NOSTRA SIGNORA DEL MONTE CARMELO: QUELLA MONTAGNA INTERIORE CHE I GIOVANI CERCANO MA DI CUI NON SANNO NULLA

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Viviamo in un mondo di connessione costante e paradossalmente di profonda solitudine. Ogni giorno migliaia di giovani cliccano su immagini, parole, video, sentimenti artificiali, ma dentro di loro c'è una domanda a cui nessun algoritmo può rispondere: chi mi insegnerà a vivere veramente?

È una domanda antica quanto l'umanità.

Ecco perché la festa della Nostra Signora del Monte Carmelo non appartiene al passato,è una celebrazione incredibilmente futuristica, la risposta di Dio a una generazione che ha bisogno non di essere intrattenuta, ma di essere trovata.

Il Monte Carmelo non è solo una località geografica nella Terra Santa, è un simbolo del viaggio verso l'anima; devi lasciare qualcosa alla base di ogni montagna: peso, orgoglio, paura, rumore.

Nessuno raggiunge la vetta aggrappandosi alle proprie catene e forse questo è il grande dramma del nostro tempo: abbiamo tutto ciò che ci permette di comunicare, ma abbiamo dimenticato come entrare nel silenzio.

Maria del Carmelo ci insegna proprio questo, non impone, non grida, non conquista con la forza, aspetta!!!

Viviamo in un mondo che valorizza i "mi piace", il successo, la visibilità e l'apparenza.

Maria parla il linguaggio dell'essenziale,ci insegna che il cuore cresce quando è svuotato dall'egoismo e riempito dalla presenza di Dio.

L'oratorio, più che mai ora, è chiamato il piccolo Monte Carmelo dei nostri quartieri e un luogo dove trascorrere qualche ora, non solo un luogo in cui un giovane può sentirsi accolto prima di essere giudicato, ascoltato prima di essere corretto, amato prima di essere cambiato.

La fede non nasce dalla paura, ma dall'incontro. Ogni giovane ha una sete infinita, a volte la cercano nelle dipendenze, nelle relazioni sbagliate, nelle apparenze, nell'eccesso e pensano che avere qualcosa sia sufficiente per sentirsi completi, ma il cuore umano non è stato creato per accumulare, ma per amare.

Nostra Signora del Monte Carmelo ci insegna che non sfuggiamo alla libertà perché facciamo ciò che vogliamo, ma perché facciamo ciò che siamo chiamati a fare. Anche lo Scapolare del Carmelo, che spesso è ridotto a un umile oggetto di devozione, ha un significato molto più grande, non è un amuleto in sé e non è una scommessa sicura per la salvezza, è un'affermazione di appartenenza, la decisione di vestire Cristo con Maria ogni giorno.

È un "sì" ogni mattina.

Maria insegna la fedeltà in un mondo in cui l'identità cambia così rapidamente. In una cultura che consuma tutto, insegna la custodia. In un tempo che corre, insegna l'attesa e forse è proprio l'attesa che i giovani devono riscoprire di più.

La fretta crea consumatori, l'attesa forma uomini.

Ogni educatore, ogni sacerdote, ogni catechista dovrebbe chiedersi se sta semplicemente trasmettendo informazioni o se sta accompagnando qualcuno in una trasformazione interiore.

Educare è produrre speranza.

Nostra Signora del Monte Carmelo ha ancora uomini e donne feriti, famiglie stanche, anziani soli, bambini in cerca di un futuro e giovani in cerca di direzione.

Non promette una vita senza croci, promette di non lasciarci mai soli mentre le portiamo e questa è la rivoluzione silenziosa del Vangelo.

Non per sbarazzarsi del dolore, ma per attraversarlo insieme.

In un'epoca di tutto temporaneo, Maria rimane, è alla Croce, è nella Chiesa, è con i suoi figli e continua a indicarci suo Figlio con la stessa semplicità di duemila anni fa.

Il Monte Carmelo, forse, non è lontano, è nel cuore di ogni giovane che decide di rialzarsi dopo una caduta.

