MOSCHEA MESTRE, ON. MAZZOCCHI (Presidente Cristiano Riformisti) A BIGNAMI (FDI): “SUE PAROLE INACCETTABILI, SI ARRIVI A FORMALE INTESA TRA STATO ITALIANO E COMUNITA’ MUSSULMANE”

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Come Movimento dei Cristiano Riformisti esprimiamo profondo stupore e ferma deplorazione per le modalità con cui il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, l’onorevole Bignami, si è rivolto ai cittadini di origine bengalese.

Questi ultimi, nel corso di un incontro, avevano legittimamente richiesto un sostegno istituzionale per la
costruzione di una moschea a Mestre.

Le parole pronunciate dall’esponente politico “Tornate da dove siete venuti e raccomandatevi ad Allah”
rappresentano un’esternazione inaccettabile.

Tali espressioni non possono e non devono appartenere ad un linguaggio di un rappresentante delle istituzioni della Repubblica Italiana.

Chi siede in Parlamento ha il dovere morale e costituzionale di conoscere, applicare e tutelare i principi cardine del nostro ordinamento, il quale garantisce piena libertà di culto e il rispetto di tutte le confessioni religiose.

Vogliamo peraltro ricordare che il precedente Sindaco di Venezia aveva già espresso un parere favorevole alla costruzione di un luogo di culto per la comunità islamica.

Tale orientamento era stato adottato non solo per favorire una reale e armonica integrazione dei cittadini bengalesi nel tessuto sociale locale, ma anche per garantire un maggiore e trasparente controllo del territorio contro eventuali derive di estremismo religioso che prosperano proprio dove mancano spazi ufficiali e riconosciuti.

Come Movimento dei Cristiano Riformisti esprimiamo pertanto il sincero augurio affinché la Politica, abbandonando la strada di dichiarazioni irresponsabili e populiste che offendono la dignità dei credenti di altre religioni, sappia farsi parte attiva e responsabile nel promuovere un dialogo interrreligioso.

E’ necessario che le istituzioni si interfaccino con le comunità mussulmane affinché si possa giungere a un accordo unitario per sottoscrivere analogamente a quanto avviene per le altre confessioni religiose, una formale intesa con lo Stato italiano ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione, garantendo così legalità, trasparenza e piena dignità di culto a tutti i cittadini.

- SprayNews - Monica Macchioni

SANTA MONICA E SANT’AGOSTINO: QUANDO AMARE SIGNIFICA NON SMETTERE DI ASPETTARE

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono figli che crescono accanto a noi e figli che, per diventare adulti, sembrano avere bisogno di allontanarsi da tutto ciò che abbiamo insegnato loro.

Ci sono ragazzi che cercano la propria strada percorrendone cento sbagliate, che contestano, provocano, si chiudono, cadono.

E ci sono madri e padri che, davanti a quella porta chiusa, continuano silenziosamente ad amare.

La storia di Santa Monica e Sant’Agostino appartiene al IV secolo, eppure possiede qualcosa di terribilmente contemporaneo.

Agostino è giovane, intelligente, inquieto, ba fame di vita, di conoscenza, di piacere, di verità; cerca molto e proprio perché cerca molto spesso cerca nei luoghi sbagliati.

Non è il ragazzo perfetto che talvolta costruiamo nelle agiografie,è un uomo che attraversa contraddizioni, passioni, ambizioni, errori.

Vuole capire il mondo prima ancora di capire se stesso.

Monica, sua madre, assiste a tutto questo e compie forse il gesto più difficile per chi ama davvero: non smette di credere in suo figlio quando suo figlio sembra aver smesso di credere perfino nella possibilità di diventare altro.

Non lo salva con la forza, non può.

Non lo converte con un ordine, non potrebbe.

Non gli sottrae la libertà per evitargli di sbagliare.

Lo accompagna con quella forma altissima dell’amore che è la presenza, prega, soffre, attende e soprattutto resta.

Quanto abbiamo bisogno, oggi, di riscoprire il verbo restare.

Viviamo in un tempo velocissimo; cambiamo immagini, relazioni, opinioni, amicizie. Basta un gesto sullo schermo per cancellare qualcuno dalla nostra vista, ma un essere umano non è un profilo da bloccare quando diventa complicato. Un ragazzo non è il suo errore.

Un adolescente non coincide con la sua ribellione.

Una caduta non è una sentenza. Lo imparo continuamente nell’oratorio, stando in mezzo ai giovani.

Chi entra in un oratorio vede palloni, voci, corse, confusione, risate. Io, invece, sempre più spesso penso di vedere domande che camminano.

Dietro un ragazzo apparentemente distratto può esserci una solitudine che nessuno ha ancora riconosciuto.

Dietro l’arroganza può nascondersi la paura di non essere abbastanza.

Dietro una provocazione può esserci una richiesta disperata: qualcuno si accorge di me? Ed è qui che Monica diventa straordinariamente moderna.

Lei ci insegna che educare non significa fabbricare figli a nostra immagine.

Significa custodire una libertà anche quando quella libertà ci fa paura.

Agostino deve attraversare la propria notte.

Monica non può attraversarla al posto suo, questa è una verità che ogni genitore, ogni sacerdote, ogni educatore prima o poi deve accettare: possiamo indicare una strada, ma non possiamo camminarla al posto di un altro.

Possiamo però lasciare una luce accesa.

L’oratorio, per me, dovrebbe essere proprio questo: una luce accesa.

Non una fabbrica di ragazzi perfetti.

Non un luogo nel quale si entra soltanto se si possiede già la fede.

Non uno spazio riservato ai “bravi”.

Al contrario: deve esserci posto anche per chi dubita, per chi contesta, per chi non sa pregare, per chi arriva soltanto per giocare a pallone e magari, senza saperlo, sta cercando qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Cristo non ha mai avuto paura dell’inquietudine dell’uomo, perché dovremmo averne noi

Agostino, del resto, arriva a Dio attraversando le proprie domande.

La sua conversione non cancella l’uomo inquieto che è stato: gli permette finalmente di comprenderlo.

Quella sete che lo aveva portato lontano diventa sete dell’Assoluto e qui la sua vicenda incontra profondamente i nostri giovani.

Abbiamo forse commesso l’errore di giudicarli troppo e ascoltarli troppo poco.

Diciamo che sono distratti, dipendenti dai telefoni, fragili, incapaci di sacrificio.

Qualche volta è vero, ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui.

Questa generazione porta addosso anche le contraddizioni che noi adulti le abbiamo consegnato.

Abbiamo costruito una società nella quale bisogna apparire felici mentre molti sono terribilmente soli.

Abbiamo moltiplicato le connessioni e impoverito, talvolta, la relazione.

Abbiamo insegnato a competere prima ancora che a comprendere.

Abbiamo dato ai ragazzi strumenti potentissimi senza sempre offrire loro una ragione per usarli e poi ci stupiamo della loro inquietudine.

