DICHIARAZIONE DI MERITOCRAZIA ITALIA SULLE MANIFESTAZIONI DI IERI A ROMA

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Ieri la Capitale è stata teatro di manifestazioni che hanno mostrato il volto più cupo e divisivo del dibattito pubblico. Abbiamo visto sfilare slogan e bandiere che hanno mescolato posizioni filoputiniane, episodi di antisemitismo, attacchi simbolici e verbali alla Brigata Ebraica, posizioni apertamente anti-ucraine, esibizione di simboli filo-Hezbollah e filo-regime iraniano, fino a derive propalestinesi che sono sfociate nella violenza.

Per Meritocrazia Italia questi episodi non sono accettabili. Sono l’espressione di un clima di intolleranza che mina le fondamenta stesse della convivenza civile e del rispetto reciproco su cui si regge la nostra democrazia.

La nostra posizione è netta e senza ambiguità. Condanniamo ogni forma di odio razziale e religioso, ogni giustificazione del terrorismo, ogni apologia di regimi che negano libertà e diritti fondamentali, ogni atto di violenza che si maschera da rivendicazione politica. L’antisemitismo non è opinione. Il sostegno a organizzazioni terroristiche non è libertà di espressione. La violenza non è dissenso.

Ma la condanna non può essere il punto di arrivo. Se la risposta fosse solo il rimprovero e la sanzione, rischieremmo di alimentare il muro contro muro, di spingere ulteriormente ai margini chi già vive il disagio e la rabbia, di trasformare le piazze in trincee contrapposte.

Siamo nati per rimettere il merito, la competenza e la responsabilità al centro della vita pubblica. Per noi la politica non è contrapposizione, ma servizio alla comunità. Non è scontro ideologico, ma capacità di selezionare e valorizzare le persone migliori per il bene comune. Non è propaganda, ma lavoro concreto per costruire una società più giusta, più coesa, più libera.

È proprio in nome di questa missione che oggi chiediamo di cambiare metodo.

Dialogo non significa giustificare o relativizzare. Significa riconoscere che una democrazia matura non si difende solo con il divieto, ma anche con l’educazione, con l’ascolto, con la capacità di distinguere tra critica legittima e incitamento all’odio. Significa riportare il dibattito su un piano di razionalità, di fatti, di rispetto della dignità di ogni persona, a prescindere dalla sua fede, dalla sua origine, dalle sue idee.

L’Italia ha bisogno di tornare a parlare con linguaggio civile. Ha bisogno di una cultura del confronto che parta dal rispetto e che arrivi a soluzioni condivise. Ha bisogno di una classe dirigente che non alimenti la polarizzazione per convenienza, ma che abbia il coraggio di unire.

La libertà di manifestare è un pilastro della nostra Costituzione. Ma quando questa libertà viene usata per diffondere odio e divisione, tradisce lo spirito stesso della Repubblica.

Noi scegliamo la via del confronto. Noi scegliamo la via del merito, anche nel linguaggio e nel comportamento. Perché solo una comunità che sa dialogare può restare libera, coesa e forte.

Il Presidente Nazionale

Avv. Walter Mauriello

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MAURIELLO (MERITOCRAZIA ITALIA): AUSPICO APPROFONDITA DISCUSSIONE A MONTECITORIO SUL DECRETO SICUREZZA APPROVATO DAL SENATO

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Alla vigilia dell’inizio della discussione in aula alla Camera dei Deputati del cosiddetto Decreto Sicurezza, approvato la scorsa settimana dal Senato, «Meritocrazia Italia auspica un’approfondita discussione a Montecitorio nonostante i termini forzatamente ristretti, che impongono la conversione in legge entro sabato 25 aprile pena decadenza», afferma il Presidente nazionale del Movimento Walter Mauriello.

«Si tratta di un provvedimento sensibile, che tocca temi di enorme
importanza per l’ordine pubblico ma anche per il posizionamento internazionale dell’Italia e – ultimo ma certo non da ultimo
– per i destini di tanti esseri umani.

Prendo atto della richiesta del Consiglio nazionale forense di eliminare ogni riferimento al proprio coinvolgimento nei programmi di rimpatrio, e proprio per questo sottolineo il peso politico, legislativo e morale del
testo in discussione.

Si profila un acceso scontro con le opposizioni, il che è legittimo e risponde alle esigenze di libera dialettica parlamentare.