È l'oratorio che apre le sue porte, non le chiude.

È una famiglia che torna a pregare insieme.

È un educatore che sceglie di ascoltare, non di condannare.

È una comunità che riconosce che la santità non è una fuga dalla realtà; è il modo di occuparla.

Se possiamo aiutare i giovani a riscoprire questa montagna interiore, allora la festa della Nostra Signora del Monte Carmelo non sarà solo un evento liturgico, diventerà un viaggio e forse, nel silenzio di quel viaggio, molti scopriranno che Dio li ha aspettati per tutto il tempo, con la pazienza e la tenerezza di una Madre.

- SprayNews - Monica Macchioni

SAN CALOGERO, IL SANTO DEL SILENZIO CHE INTERROGA IL NOSTRO TEMPO

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Di Don Enzo Bugea Nobile

Dalla roccia di Agrigento, una voce antica per l’uomo smarrito del presente.

Ci sono terre che sembrano nate per custodire il mistero, la Sicilia è una di queste; terra di luce e di ferite, di mare e di pietra, di partenze e di ritorni, di silenzi antichi e preghiere tramandate sottovoce, terra dove il sole non illumina soltanto, ma scava, entra nelle fenditure della roccia, attraversa i volti, rivela la fatica e la bellezza di un popolo che, nei secoli, ha imparato a resistere senza perdere del tutto la capacità di sperare.

Agrigento, città sospesa tra la memoria degli uomini e l’eternità del cielo, la figura di San Calogero continua a vivere con una forza che non appartiene soltanto alla devozione popolare.

San Calogero è più di un nome venerato, è una domanda rivolta all’uomo di oggi.

Che cosa resta di noi quando il rumore finisce? Chi siamo quando nessuno ci guarda?

Che cosa abita davvero il nostro cuore quando si spengono gli schermi, quando le parole degli altri tacciono, quando non abbiamo più un’immagine da difendere, un ruolo da interpretare, una reputazione da esibire?

San Calogero, eremita e uomo di Dio, viene da un tempo lontano, eppure possiede una sorprendente contemporaneità, perché il suo deserto assomiglia, più di quanto immaginiamo, al nostro.

Il deserto di ieri era fatto di pietra, solitudine, fame, arsura.

Il nostro deserto è diverso, è affollato,è illuminato, è connesso, è pieno di voci e forse proprio per questo è ancora più difficile riconoscerlo.

Viviamo nell’epoca della comunicazione permanente e dell’ascolto sempre più raro. Abbiamo strumenti capaci di raggiungere in pochi istanti l’altra parte del mondo, eppure spesso non riusciamo a raggiungere il cuore della persona seduta accanto a noi.

Sappiamo tutto degli altri e conosciamo sempre meno noi stessi.

Mostriamo fotografie di felicità mentre custodiamo stanze interiori nelle quali non entra nessuno. Costruiamo profili, immagini, narrazioni, identità digitali.

Cerchiamo approvazione, temiamo il giudizio, contiamo consensi, visualizzazioni, reazioni e lentamente rischiamo di dimenticare che il valore di una vita non può essere misurato dallo sguardo mutevole della folla. San Calogero ci conduce altrove, ci porta nella nudità dell’essenziale.

L’eremita non fugge necessariamente dagli uomini. Talvolta si allontana dal rumore per imparare ad amarli meglio.

Questa è una verità spirituale profonda.

Il silenzio cristiano non è assenza, è attesa, non è mutismo, è ascolto, non è chiusura, è spazio consegnato a Dio.

Nel silenzio cadono molte maschere e quando cadono le maschere, comincia la verità.

Forse è proprio la verità ciò che più ci spaventa, perché la verità ci mette davanti alle nostre fragilità, ci ricorda le parole che non avremmo dovuto pronunciare. Le persone che abbiamo ferito, le occasioni in cui abbiamo preferito giudicare invece di comprendere, le volte in cui abbiamo scelto l’orgoglio al posto dell’abbraccio.