Forse dovremmo imparare da Monica, Lei non domanda ad Agostino di essere immediatamente diverso.

Continua a vedere in lui qualcosa che il presente ancora non mostra, è questa, in fondo, la pedagogia di Dio.

Dio guarda l’uomo non soltanto per ciò che è, ma anche per ciò che può diventare,
per questo credo che ogni ragazzo incontrato nei nostri oratori debba trovare almeno un adulto capace di guardarlo così.

Non qualcuno pronto a catalogarlo, ma qualcuno disposto a scommettere sul bene che ancora non si vede.

Educare significa avere memoria del futuro di un altro.

È sapere che dentro una vita confusa può esistere una grande vocazione; che dietro un adolescente difficile può maturare un uomo straordinario; che una domanda apparentemente insolente può essere l’inizio di una ricerca autentica.

Se Monica avesse guardato soltanto il presente di Agostino, avrebbe avuto molte ragioni per disperare.

Lei invece guarda oltre e Agostino diventerà uno dei più grandi pensatori della storia cristiana, l’uomo che comprenderà come pochi la profondità del desiderio umano.

Non perché non abbia conosciuto lo smarrimento, ma forse proprio perché lo ha conosciuto.

C’è una lezione immensa in tutto questo, non sempre chi si perde è perduto, a volte sta cercando, e noi adulti dobbiamo imparare la differenza.

Quando guardo i ragazzi dell’oratorio penso spesso che il nostro compito non sia riempire le loro teste di risposte, ma creare luoghi nei quali non abbiano paura di pronunciare le domande.

Una Chiesa che sa ascoltare i giovani non deve temere le loro inquietudini.

Deve temere piuttosto la propria incapacità di accoglierle.

Monica e Agostino ci consegnano allora due responsabilità.

Ai giovani Agostino dice: non abbiate paura di cercare, ma abbiate il coraggio di chiedervi se ciò che state inseguendo vi rende davvero liberi.

A noi adulti Monica dice qualcosa di ancora più difficile: non stancatevi troppo presto dei vostri ragazzi;
quando sbagliano, restate,
quando si chiudono, restate.

Quando sembrano lontanissimi da ciò che avete sperato per loro, continuate ad amarli senza trasformare l’amore in possesso.

Perché nessuno conosce il momento segreto nel quale una parola ascoltata anni prima tornerà improvvisamente a bussare al cuore.

Forse è questo il miracolo più bello dell’educazione cristiana: seminare senza pretendere di assistere immediatamente al raccolto.

Santa Monica morì dopo aver visto ciò per cui aveva pregato tanto a lungo.

Ma la grandezza della sua vita non sta semplicemente nell’avere ottenuto la conversione del figlio.

Sta nell’averlo amato durante il tempo dell’attesa, è lì che Monica parla alle madri di oggi, ai padri, agli educatori, ai sacerdoti, a chiunque abbia davanti un giovane che sembra essersi smarrito.

Non chiedetegli soltanto: dove stai andando?

Ogni tanto abbiate il coraggio di dirgli:
“Qualunque strada tu stia attraversando, qui troverai ancora qualcuno che crede nel bene che porti dentro.”

Questo vorrei fosse ogni nostro oratorio, una porta aperta, una casa nella quale tornare.

Una comunità che non domanda anzitutto quanto sei stato bravo, ma quanto bisogno hai di essere ascoltato.

Perché forse, da qualche parte, esiste ancora un Agostino inquieto che cerca senza sapere esattamente cosa e forse esiste una Monica che continua a pregare per lui nel silenzio.

Tra quei due cuori c’è lo spazio della Grazia, ed è proprio lì che noi siamo chiamati a stare.

Don Enzo Bugea Nobile

- SprayNews - Monica Macchioni

CI SONO PORTE CHE SI APRONO SOLTANTO QUANDO IMPARIAMO A DIVENTARE PICCOLI

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono porte che nella vita non si aprono con la forza; non servono titoli, denaro, prestigio o conoscenze.

Davanti a certe porte, tutto ciò che il mondo considera importante perde valore.

Sono le porte dell’anima, per attraversarle occorre imparare ciò che il nostro tempo sembra avere dimenticato: diventare piccoli senza essere insignificanti, umili senza perdere dignità, fragili senza vergognarsi della propria fragilità.

Il Vangelo parla spesso attraverso immagini semplici e radicali, una di queste è quella della porta stretta.

Non è l’immagine di un Dio che respinge o costruisce ostacoli.

La porta è stretta perché alcune cose non possono attraversarla insieme a noi: l’orgoglio, l’indifferenza, la superbia, l’ossessione di apparire e l’abitudine ad assistere alla sofferenza senza sentirci coinvolti. Passa l’uomo, spogliato delle sue maschere.

Qui il messaggio cristiano incontra una grande contraddizione del nostro tempo.

Abbiamo costruito un mondo dalle porte spalancate verso ciò che possiamo consumare e sempre più strette verso ciò che possiamo condividere.

Possiamo comunicare con l’altra parte del pianeta e non accorgerci della solitudine di chi vive accanto a noi. Possiamo avere migliaia di contatti e non trovare nessuno a cui raccontare una paura.

Possiamo mostrare ogni istante della nostra vita e diventare invisibili gli uni agli altri.

La tecnologia non è il nemico, il problema nasce quando lo strumento prende il posto dell’uomo: quando l’algoritmo conosce i desideri dei nostri ragazzi prima ancora che loro conoscano se stessi, quando il consenso diventa misura del valore personale, quando un adolescente pensa: se nessuno mi guarda, forse non valgo abbastanza.

È qui che la comunità cristiana deve avere il coraggio di essere controcorrente, ed è qui che penso agli oratori.

L’oratorio non può essere soltanto uno spazio per organizzare attività.

Deve essere una piccola officina dell’umano: un luogo dove un ragazzo scopra di non dover dimostrare continuamente qualcosa per meritare amore; dove si possa perdere una partita, sbagliare, ricominciare.

Un luogo dove il più fragile non venga soltanto tollerato, ma cercato; dove una persona con disabilità non sia “quella da includere”, perché appartiene già alla comunità.

C’è una differenza profonda tra includere qualcuno e riconoscere che appartiene già a noi.

Cristo ha sovvertito le classifiche degli uomini. Ha guardato chi veniva evitato, ascoltato chi non aveva voce e rimesso al centro chi era stato spinto ai margini, è questa la rivoluzione degli ultimi.

Gli ultimi non sono una categoria sociologica: hanno nomi, volti e famiglie.

Sono il ragazzo che ride con gli altri e poi torna a casa sentendosi solo; la madre stanca che combatte per un figlio fragile; il padre che nasconde la vergogna dopo aver perso il lavoro; l’anziano che lascia il televisore acceso per sentire una voce; chi non chiede più aiuto perché troppe volte nessuno ha risposto.