Anche il ricorso del Governo alla fiducia è legittimo. Faccio però appello alla saggezza dei gruppi parlamentari alla Camera affinché la discussione non si areni su preconcetti e ostruzionismi ma scenda nel merito di un testo che merita ogni attenzione scevra da preconcetti, da ambo le parti».

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INTERVISTA: MONICA MACCHIONI A PAOLO AMATO

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Di Monica Macchioni

Proseguiamo l’intervista al Rag. Commercialista Paolo Amato, che da oltre 15 anni denuncia una vicenda complessa: prima un presunto tentativo di truffa da circa 500.000 euro da parte di privati, poi – a seguito delle sue denunce – un lungo percorso giudiziario e disciplinare che, secondo quanto afferma, lo avrebbe portato a confrontarsi con un sistema parallelo, da lui stesso paragonato per dinamiche e logiche a vicende già emerse nella cronaca giudiziaria nazionale.

Dopo aver sostenuto spese per oltre 300.000 euro, oggi Amato si trova davanti a un nuovo passaggio decisivo: l’udienza del 20 aprile 2026 presso il Tribunale Civile di Roma.

Rag. Amato, partiamo da un fatto concreto: è stata fissata un’udienza a Roma. Di cosa si tratta esattamente?

Sì, è stata fissata l’udienza per il 20 aprile 2026 presso il Tribunale Civile di Roma, in camera di consiglio .

Questa udienza riguarda il mio ricorso per ottenere l’annullamento della decisione del Consiglio di Disciplina Nazionale del 3 dicembre 2025.

È importante chiarire subito un punto fondamentale:
non stiamo discutendo il merito disciplinare, non perché non sia rilevante, ma perché – secondo un’interpretazione restrittiva adottata in sede disciplinare – il ricorso su quel piano sarebbe limitato a determinati soggetti.

Noi contestiamo la legittimità della decisione amministrativa, che presenta gravi vizi di motivazione, illogicità e violazione di legge.

E lo dico chiaramente:
non si può archiviare richiamando documenti che non vengono mai resi visibili o verificabili, perché secondo le nostre gravi accuse probabilmente inesistenti.


Perché nasce questo ricorso contro il Consiglio di Disciplina Nazionale?

Nasce da un fatto molto semplice ma gravissimo:

il Consiglio di Disciplina Nazionale ha riconosciuto le irregolarità del CDD di Palermo, ma ha comunque deciso di annullare la sanzione disciplinare, definendole “imprecisioni veniali”.

Ora, il punto è questo:

Una decisione senza motivazione è una non-decisione.

E allora la domanda è inevitabile:
come si possono riconoscere errori e poi considerarli irrilevanti?


Quali sono i punti più forti del suo ricorso?

Sono tre.

  1. Mancanza totale e sostanziale di motivazione

La decisione:

richiama documenti senza indicarli concretamente non spiega il percorso logico

lascia tutto a interpretazioni

Il sospetto, che chiediamo venga verificato, è che questi documenti non siano mai stati messi realmente a disposizione o comunque non siano idonei a giustificare la decisione, perché probabilmente non esistono e sarebbe un fatto gravissimo.

  1. Contraddizione evidente

Da una parte:

si riconoscono errori e irregolarità

Dall’altra:

si annulla ogni conseguenza

Questo è un caso tipico di illogicità ed eccesso di potere.

  1. Violazione del principio di legalità

La categoria delle “imprecisioni veniali”:
non esiste nell’ordinamento disciplinare

E faccio un esempio concreto:
se un professionista commette un errore anche minimo, una sanzione c’è sempre.

Qui invece si azzera tutto.

Questo crea:

un precedente pericoloso

una discrezionalità non prevista dalla legge


Lei parla spesso di documenti mai mostrati. Cosa intende?

È il punto centrale.

Si dice che la motivazione sia

Ma:

abbiamo fatto richieste di accesso agli atti più volte

sia 9 volte al CDD di Palermo che per 3 volte al Nazionale

tutte tramite PEC

e ci è sempre stato negato l’accesso con giustificazioni assurde.

Allora la domanda è semplice:
come si può desumere qualcosa da documenti che nessuno può vedere?


Cosa contesta al Consiglio di Disciplina di Palermo?