Ci sono ferite che nessuna fotografia mostra, ci sono dolori che non producono rumore, persone che continuano a vivere, lavorare, sorridere, occuparsi degli altri, mentre dentro attraversano una notte che nessuno conosce.

E Dio?

Dov’è Dio in tutto questo?

È la domanda antica dell’uomo, è la domanda di Giobbe, è la domanda dei Salmi, è la domanda che attraversa gli ospedali, le case segnate dalla malattia, le famiglie divise, le stanze di chi ha perso qualcuno, le notti di chi non riesce più a immaginare il domani.

Dov’è Dio?

San Calogero non ci consegna una risposta facile.

I santi autentici non distribuiscono formule ci insegnano una presenza.

Dio non elimina magicamente ogni deserto, ma entra nel deserto.

Non impedisce ogni notte, ma accende una luce dentro la notte.

Non cancella sempre la ferita, ma impedisce alla ferita di diventare l’ultima parola.

La fede cristiana non è una promessa di immunità dal dolore, se così fosse, la Croce sarebbe incomprensibile.

La fede è la certezza che nessun dolore attraversato nell’amore è definitivamente perduto.

San Calogero ci ricorda proprio questo, anche la roccia può diventare altare, la solitudine può diventare incontro, una vita nascosta può generare luce per intere generazioni, ed è qui che la sua figura diventa profondamente vicina ai tempi che viviamo.

Viviamo giorni segnati dalla guerra. Vediamo popoli spezzati, bambini sotto le macerie, madri senza più lacrime, uomini costretti ad abbandonare la propria terra.

Viviamo il dramma delle migrazioni e troppo spesso trasformiamo esseri umani in numeri. Viviamo la violenza nelle famiglie, il bullismo, l’umiliazione pubblica.

La solitudine degli adolescenti, l’abbandono degli anziani, la disperazione nascosta dietro vite apparentemente normali.

Viviamo una stagione nella quale la parola può diventare pietra. Un commento può ferire.
Una fotografia può essere usata per umiliare. Un errore può essere trasformato in una condanna senza fine.

Una persona può essere ridotta per sempre al giorno peggiore della propria vita e allora la testimonianza di San Calogero ci obbliga a porci una domanda scomoda: che cosa abbiamo fatto della misericordia?

Abbiamo costruito una società velocissima nel giudicare e lentissima nel comprendere.

Sappiamo condannare prima di conoscere, etichettare prima di ascoltare, allontanare prima di curare e qualche volta anche noi cristiani rischiamo di dimenticare che il Vangelo non ci è stato consegnato per costruire tribunali morali, ma per diventare testimoni della Grazia. Cristo non ha chiesto alla donna ferita di presentare un curriculum di perfezione.

Non ha domandato al lebbroso se meritasse di essere toccato.

Non ha chiesto al cieco di giustificare la propria notte.

Non ha chiesto al ladrone sulla croce di dimostrare una vita irreprensibile.

Cristo ha incontrato, ha guardato, ha ascoltato,ha toccato, ha perdonato.

La misericordia cristiana non è debolezza, è una delle forme più alte della verità, perché soltanto chi è forte sa chinarsi senza sentirsi diminuito.

Soltanto chi ama davvero sa distinguere l’errore dalla persona.

Soltanto chi ha incontrato la propria fragilità smette di usare la fragilità altrui come una pietra.

San Calogero, uomo della solitudine abitata, sembra ricordarci che prima di parlare dobbiamo ascoltare.

Prima di giudicare dobbiamo conoscere, prima di condannare dobbiamo ricordare che anche noi viviamo di misericordia e forse questo messaggio riguarda profondamente anche la Chiesa del nostro tempo.

Una Chiesa che non può limitarsi a custodire porte, deve aprirle, una Chiesa che non può parlare soltanto a chi è già dentro, deve cercare chi si è perduto. Una Chiesa che non può avere paura delle ferite dell’uomo contemporaneo.