Una Chiesa che non vede queste persone rischia di avere edifici pieni e cuori vuoti.

La fede non si misura dalla quantità delle parole che pronunciamo su Dio, ma da quanto Dio trasforma il nostro modo di guardare l’uomo, possiamo conoscere le preghiere e non conoscere la misericordia; frequentare i luoghi sacri e passare accanto a una vita ferita; parlare di Cristo senza riconoscerlo in chi ha bisogno di noi.

Abbiamo corde: dal profondo del cuore.

È lì che comincia la conversione autentica: non nell’apparenza religiosa, ma quando smettiamo di chiederci che cosa gli altri possano fare per noi e iniziamo a domandarci: “Per chi posso diventare una porta aperta?”

Per un giovane?

Per una famiglia?

Per chi vive una disabilità?

Per una persona che ha sbagliato e cerca la forza di ricominciare?

Il compito più urgente degli adulti non è consegnare ai giovani un mondo perfetto, perché non lo abbiamo; è offrire loro luoghi nei quali possano ancora sentirsi umani: luoghi dove il tempo venga condiviso e qualcuno sappia dire:“Io ti ascolto.”

Per questo continuerò a credere negli oratori, nelle comunità, nelle famiglie che resistono, negli educatori, nei sacerdoti che conoscono i ragazzi per nome e nelle persone che apparecchiano una tavola aggiungendo sempre una sedia.

Il cristianesimo, prima di essere una teoria sul Cielo, è una maniera diversa di abitare la terra; forse abbiamo cercato Dio troppo spesso verso l’alto e Lui continua a indicarci chi abbiamo accanto.

La porta può essere stretta, ma davanti a quella porta non conta quanto siamo diventati grandi agli occhi del mondo, ma quante volte abbiamo saputo farci piccoli per non lasciare indietro nessuno.

Alla fine resterà una sola domanda.

Non quanto siamo stati importanti, ma quanto amore abbiamo lasciato dietro di noi.

- SprayNews - Monica Macchioni

SAN PAOLO, On. MAZZOCCHI (PRESIDENTE CRISTIANO RIFORMISTI): “DA VANNACCI TEOLOGIA IMPROVVISATA”

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SCHERZI COI FANTI E LASCI STARE I SANTI

Come Movimento dei Cristiano Riformisti esprimiamo profonda amarezza e sconcerto di fronte alle recenti dichiarazioni del Generale Vannacci che ha preteso di erigersi arbitrario interprete delle Sacre scritture, spingendosi fino a definire “CAMERATA” una figura centrale della cristianita’ come San Paolo.

Nelle sue esternazioni, il generale Vannacci compie un grave errore di valutazione: confonde l’esortazione del Santo a una vita spirituale e morale migliore con una sorta di rigido ordine militaresco.

Ridurre il messaggio Paolino a una mera disciplina di caserma dimostra una totale mancanza di comprensione del testo sacro, o peggio ancora una totale ignoranza.

Di fronte a queste incredibili e sacrileghe interpretazioni, come Movimento invitiamo il Generale Vannacci a mantenere il rispetto dovuto alla storia e alla fede di milioni di credenti.

Al di là delle sue parole, non ci resta che ricordargli un vecchio e saggio proverbio popolare: scherzi con i fanti ma lasci stare i santi”.

- SprayNews - Monica Macchioni

MARIA ASSUNTA, IL CIELO CHE ENTRA NEI NOSTRI CORTILI

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono feste cristiane che sembrano portarci lontano dalla terra.

L’Assunzione di Maria potrebbe apparire una di queste: lo sguardo sale verso il Cielo, mentre Maria entra nella gloria di Dio eppure, se ne comprendiamo davvero il significato, scopriamo esattamente il contrario.

L’Assunta non ci allontana dalla vita, ci obbliga a prenderla sul serio. Il 15 agosto la Chiesa non celebra una donna che fugge dal mondo, ma una donna la cui esistenza viene accolta interamente da Dio.

Maria è assunta in Cielo in anima e corpo: niente della sua umanità viene scartato; la sua storia, la maternità, le fatiche, le attese, le lacrime, la carne che ha custodito Cristo, il dolore attraversato sotto la Croce: tutto entra nell’eternità.

È una verità teologica immensa e nello stesso tempo, profondamente umana, per Dio nulla di ciò che siamo è insignificante ed è pensando a questo che, alla vigilia dell’Assunta, il mio pensiero torna inevitabilmente ai nostri oratori.

Torna ai cortili pieni di voci, ai palloni che finiscono dove non dovrebbero, alle corse, alle risate.

Torna ai bambini che ti prendono per mano senza chiedere permesso e agli adolescenti che sembrano non voler parlare con nessuno, salvo poi aspettarti alla fine di una giornata per dirti sottovoce: «Don, posso parlarti un momento?».

È anche lì che comprendo il Vangelo, perché l’oratorio non è semplicemente uno spazio della parrocchia e non è un servizio di intrattenimento per tenere occupati i ragazzi.

L’oratorio è un luogo dove la Chiesa impara ogni giorno a farsi casa e una casa cristiana non domanda a chi entra se sia perfetto, accoglie, ascolta,educa, corregge quando è necessario, perdona e soprattutto non abbandona.

Oggi abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei giovani; li descriviamo spesso come una generazione fragile, distratta, impaziente, prigioniera dei telefoni e dei social, ma prima di giudicarli dovremmo avere l’umiltà di domandarci quale mondo abbiamo costruito intorno a loro.

Abbiamo dato loro una società nella quale bisogna apparire prima ancora di imparare a essere.

Abbiamo moltiplicato le connessioni e non sempre le relazioni.

Abbiamo insegnato la velocità e dimenticato l’attesa.

Abbiamo costruito strumenti capaci di conoscere quasi tutto di una persona e rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi vive nella stanza accanto.

Un ragazzo può avere migliaia di contatti e non sapere a chi raccontare una paura.

Può ricevere centinaia di approvazioni e continuare a chiedersi se vale davvero qualcosa,è qui che la comunità cristiana deve tornare a pronunciare parole semplici e rivoluzionarie:tu non vali per quanto appari, non vali per quanti ti seguono, non vali perché vinci, non vali perché sei perfetto, tu vali perché sei figlio.

Maria stessa ce lo insegna, Dio non entra nella storia scegliendo il palazzo più potente, entra nella vita di una giovane donna di Nazareth.

Maria non possiede ricchezze, titoli o potere, possiede qualcosa di infinitamente più grande: la libertà di pronunciare il proprio «Eccomi».

Quell’eccomi dovrebbe tornare a risuonare nei nostri oratori, perché educare un giovane non significa decidere il suo futuro al posto suo.

Significa aiutarlo a scoprire che la propria esistenza è una chiamata e che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa, ma nel comprendere per che cosa valga la pena spendere la propria vita. Maria, poi, non rimane ferma, ricevuto l’annuncio, si alza e raggiunge Elisabetta.