Fatti concreti:

archiviazioni senza motivazione

mancata risposta a numerose PEC

mancata collaborazione anche con il CDD di Caltanissetta

verbali incompleti o incoerenti

E aggiungo una cosa importante:

se una motivazione fosse realmente esistita, sarebbe bastato esibirla subito
e probabilmente oggi non saremmo qui

Invece non è mai stata prodotta.

E non lo dico io:
lo ha accertato il CDD di Caltanissetta, che ha sanzionato quei comportamenti .


Lei parla di dinamiche interne. Sta facendo accuse?

No. Io non faccio accuse definitive.

Però, dopo anni, i fatti portano a interrogarsi seriamente.

Ho riscontrato:

tentativi di coinvolgermi disciplinarmente poi rivelatisi infondati

archiviazioni senza motivazione

comportamenti anomali già riconosciuti da un organo disciplinare

Questo rende legittimo il dubbio che il sistema non abbia operato con piena autonomia.


Fa riferimento anche a responsabilità più alte?

Io evidenzio un dato oggettivo:

all’epoca dei fatti vi era una determinata governance

e oggi la stessa figura siede in organi nazionali

È quindi legittimo chiedersi se il sistema abbia funzionato in modo realmente indipendente.


Sta dicendo che il sistema si protegge?

Dico che può emergere questa percezione quando:

un organo accerta gravi irregolarità

e un altro organo le ridimensiona fino ad annullarle

A quel punto la domanda è inevitabile:
si sta tutelando la legalità o si stanno evitando conseguenze più ampie, per proteggere un sistema?


La controparte parla di inammissibilità del ricorso.

Sì, ed è un punto centrale.

  1. “Non ha legittimazione”

Non è corretto.

Io sono:

direttamente coinvolto

titolare di un interesse concreto

danneggiato da un procedimento irregolare

La legge 241/90 tutela anche questi casi.

  1. “Non contesta il merito”

Il ricorso è più forte proprio perché: contesta la legalità del procedimento

E aggiungo:
se i documenti esistono, perché non mostrarli?

  1. “Non ci sono vizi”

I vizi:

sono stati accertati

e riconosciuti

ma poi ridimensionati arbitrariamente


Dopo 15 anni, cosa prova?

Sono 15 anni che combatto.

Non sono un avvocato.
Sono un cittadino che crede nell’articolo 3 della Costituzione:

Ma oggi il dubbio viene:

ne è valsa la pena?

Perché il messaggio che passa è pericoloso:

chi sbaglia non paga

chi chiede giustizia viene ostacolato

chi resiste rischia anche di essere penalizzato economicamente

E questo rischia di generare


Cosa si aspetta dal Tribunale?

Tre cose:

  1. Ripristino della legalità
  2. Una decisione realmente motivata
  3. Regole uguali per tutti, senza favoritismi


Un ultimo messaggio?

Io non combatto contro qualcuno.

Difendo un principio:

che le regole valgano per tutti

che le decisioni siano trasparenti

che la giustizia sia verificabile

Perché quando manca la motivazione,
manca la fiducia.

E quando manca la fiducia,
si crea un rischio molto pericoloso per la società.

- SprayNews - Monica Macchioni

MAURIELLO (MERITOCRAZIA ITALIA): «LA UE ACCELERI L'AVVIO DELLA AGE VERIFICATION SUI SITI PORNO: I MINORI VANNO TUTELATI»

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Martedì scorso il Tar del Lazio ha annullato, per contrasto col diritto unionale, la delibera Agcom che imponeva l’obbligo per le piattaforme di verificare la maggiore età degli utenti, così da impedire l’accesso a contenuti pornografici da parte di minorenni.

Secondo il tribunale la delibera non rispetta la direttiva europea sull’e-commerce, per cui nessuno Stato può imporre obblighi ulteriori rispetto a quelli previsti dall’ordinamento dello Stato di origine delle piattaforme.

«È un cavillo cui non deve essere permesso di costituire precedente», commenta il presidente di Meritocrazia Italia Walter Mauriello, «e tutti lo sanno, compresa la UE, che da tempo sta cercando di trovare una soluzione unica rispetto a questo problema.

Purtroppo potrebbero volerci anni, malgrado ad andarci di mezzo sia la sicurezza dei minori.

Meritocrazia Italia fa di questo un punto imprescindibile: ricordo che il nostro testo unico sui social media è all’esame del legislatore, ed è
precisamente mirato alla protezione dei più giovani, che sono anche i più deboli.

