“L’URLO DI MORO” di Carlo Gaudio

17 Marzo 2024
- Di
Redazione
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Aldo Moro rivelò il luogo della sua prigione
Presentazione Circolo Ministero degli Esteri, Roma 15 marzo 2024

Il prossimo 16 marzo si onorerà con molte celebrazioni in tutta Italia il 46° anniversario della strage di Via Fani e del sequestro del Presidente Aldo Moro, esitato, 54 giorni più tardi, con la barbara uccisione del grande Statista.

Sull’epistolario di Aldo Moro e sulla censura delle sue lettere di Moro dalla “prigione del popolo”, ne parlò per primo, nell’autunno 1978, Leonardo Sciascia nell’Affaire Moro. Per sfuggire alla censura dei brigatisti rossi, che consegnarono solo alcune delle sue lettere, Moro – sostenne Sciascia – “ha dovuto tentare di dire col linguaggio del non dire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva adottato e sperimentato per non farsi capire”. “Doveva comunicare utilizzando il linguaggio dell’incomunicabilità. Per necessità: e cioè per censura e per autocensura”. Un’autocensura, quella di Moro, necessaria ad inviare all’esterno dei messaggi in una forma criptica, con frasi celate, che non fossero comprensibili nel loro vero significato per i brigatisti. Solo così le sue lettere, con quei messaggi, potevano pervenire ai destinatari, superando la censura delle Brigate Rosse. E proprio quelle lettere arrivarono a chi erano state indirizzate.

Il senso di decisività che Sciascia attribuisce a quegli scritti, a quelle frasi, testimoniando l’estrema lucidità di Moro, si scontra fortemente con l’opinione dell’intellighenzia dell’epoca. Sciascia rivaluta la profonda coerenza di stile e soprattutto di pensiero tra l’uomo che chiede allo Stato di trattare per salvare delle vite innocenti mentre è nelle mani delle BR e il massimo teorico della politica italiana che sino al 16 marzo 1978 aveva esercitato il potere. Ma politici, giornalisti, scrittori si affrettano a svalutare e a non dare alcuna credibilità alle lettere che escono dalla prigione. Moro non è più Moro, non è lucido, è drogato, scrive sotto dettatura, è affetto dalla sindrome di Stoccolma. Eugenio Scalfari si spinge a definirlo “un fantoccio” nelle mani brigatiste.

E così la letteratura risulta ancora una volta indispensabile per raccontare la storia e i grandi uomini che l’hanno fatta. In occasione del 46° anniversario dell’eccidio di Via Fani, il libro di Carlo Gaudio riprende quel percorso e lo sviluppa in modo originale. Ripartendo dalle intuizioni artistiche di Leonardo Sciascia e dall’opera filologico-storiografica di Miguel Gotor sull’epistolario, nel libro “L’urlo di Moro” (Rubbettino Editore) Carlo Gaudio fa un’analisi lessicale completa, parola per parola, delle 86 lettere di Moro scritte nei 54 giorni di prigionia. E, immergendosi con passione negli stilemi della scrittura di Moro, riesce per la prima volta, con un’operazione quasi maieutica, a far emergere da alcune frasi criptiche i messaggi segreti dello Statista, evocati da Sciascia, ricercati per quarant’anni, ma mai svelati. Gaudio si cimenta a leggerle, con l’acume e lo scrupolo che ha sempre avuto nello studio dei documenti scientifici nella sua professione di ricerca universitaria. Riuscendo in tal modo, nello studio di quelle lettere, a ricostruire un’intelaiatura di pensieri, di fatti, di correlazioni, utili ad aggiungere un “atomo di verità” - come auspicava Moro - per tentare di meglio illuminare un episodio orribile della nostra storia.

Le frasi maggiormente analizzate non vengono ricercate a caso nelle centinaia di pagine dell’epistolario, ma sono proprio quelle più citate, più studiate, contenute nelle lettere recapitate dai suoi carcerieri, a riprova della intatta lucidità di Moro e della sua grande abilità a celare dei messaggi segreti, sfuggendo così all’occhiuta censura brigatista.

A partire dalla prima lettera a Cossiga, quella recapitata il 29 marzo 1978. Nella quale troviamo la frase più celebre dell’intero epistolario Moro, il celebre inciso: “che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato”. Che l’Autore riesce ad individuare come uno dei raffinati anagrammi di Moro, con il quale lo Statista comunica a Cossiga il luogo preciso della sua prigione. Con la speranza per Moro, forse in quei primi giorni certezza, che l’amico Francesco Cossiga l’avrebbe fatta studiare dagli organi di intelligence del Ministero e dello Stato, che certo possedevano tutti i mezzi per interpretarla, per decrittarne il messaggio. Recuperando così quel Moro “sciasciano”, recluso inerme che “mandava dalla prigione messaggi da decifrare secondo immedesimazione alle condizioni in cui si trovava”. Messaggi allora negligentemente, o astutamente, inascoltati, e per molti anni, poi, trascurati anche dai suoi più stretti amici e collaboratori. Che, se fossero stati invece recepiti – sottolinea Gaudio – avrebbero probabilmente cambiato la storia, non solo con la liberazione e la salvezza di Aldo Moro, ma anche con l’arresto di brigatisti che continueranno invece ad uccidere, negli anni successivi, agenti di polizia e uomini di primo piano dello Stato, come Vittorio Bachelet.

Altri messaggi cifrati sono svelati ed analizzati da Carlo Gaudio nell’”Urlo di Moro” in una delle prime lettere inviate alla moglie Noretta (anch’essa recapitata dalle BR). E ulteriori elementi della strategia di Moro in quei 54 giorni vengono alla luce, con preziose intuizioni sui moventi dei politici dell’epoca che determinarono – tra l’eccidio di Via Fani e il sacrificio di Moro ad opera delle BR - un delitto di abbandono, spostando l’ambito della trattativa possibile dalla liberazione del prigioniero alla sparizione delle centinaia di fogli autografi, di due delle sue borse, dei nastri magnetici contenenti i suoi interrogatori, mai ritrovati, forse oggetto di un patto inconfessabile.

Ma furono fedeli al Presidente i cinque valorosi agenti della sua scorta - Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi - massacrati quarantasei anni fa nell’eccidio di via Fani. Per i quali l’Autore propone siano intitolate le strade che costituirono lo scenario del loro sacrificio.

L’incontro del prossimo 15 marzo (si propone tale data per darne notizia poi sulla stampa del giorno dopo, anniversario della strage) presso il Circolo degli Esteri sarà molto importante per rievocare - con una relazione che l’Autore ha appositamente preparato per l’occasione, seguita dagli interventi di giornalisti ed uomini politici già contattati e disponibili per quella data – quei tragici eventi ed illuminarli con tutte le più recenti risultanze documentali sul caso.

                                
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