Questa immagine mi è particolarmente cara: Maria porta Dio dentro di sé e proprio per questo va incontro a qualcuno, qui c’è forse una delle definizioni più belle della fede cristiana.

Chi incontra veramente Dio non si chiude, si muove verso l’altro.

Per questo vorrei che i nostri oratori insegnassero ai ragazzi una fede capace di inginocchiarsi davanti all’altare e subito dopo di rimboccarsi le maniche.

Una fede che prega e serve, che celebra e condivide, che sa recitare un’Ave Maria, ma sa anche accorgersi del compagno escluso.

Che parla di carità e poi divide davvero ciò che possiede.

Che non domanda soltanto: «Signore, cosa puoi fare per me?», ma arriva un giorno ad avere il coraggio di chiedere:
«Signore, per chi posso diventare io una risposta?»

È allora che un ragazzo comincia davvero a diventare adulto e qui entrano inevitabilmente le famiglie.

Nessun sacerdote, nessun catechista, nessun educatore può sostituirle, possiamo accompagnare, sostenere, raccogliere qualche pezzo quando la vita si rompe, ma l’educazione ha bisogno di un’alleanza.

Abbiamo bisogno di genitori che tornino a parlare con i figli e soprattutto ad ascoltarli.

Abbiamo bisogno di adulti capaci di dire qualche “no” senza sentirsi in colpa e molti “ti voglio bene” senza vergognarsi. Abbiamo bisogno di comunità nelle quali una famiglia in difficoltà non venga giudicata, ma accompagnata e soprattutto abbiamo bisogno di recuperare la testimonianza, perché i ragazzi possono anche dimenticare molte delle nostre parole, ma difficilmente dimenticheranno come li abbiamo fatti sentire.

C’è poi un messaggio dell’Assunzione particolarmente necessario nel nostro tempo; Maria entra nella gloria anche con il corpo.

In una società ossessionata dal corpo perfetto, giovane, efficiente, esibito e continuamente giudicato, il cristianesimo proclama qualcosa di completamente diverso: il corpo umano possiede una dignità che non dipende dalla bellezza, dall’età, dalla salute o dall’efficienza.

Il corpo fragile dell’anziano ha dignità, il corpo della persona con disabilità ha dignità, il corpo ferito dalla malattia ha dignità. Il corpo che non corrisponde ai modelli imposti ha dignità.

Ogni essere umano possiede una dignità che viene prima di qualsiasi giudizio del mondo, anche questo dobbiamo insegnarlo nei nostri oratori: nessuno è uno scarto.

Nessuno e allora comprendo perché la festa dell’Assunta abbia tanto da dire proprio ai nostri ragazzi.

Maria ci ricorda che siamo fatti per qualcosa di più grande dell’immediato, ma ci insegna anche che il cammino verso il Cielo attraversa necessariamente la terra.

Attraversa le nostre case, le famiglie, i cortili, le amicizie, le ferite, le riconciliazioni.

Attraversa quella porta dell’oratorio che continuiamo a lasciare aperta anche per chi non viene a Messa, per chi si è allontanato, per chi non sa ancora se crede, per chi porta domande difficili e persino per chi pensa che Dio non abbia più nulla da dirgli.

La Chiesa non deve avere paura di questi ragazzi, deve aspettarli e quando arrivano, prima ancora di chiedere loro dove siano stati, dovrebbe riuscire a dire:
«È bello che tu sia qui».

Forse la pastorale giovanile comincia proprio da questa frase. In questo 15 agosto affido allora a Maria Assunta i bambini e i ragazzi dei nostri oratori, quelli che corrono felici e quelli che rimangono in disparte.

Quelli che credono con semplicità e quelli che attraversano il dubbio.

Quelli che hanno famiglie solide e quelli che stanno imparando troppo presto quanto possa essere complicata la vita.

Quelli pieni di sogni e quelli che un sogno non riescono più a trovarlo a tutti vorrei dire: non abbiate paura di alzare lo sguardo; perché il Cielo non è la negazione dei vostri sogni è la misura più grande che possiamo dare alla vita e a noi adulti Maria affida una responsabilità ancora più seria: non limitarci a indicare il Cielo con le parole, ma renderlo credibile attraverso il modo in cui sappiamo amare sulla terra.

Perché un ragazzo crederà più facilmente che Dio non lo abbandona se avrà incontrato almeno un adulto che non lo ha abbandonato.

Crederà nel perdono se qualcuno gli avrà dato la possibilità di ricominciare.

Crederà nella fraternità se avrà trovato una comunità capace di fargli posto.

Crederà nell’amore di Dio quando quell’amore avrà avuto, almeno una volta, un volto umano.

Questo vorrei chiedere a Maria Assunta per i nostri oratori, che rimangano luoghi con le porte aperte, le mani tese e lo sguardo alto.

Luoghi nei quali imparare che la fede non significa fuggire dalla vita, ma entrarci più profondamente, con i piedi nella polvere dei nostri cortili e il cuore rivolto all’eternità, perché forse il Cielo comincia molto prima di quanto immaginiamo.

Comincia ogni volta che un bambino viene accolto, un giovane viene ascoltato, una famiglia viene sostenuta, una fragilità viene rispettata e una persona che si sentiva perduta scopre di avere ancora un posto.

Maria Assunta ci insegni allora ad alzare gli occhi verso il Cielo senza smettere di guardare chi cammina accanto a noi e soprattutto ci insegni una cosa che nei nostri oratori non dovremmo dimenticare mai:
nessuno arriva al Cielo da solo.

Don Enzo Bugea Nobile

- SprayNews - Monica Macchioni

SUL MONTE CON GESU', PER TORNARE TRA I GIOVANI CON UNA LUCE NUOVA

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Il 6 agosto la Chiesa celebra la Trasfigurazione del Signore, la festa del Santissimo Salvatore.

Sul monte Tabor, davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù lascia intravedere la sua gloria, il suo volto risplende, le sue vesti diventano candide come la luce e il Padre indica al mondo la strada: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo.»

Questa festa cade in un tempo speciale, per molte comunità parrocchiali agosto conclude il cammino estivo degli oratori, dei campi scuola, dei pellegrinaggi e delle tante esperienze condivise con bambini, adolescenti e giovani.

È il momento in cui si raccolgono i frutti di settimane vissute insieme, tra giochi, preghiera, servizio e amicizia.

In questi mesi ho avuto la gioia di vedere tanti ragazzi mettersi in gioco con entusiasmo, ho visto animatori donare tempo ed energie senza chiedere nulla in cambio.

Ho visto giovani capaci di sorprendere con la loro generosità, la loro disponibilità e il desiderio sincero di costruire relazioni autentiche.

Spesso si dice che i giovani abbiano perso i valori, io continuo a credere il contrario.