Bruxelles ha l’obbligo morale di accelerare i tempi: vigileremo a che una decisione sia presa massimo entro la fine di quest’anno».

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TRUFFE, SAMMARCO (MERITOCRAZIA ITALIA): “ALLARME SPOOFING TELEFONICO, MERITOCRAZIA ITALIA CHIEDE ISTITUZIONE DI UN OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE FRODI DIGITALI”

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La recente recrudescenza di episodi di truffa realizzati mediante la clonazione del numero telefonico delle Forze dell’Ordine impone una riflessione seria e sistemica su un fenomeno che, lungi dall’essere episodico, rappresenta una delle più insidiose evoluzioni della criminalità contemporanea.

Il meccanismo fraudolento, noto come “spoofing telefonico”, si fonda sulla possibilità tecnica, offerta da sistemi VoIP e software dedicati, di alterare il numero chiamante visualizzato sul dispositivo della vittima, facendo apparire come autentico un contatto riconducibile a istituzioni pubbliche, banche o altri soggetti affidabili.

Ne deriva un effetto altamente ingannevole:
il cittadino, vedendo comparire sul proprio telefono il numero reale di un comando dei Carabinieri o di un istituto di credito, è indotto a ritenere genuina la chiamata e ad abbassare le proprie difese.

La dinamica della truffa si articola secondo schemi ormai ricorrenti ma sempre più raffinati.

In una prima fase, la vittima riceve un contatto (talvolta preceduto da un SMS) che segnala un presunto rischio imminente, come un attacco informatico al conto corrente o un’operazione fraudolenta in corso.

Segue quindi la telefonata del sedicente operatore o appartenente alle Forze dell’Ordine che, facendo leva su urgenza e paura, induce il destinatario a compiere azioni immediate: comunicare credenziali bancarie, autorizzare operazioni dispositive oppure effettuare bonifici verso conti indicati come “sicuri”, ma in realtà riconducibili ai truffatori.

In molti casi, la vittima viene persino guidata passo dopo passo nell’esecuzione del bonifico, recandosi fisicamente presso la banca od operando online sotto la pressione psicologica dell’interlocutore.

Sotto il profilo penalistico, tali condotte integrano una pluralità di fattispecie criminose. In primo luogo, si configura il reato di truffa ai sensi dell’art. 640 c.p., aggravato dall’uso di mezzi fraudolenti particolarmente insidiosi e dall’abuso di qualità pubbliche, anche solo simulate.

A ciò si aggiungono ipotesi di sostituzione di persona (art. 494 c.p.), per l’indebita attribuzione dell’identità di appartenenti alle Forze dell’Ordine, nonché accesso abusivo a sistemi informatici (art. 615-ter c.p.) e frode
informatica (art. 640-ter c.p.), qualora vengano acquisiti e utilizzati dati digitali della vittima.

Lo spoofing, pur non essendo tipizzato come reato autonomo, costituisce lo strumento tecnico attraverso cui tali fattispecie vengono realizzate, assumendo quindi piena rilevanza penale nel contesto dell’azione criminosa.

Il dato più allarmante è rappresentato dall’elevato grado di credibilità che queste truffe riescono a raggiungere.

Non si tratta più di raggiri grossolani, ma di vere e proprie operazioni di ingegneria sociale, costruite su misura per sfruttare vulnerabilità emotive e fiducia istituzionale.

L’elemento psicologico (la paura di perdere i propri risparmi o di essere coinvolti in vicende giudiziarie) diventa il vero motore della condotta, portando la vittima ad agire contro il proprio interesse in tempi rapidissimi.

Il fenomeno non può essere affrontato esclusivamente sul piano repressivo, ma richiede una strategia integrata che coinvolga istituzioni, operatori tecnologici e cittadini.

La risposta deve essere multilivello.

In primo luogo, è necessario un rafforzamento normativo e regolatorio in materia di identificazione delle chiamate, imponendo agli operatori telefonici obblighi più stringenti di autenticazione del numero chiamante e sistemi di blocco automatico delle chiamate sospette.

L’introduzione di protocolli tecnici analoghi a quelli già sperimentati in altri ordinamenti (come i sistemi di validazione delle chiamate) potrebbe ridurre significativamente la possibilità di spoofing.

In secondo luogo, appare indispensabile potenziare il coordinamento tra istituti bancari e autorità di vigilanza, prevedendo sistemi di allerta avanzati per operazioni anomale, in particolare bonifici verso conti segnalati o a rischio.