Deve avvicinarsi, deve essere madre,casa,rifugio,pane, ascolto.

Perché una Chiesa che non sa piangere con chi piange rischia di pronunciare parole teologicamente corrette e umanamente lontane e il Vangelo non è mai lontano.

Il Vangelo ha mani, ha occhi, ha polvere sui sandali, ha fame, ha sete, ha compassione.

La spiritualità di San Calogero ci riporta proprio a questa concretezza.

Dalla roccia di Agrigento, la sua memoria sembra attraversare i secoli e dirci che non esiste autentica contemplazione senza compassione.

Chi guarda Dio più profondamente impara a guardare l’uomo con maggiore misericordia.

Chi prega davvero non diventa più duro, diventa più umano, chi incontra Cristo non si sente superiore, si sente responsabile, del fratello.

Responsabile della parola che pronuncia.

Responsabile del dolore che potrebbe alleviare.

Responsabile della solitudine che potrebbe interrompere.

Responsabile della speranza che potrebbe riaccendere.

In questa nostra epoca stanca, forse abbiamo bisogno proprio di questo, meno rumore e più presenza, meno giudizio e più discernimento, meno esibizione e più verità, meno parole gridate e più parole capaci di curare.

Abbiamo bisogno di persone che sappiano restare, perché oggi molti sanno arrivare e pochi sanno restare, soprattutto accanto a chi soffre. Restare quando una relazione attraversa la notte.

Restare vicino a un giovane che non riesce più a credere in se stesso.

Restare accanto a un anziano che ripete le stesse parole. Restare vicino a chi ha sbagliato e sta cercando faticosamente di ricominciare.

Restare senza pretendere di risolvere tutto.

A volte la forma più alta dell’amore è semplicemente non andarsene.

San Calogero ha abitato il silenzio e forse oggi ci insegna che anche noi dobbiamo imparare ad abitare.

Abitare il nostro cuore.

Abitare le relazioni.

Abitare la fede.

Abitare il dolore senza trasformarlo in disperazione.

Abitare la speranza senza ridurla a illusione.

Agrigento, con la sua luce antica, continua a custodire questa memoria.

La roccia rimane, il mare continua il suo respiro.

Le generazioni passano, cambiano le lingue, le abitudini, le paure, ma il cuore dell’uomo continua a cercare ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: essere amato, essere riconosciuto, essere perdonato, sapere che la propria vita possiede un senso.

Ed è forse qui che San Calogero diventa nostro contemporaneo.

Nel ricordarci che non siamo soltanto ciò che produciamo.

Non siamo soltanto i nostri successi.

Non siamo soltanto i nostri fallimenti.

Non siamo la somma dei giudizi ricevuti.

Non siamo l’errore che abbiamo commesso.

Siamo creature chiamate per nome.

Siamo fragilità visitate dalla Grazia.

Siamo polvere nella quale Dio continua ostinatamente a seminare eternità, per questo, oggi, vorrei affidare a San Calogero una preghiera.
San Calogero, uomo della roccia e del silenzio,
insegnaci a ritrovare ciò che abbiamo perduto.
Restituisci profondità alle nostre parole,
verità ai nostri incontri,
misericordia ai nostri giudizi.
Proteggi chi attraversa la solitudine.
Resta accanto a chi non riesce più a pregare.
Visita le case dove è entrata la malattia.
Consola le madri che piangono in silenzio.
Custodisci i giovani smarriti in un mondo che chiede loro di apparire prima ancora di insegnare loro ad essere.
Accompagna gli anziani dimenticati.

Difendi chi è umiliato.

Rialza chi è caduto.

Ricorda alla Chiesa che ogni porta chiusa può diventare una ferita e ogni mano tesa può diventare Vangelo.

E a noi, uomini e donne di questo tempo inquieto, insegna il coraggio del silenzio.

Perché nel silenzio possiamo finalmente ascoltare.

Nell’ascolto possiamo comprendere.

Nella comprensione possiamo smettere di giudicare.