I giovani non hanno smesso di cercare il bene; aspettano qualcuno che creda in loro, che li ascolti, che cammini accanto a loro senza giudicarli.

Hanno bisogno di adulti credibili, di educatori coerenti, di sacerdoti che sappiano indicare Cristo non solo con le parole, ma con la propria vita.

La Trasfigurazione ci insegna proprio questo, Gesù sale sul Monte con i suoi discepoli, ma non vi rimane, dopo aver mostrato loro la luce della sua gloria, li conduce nuovamente nella valle, dove li attendono la vita quotidiana, le sfide e le persone da amare.

Anche l’oratorio è un piccolo Tabor, è il luogo dove un ragazzo può sentirsi accolto, dove può scoprire il valore della fraternità, impara che la fede non è un insieme di regole, ma l’incontro con una Persona viva che cambia il cuore.

Ogni estate trascorsa accanto ai giovani ci ricorda che educare è un’opera di speranza, non sempre vediamo subito i risultati, molti semi restano nascosti nel terreno, ma il Vangelo ci insegna che il seme buono, quando trova un cuore disponibile, porta frutto a suo tempo.

Per questo il compito della comunità cristiana non termina con la fine dell’oratorio estivo, continua ogni giorno, nelle famiglie, nella catechesi, nelle scuole, negli ambienti di vita.

I giovani non hanno bisogno di essere rincorsi con proposte sempre nuove; hanno bisogno di sentirsi amati, accompagnati e guardati con fiducia.

La luce contemplata sul Tabor diventa allora una missione, non possiamo custodirla soltanto per noi stessi. Siamo chiamati a portarla nelle case, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle periferie dell’anima, soprattutto là dove tanti ragazzi cercano un motivo per sperare.

Tra pochi giorni celebreremo la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.

Se sul Tabor contempliamo la gloria del Figlio, in Maria vediamo la creatura che quella luce l’ha accolta pienamente, è Lei, Madre premurosa, che continua a prendere per mano i nostri giovani e a condurli verso Cristo.

Affidiamo al Santissimo Salvatore tutti i ragazzi incontrati durante questa estate, le loro famiglie, gli educatori, gli animatori e quanti ogni giorno spendono la propria vita per seminare il Vangelo.

Il Signore custodisca ciò che è stato costruito con amore e renda ciascuno di noi riflesso della sua luce.

Perché il mondo non ha bisogno di cristiani che brillano di luce propria, ma di uomini e donne che, come la luna riflette il sole, sappiano riflettere la luce di Cristo nella vita di ogni giorno.

- SprayNews - Monica Macchioni

SANT'ANNA A SAN GIOACCHINO: LE RADICI CHE INSEGNANO ANCORA A FIORIRE

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Il mondo avrà sempre bisogno di intelligenza, ma ancora di più avrà bisogno di coscienze illuminate. Avrà bisogno di tecnologia, ma soprattutto di santità.

Ci sono santi che parlano attraverso le imprese e santi che parlano attraverso il silenzio.

Sant’Anna e San Gioacchino appartengono a questa seconda categoria.

Il Vangelo non riporta una loro parola, eppure la loro vita continua a parlare con una forza che attraversa i secoli.

Essi sono le radici dell’albero più bello della storia della salvezza.

Hanno custodito Maria e Maria ha custodito il Verbo fatto carne.

Ogni volta che contempliamo Sant’Anna e San Gioacchino comprendiamo che Dio ama costruire il futuro partendo dalle famiglie, dalle mani che accarezzano, dalle ginocchia sulle quali un bambino impara a pregare, dagli occhi che insegnano a distinguere il bene dal male.

Oggi viviamo in un tempo straordinario e allo stesso tempo, fragile.

L’intelligenza artificiale cresce con una velocità sorprendente.

Le macchine imparano, gli algoritmi decidono, gli schermi catturano il nostro sguardo, ma nessuna tecnologia potrà mai insegnare ciò che una nonna trasmette con una carezza, ciò che un nonno comunica con la sua presenza, ciò che una famiglia costruisce con la fedeltà quotidiana.

La tecnologia può elaborare informazioni, ma non genera misericordia, può rispondere alle domande, ma non può amare, può imitare il linguaggio del cuore, ma non possiede un cuore.

Sant’Anna ci insegna la tenerezza che educa.

San Gioacchino ci ricorda la forza discreta di chi sostiene senza cercare applausi. In loro vediamo la bellezza della pazienza, quella virtù che il mondo considera debolezza e che invece, è una delle forme più alte dell’amore.

Verba docent, exempla trahunt: le parole insegnano, ma gli esempi trascinano. È questa la loro grande lezione.

Ogni giorno incontro i ragazzi dell’oratorio; nei loro occhi vedo sogni meravigliosi, ma anche tante domande.

Vivono in un mondo dove tutto sembra immediato: un clic, un messaggio, una risposta, eppure il cuore umano continua ad avere bisogno dello stesso nutrimento di sempre: essere ascoltato, accolto, sentirsi amato senza condizioni.

Ai miei giovani vorrei dire di non avere paura del progresso. La Chiesa non teme la scienza né l’innovazione.

Teme soltanto che il progresso dimentichi l’uomo, perché quando la tecnica corre più veloce della coscienza, il rischio è quello di costruire un futuro ricco di strumenti, ma povero di senso.

Sant’Anna e San Gioacchino ci ricordano che nessuno diventa grande da solo.

Ognuno di noi è il frutto di qualcuno che ha pregato, sofferto, sperato e creduto prima di noi.

Siamo figli di una storia che non possiamo cancellare senza perdere noi stessi.

L’oratorio, allora, non è soltanto un luogo dove trascorrere qualche ora, è una casa, una scuola di umanità, è il laboratorio dove il Vangelo diventa vita, amicizia, servizio, sorriso condiviso, mano tesa a chi rimane indietro.

Vorrei che ogni ragazzo imparasse a guardare i propri nonni come una biblioteca vivente.

Essi custodiscono una sapienza che nessun motore di ricerca potrà mai indicizzare.

Hanno conosciuto il sacrificio, il valore dell’attesa, la dignità del lavoro, la forza della fede quando tutto sembrava crollare.

Radices altae, fructus sancti: radici profonde generano frutti santi.

Sant’Anna è il grembo della speranza.

È la donna che ci insegna che educare significa amare senza possedere.

San Gioacchino è il padre silenzioso che ci ricorda come l’autorità più autentica non nasca dal potere, ma dall’esempio.

In un tempo in cui molti cercano followers, loro ci insegnano a formare discepoli. In un tempo in cui tutto è visibilità, essi ci parlano della santità nascosta.

In un tempo in cui spesso si misura il valore con il successo, ci ricordano che davanti a Dio conta soltanto l’amore vissuto.

Ecco perché oggi affido tutti i nostri bambini, i ragazzi degli oratori, le famiglie, i nonni e gli educatori all’intercessione di Sant’Anna e San Gioacchino.