Le banche devono essere poste nelle condizioni (e nell’obbligo) di sospendere temporaneamente operazioni sospette, introducendo meccanismi di “raffreddamento” che consentano verifiche ulteriori prima dell’esecuzione.

Parallelamente, è fondamentale investire in campagne strutturate di educazione digitale e finanziaria.

I cittadini devono essere informati in modo chiaro e continuo sul fatto che nessuna Forza dell’Ordine richiede telefonicamente bonifici o dati sensibili
e che qualsiasi comunicazione di questo tipo deve essere considerata sospetta.

Le iniziative di prevenzione già avviate dalle autorità, pur meritorie, devono essere ampliate e rese capillari.

Meritocrazia Italia propone inoltre l’istituzione di un osservatorio permanente sulle frodi digitali, con il compito di monitorare l’evoluzione delle tecniche di truffa e di fornire linee guida operative aggiornate per cittadini e operatori.

Tale organismo dovrebbe operare in sinergia con le autorità giudiziarie e le forze di polizia, favorendo lo scambio informativo e la tempestiva individuazione delle nuove minacce.

Infine, è necessario intervenire sul piano sanzionatorio e investigativo, rafforzando gli strumenti di tracciabilità dei flussi finanziari e facilitando il congelamento immediato delle somme oggetto di truffa, anche attraverso procedure d’urgenza che riducano i tempi di intervento.
Stop war.
www.meritocrazia.eu

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NATA SGARBI, EDIZIONI PIEMME MONDADORI, IL LIBRO DI EVELINA SGARBI, DA OGGI IN TUTTE LE LIBRERIE D’ITALIA

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EVELINA SGARBI: “QUESTO LIBRO PARLA DI ME MA ANCHE DI NOI. L’HO MANDATO A MIO PADRE CON UNA DEDICA”

Da oggi il libro “Nata Sgarbi” edizioni Piemme Mondadori, e’ presente in tutte le librerie d’Italia.

Nello scrivere il libro ci sono stati momenti in cui ho pianto.

Da un lato fare questo libro mi ha aiutata, come se se si fosse trattato di una corposa e lunghissima seduta psicologia.

Anche mamma ha dovuto integrare coi ricordi di quando avevo un anno.

E’ stato bello rivivere insieme quei momenti, anche se c’è’ stata una sofferenza iniziale che poi si è rivelata positiva.

Oggi sono molto soddisfatta di questo libro e andrò in tutta Italia a presentarlo per far conoscere un po’ più di me.

Ho mandato a mio padre “NATA SGARBI” con una dedica.

Son sicura che se non avesse i soliti filtri gli piacerebbe molto.

Questo libro infatti parla di noi, del rapporto di una figlia col proprio padre intermittente, delle insicurezze nate dalla paura dell’abbandono, della difficoltà ad esprimere i propri sentimenti”.

“Al momento sono single.

A Silvia Toffanin di Verissimo ho fatto una richiesta: che mi mettesse in contatto con Achille Lauro…”.

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ILARIA SALIS, CONESTA' (MOSAP): TRASFORMA UN CONTROLLO IN PROPAGANDA ANTIPOLIZIA

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«Non è stato perso tempo per trasformare un atto dovuto da parte della polizia in propaganda contro le forze dell’ordine».

«ll controllo cui è stata sottoposta l’europarlamentare Ilaria Salis rientra pienamente nei doveri della Polizia di Stato ed è conseguente a una segnalazione proveniente dalla Germania, alla quale le nostre forze dell’ordine erano tenute a dare riscontro.

Non si tratta di “poteri” della Polizia, ma di doveri: un europarlamentare dovrebbe saperlo».

Lo afferma Fabio Conestà, segretario generale del Movimento Sindacale Autonomo di Polizia (Mosap).

«La signora Salis non si è risparmiata e, nel continuare il suo proselitismo politico contro l’attuale esecutivo, ha coinvolto la Polizia di Stato.

Vorrei ricordarle – prosegue Conestà – che la Polizia non è del Governo, ma serve lo Stato con dedizione e senso di responsabilità.

Diffido pubblicamente la Salis e chiunque altro dall’accostare il nome della Polizia di Stato ad azioni di governo di qualsiasi colore politico, o dal far passare uomini e donne in divisa come repressori dei diritti.

