfette, ma nel conservare ciò che nessuna macchina potrà mai replicare: la compassione, il dubbio morale, la tenerezza, la capacità di amare senza pretendere nulla in cambio.

L’empatia è il linguaggio nascosto dell’universo.

È la forza invisibile che tiene insieme la civiltà.

Ogni volta che comprendiamo il dolore di qualcuno, spezziamo una catena di violenza.

Ogni volta che scegliamo la gentilezza invece dell’arroganza, rendiamo il mondo un luogo più abitabile.

L’Illuminismo ci ha insegnato a liberare la mente dalle catene dell’ignoranza.

Oggi dobbiamo compiere un passo ulteriore: liberare il cuore dall’indifferenza.

Perché il vero progresso non sarà misurato dalla velocità delle nostre reti digitali, ma dalla profondità delle nostre relazioni umane.

Forse il futuro non appartiene agli uomini più potenti, né ai più ricchi, né ai più influenti.

Apparterrà a coloro che avranno il coraggio di restare profondamente umani.

Perché quando l’empatia diventa cultura, la dignità smette di essere un diritto scritto sulla carta e diventa il respiro stesso dell’umanità.

L’universo non ha bisogno di uomini perfetti. Ha bisogno di uomini capaci di riconoscersi gli uni negli altri.

L’empatia è l’unica luce che nessuna oscurità riuscirà mai a spegnere.

- SprayNews - Monica Macchioni