Essi ci insegnino a custodire la fede come si custodisce una fiamma: con delicatezza, con perseveranza e con infinita fiducia.

Perché il mondo avrà sempre bisogno di intelligenza, ma ancora di più avrà bisogno di coscienze illuminate. Avrà bisogno di tecnologia, ma soprattutto di santità.

E il futuro dell’umanità continuerà a nascere, come è sempre accaduto, da una famiglia che sa pregare, amare e sperare.

Che Sant’Anna e San Gioacchino ci aiutino a non perdere mai ciò che rende davvero umano il nostro cuore: la capacità di amare Dio e, attraverso Dio, ogni fratello che incontriamo sul nostro cammino.

- SprayNews - Monica Macchioni

NOSTRA SIGNORA DEL MONTE CARMELO: QUELLA MONTAGNA INTERIORE CHE I GIOVANI CERCANO MA DI CUI NON SANNO NULLA

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Viviamo in un mondo di connessione costante e paradossalmente di profonda solitudine. Ogni giorno migliaia di giovani cliccano su immagini, parole, video, sentimenti artificiali, ma dentro di loro c'è una domanda a cui nessun algoritmo può rispondere: chi mi insegnerà a vivere veramente?

È una domanda antica quanto l'umanità.

Ecco perché la festa della Nostra Signora del Monte Carmelo non appartiene al passato,è una celebrazione incredibilmente futuristica, la risposta di Dio a una generazione che ha bisogno non di essere intrattenuta, ma di essere trovata.

Il Monte Carmelo non è solo una località geografica nella Terra Santa, è un simbolo del viaggio verso l'anima; devi lasciare qualcosa alla base di ogni montagna: peso, orgoglio, paura, rumore.

Nessuno raggiunge la vetta aggrappandosi alle proprie catene e forse questo è il grande dramma del nostro tempo: abbiamo tutto ciò che ci permette di comunicare, ma abbiamo dimenticato come entrare nel silenzio.

Maria del Carmelo ci insegna proprio questo, non impone, non grida, non conquista con la forza, aspetta!!!

Viviamo in un mondo che valorizza i "mi piace", il successo, la visibilità e l'apparenza.

Maria parla il linguaggio dell'essenziale,ci insegna che il cuore cresce quando è svuotato dall'egoismo e riempito dalla presenza di Dio.

L'oratorio, più che mai ora, è chiamato il piccolo Monte Carmelo dei nostri quartieri e un luogo dove trascorrere qualche ora, non solo un luogo in cui un giovane può sentirsi accolto prima di essere giudicato, ascoltato prima di essere corretto, amato prima di essere cambiato.

La fede non nasce dalla paura, ma dall'incontro. Ogni giovane ha una sete infinita, a volte la cercano nelle dipendenze, nelle relazioni sbagliate, nelle apparenze, nell'eccesso e pensano che avere qualcosa sia sufficiente per sentirsi completi, ma il cuore umano non è stato creato per accumulare, ma per amare.

Nostra Signora del Monte Carmelo ci insegna che non sfuggiamo alla libertà perché facciamo ciò che vogliamo, ma perché facciamo ciò che siamo chiamati a fare. Anche lo Scapolare del Carmelo, che spesso è ridotto a un umile oggetto di devozione, ha un significato molto più grande, non è un amuleto in sé e non è una scommessa sicura per la salvezza, è un'affermazione di appartenenza, la decisione di vestire Cristo con Maria ogni giorno.

È un "sì" ogni mattina.

Maria insegna la fedeltà in un mondo in cui l'identità cambia così rapidamente. In una cultura che consuma tutto, insegna la custodia. In un tempo che corre, insegna l'attesa e forse è proprio l'attesa che i giovani devono riscoprire di più.

La fretta crea consumatori, l'attesa forma uomini.

Ogni educatore, ogni sacerdote, ogni catechista dovrebbe chiedersi se sta semplicemente trasmettendo informazioni o se sta accompagnando qualcuno in una trasformazione interiore.

Educare è produrre speranza.

Nostra Signora del Monte Carmelo ha ancora uomini e donne feriti, famiglie stanche, anziani soli, bambini in cerca di un futuro e giovani in cerca di direzione.

Non promette una vita senza croci, promette di non lasciarci mai soli mentre le portiamo e questa è la rivoluzione silenziosa del Vangelo.

Non per sbarazzarsi del dolore, ma per attraversarlo insieme.

In un'epoca di tutto temporaneo, Maria rimane, è alla Croce, è nella Chiesa, è con i suoi figli e continua a indicarci suo Figlio con la stessa semplicità di duemila anni fa.

Il Monte Carmelo, forse, non è lontano, è nel cuore di ogni giovane che decide di rialzarsi dopo una caduta.

È l'oratorio che apre le sue porte, non le chiude.

È una famiglia che torna a pregare insieme.

È un educatore che sceglie di ascoltare, non di condannare.

È una comunità che riconosce che la santità non è una fuga dalla realtà; è il modo di occuparla.

Se possiamo aiutare i giovani a riscoprire questa montagna interiore, allora la festa della Nostra Signora del Monte Carmelo non sarà solo un evento liturgico, diventerà un viaggio e forse, nel silenzio di quel viaggio, molti scopriranno che Dio li ha aspettati per tutto il tempo, con la pazienza e la tenerezza di una Madre.

- SprayNews - Monica Macchioni

SAN CALOGERO, IL SANTO DEL SILENZIO CHE INTERROGA IL NOSTRO TEMPO

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Dalla roccia di Agrigento, una voce antica per l’uomo smarrito del presente.

Ci sono terre che sembrano nate per custodire il mistero, la Sicilia è una di queste; terra di luce e di ferite, di mare e di pietra, di partenze e di ritorni, di silenzi antichi e preghiere tramandate sottovoce, terra dove il sole non illumina soltanto, ma scava, entra nelle fenditure della roccia, attraversa i volti, rivela la fatica e la bellezza di un popolo che, nei secoli, ha imparato a resistere senza perdere del tutto la capacità di sperare.

Agrigento, città sospesa tra la memoria degli uomini e l’eternità del cielo, la figura di San Calogero continua a vivere con una forza che non appartiene soltanto alla devozione popolare.

San Calogero è più di un nome venerato, è una domanda rivolta all’uomo di oggi.

Che cosa resta di noi quando il rumore finisce? Chi siamo quando nessuno ci guarda?

Che cosa abita davvero il nostro cuore quando si spengono gli schermi, quando le parole degli altri tacciono, quando non abbiamo più un’immagine da difendere, un ruolo da interpretare, una reputazione da esibire?

San Calogero, eremita e uomo di Dio, viene da un tempo lontano, eppure possiede una sorprendente contemporaneità, perché il suo deserto assomiglia, più di quanto immaginiamo, al nostro.