Nessuno ha minato il diritto a manifestare della Salis – conclude – ma il fatto che una candidatura possa aver inciso sulla sua posizione giudiziaria non significa che possa essere esonerata dai controlli di polizia, al pari di qualsiasi altro cittadino».

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REFERENDUM, RUVOLO A MELONI: QUASI IL 60 % DEGLI ITALIANI HA SCELTO ANDARE A VOTARE

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Vittoria del NO segnale chiarissimo di cui Meloni, Tajani e Salvini dovrebbero prender atto.

Innanzitutto ciò che balza immediatamente agli occhi e’ l’altissima percentuale di italiani che ha deciso di andare a votare, quasi il 60 per cento, come se si trattasse di una votazione politica.

A nulla quindi sono valsi gli sforzi della premier Meloni di non voler politicizzare questo voto.

Gli italiani, quando sanno di poter contare, vanno volentieri alle urne.

E questo dovrebbe aprire una riflessione più generale sulla necessità e l’urgenza di ridare al popolo la facoltà di scegliere da chi farsi rappresentare e non dover accettare passivamente i desiderata delle segreterie dei partiti.

La via maestra e’ la riforma elettorale con la reintroduzione delle preferenze e del proporzionale, come avviene per le elezioni europee

La vittoria del NO al referendum è stato quindi un chiaro segnale al governo, di cui Meloni, Tajani e Salvini dovrebbero prendere atto.

La Meloni ha dato prova di non convincere più la Nazione.

Quando alle parole non seguono i fatti, si perde in credibilità.

E questo è sotto gli occhi di tutti.

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CARCERI, AVV. CARDILLO CUPO: EVITARE CHE DIVENTINO SCARICATORI SOCIALI, PUNTARE DAVVERO SULLA FUNZIONE RIEDUCATIVA DEL REO, CON MECCANISMI PREMIALI

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ll sistema carcerario italiano vive una crisi senza precedenti che tocca ogni aspetto della giustizia penale, dalle condizioni disumane di detenzione agli errori giudiziari che costano milioni di euro alle casse dello Stato.

I numeri parlano chiaro: al 31 gennaio 2026, nelle carceri italiane erano rinchiuse 63.734 persone a fronte di una capienza regolamentare di 51.271 posti, con un sovraffollamento che in 76 istituti penitenziari raggiunge il 150%, costringendo tre persone a vivere in spazi progettati per due.

La situazione è drammatica e le conseguenze si misurano in vite umane: nel 2025 sono stati registrati 238 decessi tra i detenuti, un dato che evidenzia le condizioni critiche all'interno delle strutture penitenziarie.

Stiamo parlando di persone costrette a vivere in celle di 10-15 metri quadrati in dieci, con un bagno a vista senza alcuna possibilità di avere un po' di pudore o riservatezza, denuncia Pasquale Cardillo Cupo, avvocato penalista e presidente dell'associazione Cesare Beccaria che si occupa di malagiustizia.

Ma il problema non si limita al sovraffollamento. Gli errori giudiziari rappresentano un'altra piaga del sistema: tra il 2018 e il 2024 si sono verificati 3.233 casi di ingiusta detenzione, mentre le sanzioni disciplinari ai magistrati sono state appena 5.

Dal 1992 al 31 ottobre 2025, si sono registrati complessivamente 32.262 casi di errori giudiziari, con una media di quasi 949 innocenti in custodia cautelare ogni anno.

Non basta dire che la giustizia ha funzionato quando dopo dieci anni una persona viene assolta', sottolinea Cardillo Cupo.

Quelle vite sono segnate per sempre, perché quando vieni arrestato fai cento prime pagine, quando vieni assolto c'è il trafiletto a margine del giornalino.

I costi economici sono altrettanto allarmanti: dal 1° gennaio al 31 ottobre 2025, gli indennizzi liquidati per ingiuste detenzioni hanno raggiunto 23,85 milioni di euro, una cifra che testimonia l'entità del problema.

Ma secondo l'esperto legale, il danno va ben oltre l'aspetto economico: stiamo parlando di 500 mogli, probabilmente mille figli, mille genitori che vivono un disagio sociale e una stigmatizzazione che non si lava con l'acqua calda.

La questione delle misure di prevenzione patrimoniale rappresenta un ulteriore elemento critico.

In Italia siamo un paese folle, spesso al di fuori dei contorni europei, afferma Cardillo Cupo.