Il deserto di ieri era fatto di pietra, solitudine, fame, arsura.

Il nostro deserto è diverso, è affollato,è illuminato, è connesso, è pieno di voci e forse proprio per questo è ancora più difficile riconoscerlo.

Viviamo nell’epoca della comunicazione permanente e dell’ascolto sempre più raro. Abbiamo strumenti capaci di raggiungere in pochi istanti l’altra parte del mondo, eppure spesso non riusciamo a raggiungere il cuore della persona seduta accanto a noi.

Sappiamo tutto degli altri e conosciamo sempre meno noi stessi.

Mostriamo fotografie di felicità mentre custodiamo stanze interiori nelle quali non entra nessuno. Costruiamo profili, immagini, narrazioni, identità digitali.

Cerchiamo approvazione, temiamo il giudizio, contiamo consensi, visualizzazioni, reazioni e lentamente rischiamo di dimenticare che il valore di una vita non può essere misurato dallo sguardo mutevole della folla. San Calogero ci conduce altrove, ci porta nella nudità dell’essenziale.

L’eremita non fugge necessariamente dagli uomini. Talvolta si allontana dal rumore per imparare ad amarli meglio.

Questa è una verità spirituale profonda.

Il silenzio cristiano non è assenza, è attesa, non è mutismo, è ascolto, non è chiusura, è spazio consegnato a Dio.

Nel silenzio cadono molte maschere e quando cadono le maschere, comincia la verità.

Forse è proprio la verità ciò che più ci spaventa, perché la verità ci mette davanti alle nostre fragilità, ci ricorda le parole che non avremmo dovuto pronunciare. Le persone che abbiamo ferito, le occasioni in cui abbiamo preferito giudicare invece di comprendere, le volte in cui abbiamo scelto l’orgoglio al posto dell’abbraccio.

Ci sono ferite che nessuna fotografia mostra, ci sono dolori che non producono rumore, persone che continuano a vivere, lavorare, sorridere, occuparsi degli altri, mentre dentro attraversano una notte che nessuno conosce.

E Dio?

Dov’è Dio in tutto questo?

È la domanda antica dell’uomo, è la domanda di Giobbe, è la domanda dei Salmi, è la domanda che attraversa gli ospedali, le case segnate dalla malattia, le famiglie divise, le stanze di chi ha perso qualcuno, le notti di chi non riesce più a immaginare il domani.

Dov’è Dio?

San Calogero non ci consegna una risposta facile.

I santi autentici non distribuiscono formule ci insegnano una presenza.

Dio non elimina magicamente ogni deserto, ma entra nel deserto.

Non impedisce ogni notte, ma accende una luce dentro la notte.

Non cancella sempre la ferita, ma impedisce alla ferita di diventare l’ultima parola.

La fede cristiana non è una promessa di immunità dal dolore, se così fosse, la Croce sarebbe incomprensibile.

La fede è la certezza che nessun dolore attraversato nell’amore è definitivamente perduto.

San Calogero ci ricorda proprio questo, anche la roccia può diventare altare, la solitudine può diventare incontro, una vita nascosta può generare luce per intere generazioni, ed è qui che la sua figura diventa profondamente vicina ai tempi che viviamo.

Viviamo giorni segnati dalla guerra. Vediamo popoli spezzati, bambini sotto le macerie, madri senza più lacrime, uomini costretti ad abbandonare la propria terra.

Viviamo il dramma delle migrazioni e troppo spesso trasformiamo esseri umani in numeri. Viviamo la violenza nelle famiglie, il bullismo, l’umiliazione pubblica.

La solitudine degli adolescenti, l’abbandono degli anziani, la disperazione nascosta dietro vite apparentemente normali.

Viviamo una stagione nella quale la parola può diventare pietra. Un commento può ferire.
Una fotografia può essere usata per umiliare. Un errore può essere trasformato in una condanna senza fine.

Una persona può essere ridotta per sempre al giorno peggiore della propria vita e allora la testimonianza di San Calogero ci obbliga a porci una domanda scomoda: che cosa abbiamo fatto della misericordia?

Abbiamo costruito una società velocissima nel giudicare e lentissima nel comprendere.

Sappiamo condannare prima di conoscere, etichettare prima di ascoltare, allontanare prima di curare e qualche volta anche noi cristiani rischiamo di dimenticare che il Vangelo non ci è stato consegnato per costruire tribunali morali, ma per diventare testimoni della Grazia. Cristo non ha chiesto alla donna ferita di presentare un curriculum di perfezione.

Non ha domandato al lebbroso se meritasse di essere toccato.

Non ha chiesto al cieco di giustificare la propria notte.

Non ha chiesto al ladrone sulla croce di dimostrare una vita irreprensibile.

Cristo ha incontrato, ha guardato, ha ascoltato,ha toccato, ha perdonato.

La misericordia cristiana non è debolezza, è una delle forme più alte della verità, perché soltanto chi è forte sa chinarsi senza sentirsi diminuito.

Soltanto chi ama davvero sa distinguere l’errore dalla persona.

Soltanto chi ha incontrato la propria fragilità smette di usare la fragilità altrui come una pietra.

San Calogero, uomo della solitudine abitata, sembra ricordarci che prima di parlare dobbiamo ascoltare.

Prima di giudicare dobbiamo conoscere, prima di condannare dobbiamo ricordare che anche noi viviamo di misericordia e forse questo messaggio riguarda profondamente anche la Chiesa del nostro tempo.

Una Chiesa che non può limitarsi a custodire porte, deve aprirle, una Chiesa che non può parlare soltanto a chi è già dentro, deve cercare chi si è perduto. Una Chiesa che non può avere paura delle ferite dell’uomo contemporaneo.

Deve avvicinarsi, deve essere madre,casa,rifugio,pane, ascolto.

Perché una Chiesa che non sa piangere con chi piange rischia di pronunciare parole teologicamente corrette e umanamente lontane e il Vangelo non è mai lontano.

Il Vangelo ha mani, ha occhi, ha polvere sui sandali, ha fame, ha sete, ha compassione.

La spiritualità di San Calogero ci riporta proprio a questa concretezza.

Dalla roccia di Agrigento, la sua memoria sembra attraversare i secoli e dirci che non esiste autentica contemplazione senza compassione.

Chi guarda Dio più profondamente impara a guardare l’uomo con maggiore misericordia.

Chi prega davvero non diventa più duro, diventa più umano, chi incontra Cristo non si sente superiore, si sente responsabile, del fratello.

Responsabile della parola che pronuncia.

Responsabile del dolore che potrebbe alleviare.

Responsabile della solitudine che potrebbe interrompere.

Responsabile della speranza che potrebbe riaccendere.

In questa nostra epoca stanca, forse abbiamo bisogno proprio di questo, meno rumore e più presenza, meno giudizio e più discernimento, meno esibizione e più verità, meno parole gridate e più parole capaci di curare.

Abbiamo bisogno di persone che sappiano restare, perché oggi molti sanno arrivare e pochi sanno restare, soprattutto accanto a chi soffre. Restare quando una relazione attraversa la notte.

Restare vicino a un giovane che non riesce più a credere in se stesso.

Restare accanto a un anziano che ripete le stesse parole. Restare vicino a chi ha sbagliato e sta cercando faticosamente di ricominciare.

Restare senza pretendere di risolvere tutto.

A volte la forma più alta dell’amore è semplicemente non andarsene.

San Calogero ha abitato il silenzio e forse oggi ci insegna che anche noi dobbiamo imparare ad abitare.

Abitare il nostro cuore.

Abitare le relazioni.

Abitare la fede.

Abitare il dolore senza trasformarlo in disperazione.

Abitare la speranza senza ridurla a illusione.

Agrigento, con la sua luce antica, continua a custodire questa memoria.

La roccia rimane, il mare continua il suo respiro.

Le generazioni passano, cambiano le lingue, le abitudini, le paure, ma il cuore dell’uomo continua a cercare ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: essere amato, essere riconosciuto, essere perdonato, sapere che la propria vita possiede un senso.

Ed è forse qui che San Calogero diventa nostro contemporaneo.

Nel ricordarci che non siamo soltanto ciò che produciamo.

Non siamo soltanto i nostri successi.

Non siamo soltanto i nostri fallimenti.

Non siamo la somma dei giudizi ricevuti.

Non siamo l’errore che abbiamo commesso.

Siamo creature chiamate per nome.

Siamo fragilità visitate dalla Grazia.

Siamo polvere nella quale Dio continua ostinatamente a seminare eternità, per questo, oggi, vorrei affidare a San Calogero una preghiera.
San Calogero, uomo della roccia e del silenzio,
insegnaci a ritrovare ciò che abbiamo perduto.
Restituisci profondità alle nostre parole,
verità ai nostri incontri,
misericordia ai nostri giudizi.
Proteggi chi attraversa la solitudine.
Resta accanto a chi non riesce più a pregare.
Visita le case dove è entrata la malattia.
Consola le madri che piangono in silenzio.
Custodisci i giovani smarriti in un mondo che chiede loro di apparire prima ancora di insegnare loro ad essere.
Accompagna gli anziani dimenticati.

Difendi chi è umiliato.

Rialza chi è caduto.

Ricorda alla Chiesa che ogni porta chiusa può diventare una ferita e ogni mano tesa può diventare Vangelo.

E a noi, uomini e donne di questo tempo inquieto, insegna il coraggio del silenzio.

Perché nel silenzio possiamo finalmente ascoltare.

Nell’ascolto possiamo comprendere.

Nella comprensione possiamo smettere di giudicare.

E nella misericordia possiamo tornare a riconoscerci fratelli.

Forse è questo il messaggio più urgente che San Calogero consegna al nostro tempo: non abbiamo bisogno di diventare più visibili.

Abbiamo bisogno di diventare più veri.

Non abbiamo bisogno di gridare più forte.

Abbiamo bisogno di ascoltare più profondamente.

Non abbiamo bisogno di costruire altri muri.

Abbiamo bisogno di riconoscere, nel volto dell’altro, una parte del nostro stesso destino.

Perché alla fine, quando ogni rumore sarà cessato, quando ogni immagine sarà scomparsa, quando i titoli, i ruoli e le apparenze non avranno più alcun peso, resterà una sola domanda:
quanto amore siamo stati capaci di lasciare dietro di noi?

San Calogero, eremita di Agrigento, uomo del silenzio e cercatore dell’Assoluto, ci aiuti a non sprecare questa vita.

Ci insegni a trasformare la roccia in altare.

La solitudine in preghiera.

La ferita in compassione.

Il silenzio in ascolto e il nostro breve passaggio sulla terra in una traccia di misericordia.

- SprayNews - Monica Macchioni

UNA COMUNITÀ CHE CRESCE UN IMPEGNO CHE CONTINUA

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Istituzioni, famiglie e territorio insieme per costruire nuove prospettive dedicate alle persone autistiche e alle loro famiglie.

Sant’Angelo in Formis (CE) Mercoledì 24 giugno 2026, alle ore 17:30, presso Don Peppe Green in Via Martiri di Nassiriya 35, si terrà l’incontro pubblico dal titolo “Una comunità che cresce Un impegno che continua”, un importante momento di confronto dedicato alle persone con disabilità, con particolare attenzione al mondo dell’autismo e al ruolo delle famiglie nei percorsi di inclusione sociale.

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di favorire il dialogo tra istituzioni, associazioni, operatori del settore e cittadini, offrendo un’occasione concreta per conoscere in anteprima le nuove misure e i percorsi di sostegno che la Regione Campania sta predisponendo a favore delle persone con disabilità.

I lavori saranno coordinati da Alessandra Pellegrino, referente di Don Peppe Green, mentre l’introduzione sarà affidata a Don Luigi Castiello, Segretario Generale del Comitato Disabilità Unite.

Nel corso dell’evento sarà presentata ufficialmente l’associazione “Oltre il Muro”, una nuova realtà associativa nata dall’impegno di famiglie che vivono quotidianamente il tema dell’autismo e dell’inclusione.

L’associazione è promossa da Lucia Marino, attivista con oltre trent’anni di esperienza nel campo dell’autismo, insieme a Carmen Carrillo e Michele Casuccio, figure già conosciute e apprezzate nel tessuto sociale del territorio per il loro costante impegno a favore delle persone più fragili.

Interverranno:
Luca Trapanese, Vicepresidente del Consiglio Regionale della Campania, da anni impegnato sui temi dell’inclusione sociale, della disabilità e dei diritti delle persone fragili, promotore di numerose iniziative dedicate al sostegno delle famiglie e all’autonomia delle persone con disabilità.

Raffaele Aveta, Presidente della Commissione Agricoltura della Regione Campania.
Paolo Colombo, Garante dei Diritti delle Persone con Disabilità della Regione Campania.

L’incontro rappresenterà un’importante occasione di ascolto e confronto tra istituzioni e famiglie, ma anche un momento di augurio e sostegno alla nascita dell’associazione “Oltre il Muro”, che si propone come punto di riferimento stabile per l’accoglienza, la tutela dei diritti e la costruzione di percorsi concreti di inclusione.

Saranno presenti amministratori comunali, rappresentanti degli Ambiti Territoriali, esponenti del Terzo Settore, rappresentanti del mondo imprenditoriale e agricolo, della Banca di Credito Cooperativo, delle realtà religiose e delle famiglie interessate ai percorsi di inclusione e partecipazione sociale.

Per informazioni:
Associazione Oltre il Muro
Tel. 339 568 7470
E-mail: oltreilmuro2026@gmail.com

- SprayNews - Monica Macchioni