Si può sequestrare il patrimonio di un imprenditore basandosi su sospetti, nominare un amministratore giudiziario che non conosce l'attività, e dopo 7-8 anni, quando si scopre che non ha fatto nulla di illecito, restituire un'azienda ormai morta.

Il paradosso più grave riguarda la funzione rieducativa della pena, prevista dalla Costituzione ma completamente disattesa.

Se una persona fa domanda per incontrare un educatore perché vorrebbe reinserirsi, la chiamano dopo sei mesi perché non c'è la figura professionale, spiega l'avvocato.

Come può avere una funzione rieducativa una cella di 4 metri quadri con 10 persone?.

La mancanza di programmi di reinserimento efficaci si traduce in tassi di recidiva del 70%, mentre paesi come Norvegia e Svezia, che applicano modelli basati sulla rieducazione, registrano recidive inferiori al 20 %.

Loro chiudono le carceri e aprono centri dove reinseriscono le persone, le obbligano a lavorare, insegnano un mestiere, evidenzia Cardillo Cupo.

I loro detenuti producono per la collettività, noi continuiamo a buttare soldi.

La situazione è aggravata dalla carenza di personale e risorse.

I fondi del PNRR destinati agli ausiliari del processo stanno terminando, vanificando i miglioramenti ottenuti negli ultimi anni.

Non c'è mai un vero tavolo tecnico fatto da persone che vivono questi problemi quotidianamente', lamenta l'esperto.

Ci fossilizziamo sulle lotte interne ma non affrontiamo mai il tema in maniera seria.

Secondo Cardillo Cupo, la soluzione richiede un cambio di paradigma: dobbiamo creare esempi virtuosi, dare stimoli positivi ai detenuti.

Se 30 persone che erano in carcere si sono impegnate, hanno fatto la scuola, il corso di panettiere, e alla fine della pena sono state inserite in un panificio con una famiglia e un lavoro, questo diventa un obiettivo di vita vero per chi vuole migliorarsi.

L'alternativa è continuare a utilizzare le carceri come 'scaricatori sociali', perpetuando un sistema che non risolve i problemi ma li aggrava, con costi umani ed economici insostenibili per l'intera società.

Avv. Pasquale Cardillo Cupo
Pres.te Ass.ne Cesare Beccaria

- SprayNews - Monica Macchioni

LIBRI, DA OGGI IN PRE-ORDER “NATA SGARBI” STORIA DI UN PADRE EDI UNA FIGLIA, LIBRO SCRITTO DA EVELINA SGARBI, EDIZIONE PIEMME

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Dal 31 marzo in poi in tutte le librerie d’Italia sarà possibile trovare il libro scritto da Evelina Sgarbi, “Nata Sgarbi” - Storia di un padre e di una figlia.

Da oggi e’ però possibile gia’ procedere con il preorder, cliccando qui:

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IL LIBRO

Questa è la storia di un legame imperfetto.

Di un padre magnetico, capace di entusiasmi assoluti e di brusche ritirate, e di una figlia costretta ad amare a intermittenza: nelle confidenze inaspettate, nei gesti teneri e disorientati di chi continua a cercarsi senza trovarsi mai del tutto.

Evelina Sgarbi ricostruisce il legame con suo padre Vittorio come si ricompone un mosaico, tassello dopo tassello, incomprensione dopo incomprensione. Luce e ombra: questo significa «nascere Sgarbi».

Un'eredità che non ha a che fare con il dna, piuttosto una scrittura segreta, qualcosa che affiora nei tratti del carattere prima ancora che nello specchio.

Nei gesti che hai imparato a replicare, nella paura di scoprirti vulnerabile, nella domanda che ritorna ostinata: sarò mai abbastanza?

Saprò prendermi il mio spazio, l'affetto incondizionato che merito?

Forse è vero che l'amore è fatto di prove da superare, eppure questo libro ci insegna il contrario: che si può amare anche chi ci disattende, che le promesse rimaste sospese, pur nel dolore, nulla tolgono all'affetto profondo.

Le persone sono un prisma, e di quel prisma si può amare tutto: ogni faccia, anche quella che non cerca l'approvazione, anche quella che indossiamo proprio quando non sappiamo - e non vogliamo - farci amare.

Un libro intimo e lucido, il memoir di una giovane donna che, con coraggio, cerca il proprio posto nel mondo, il proprio cono di luce.

- SprayNews - Monica Macchioni