E nella misericordia possiamo tornare a riconoscerci fratelli.

Forse è questo il messaggio più urgente che San Calogero consegna al nostro tempo: non abbiamo bisogno di diventare più visibili.

Abbiamo bisogno di diventare più veri.

Non abbiamo bisogno di gridare più forte.

Abbiamo bisogno di ascoltare più profondamente.

Non abbiamo bisogno di costruire altri muri.

Abbiamo bisogno di riconoscere, nel volto dell’altro, una parte del nostro stesso destino.

Perché alla fine, quando ogni rumore sarà cessato, quando ogni immagine sarà scomparsa, quando i titoli, i ruoli e le apparenze non avranno più alcun peso, resterà una sola domanda:
quanto amore siamo stati capaci di lasciare dietro di noi?

San Calogero, eremita di Agrigento, uomo del silenzio e cercatore dell’Assoluto, ci aiuti a non sprecare questa vita.

Ci insegni a trasformare la roccia in altare.

La solitudine in preghiera.

La ferita in compassione.

Il silenzio in ascolto e il nostro breve passaggio sulla terra in una traccia di misericordia.

- SprayNews - Monica Macchioni

UNA COMUNITÀ CHE CRESCE UN IMPEGNO CHE CONTINUA

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Istituzioni, famiglie e territorio insieme per costruire nuove prospettive dedicate alle persone autistiche e alle loro famiglie.

Sant’Angelo in Formis (CE) Mercoledì 24 giugno 2026, alle ore 17:30, presso Don Peppe Green in Via Martiri di Nassiriya 35, si terrà l’incontro pubblico dal titolo “Una comunità che cresce Un impegno che continua”, un importante momento di confronto dedicato alle persone con disabilità, con particolare attenzione al mondo dell’autismo e al ruolo delle famiglie nei percorsi di inclusione sociale.

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di favorire il dialogo tra istituzioni, associazioni, operatori del settore e cittadini, offrendo un’occasione concreta per conoscere in anteprima le nuove misure e i percorsi di sostegno che la Regione Campania sta predisponendo a favore delle persone con disabilità.

I lavori saranno coordinati da Alessandra Pellegrino, referente di Don Peppe Green, mentre l’introduzione sarà affidata a Don Luigi Castiello, Segretario Generale del Comitato Disabilità Unite.

Nel corso dell’evento sarà presentata ufficialmente l’associazione “Oltre il Muro”, una nuova realtà associativa nata dall’impegno di famiglie che vivono quotidianamente il tema dell’autismo e dell’inclusione.

L’associazione è promossa da Lucia Marino, attivista con oltre trent’anni di esperienza nel campo dell’autismo, insieme a Carmen Carrillo e Michele Casuccio, figure già conosciute e apprezzate nel tessuto sociale del territorio per il loro costante impegno a favore delle persone più fragili.

Interverranno:
Luca Trapanese, Vicepresidente del Consiglio Regionale della Campania, da anni impegnato sui temi dell’inclusione sociale, della disabilità e dei diritti delle persone fragili, promotore di numerose iniziative dedicate al sostegno delle famiglie e all’autonomia delle persone con disabilità.

Raffaele Aveta, Presidente della Commissione Agricoltura della Regione Campania.
Paolo Colombo, Garante dei Diritti delle Persone con Disabilità della Regione Campania.

L’incontro rappresenterà un’importante occasione di ascolto e confronto tra istituzioni e famiglie, ma anche un momento di augurio e sostegno alla nascita dell’associazione “Oltre il Muro”, che si propone come punto di riferimento stabile per l’accoglienza, la tutela dei diritti e la costruzione di percorsi concreti di inclusione.

Saranno presenti amministratori comunali, rappresentanti degli Ambiti Territoriali, esponenti del Terzo Settore, rappresentanti del mondo imprenditoriale e agricolo, della Banca di Credito Cooperativo, delle realtà religiose e delle famiglie interessate ai percorsi di inclusione e partecipazione sociale.

Per informazioni:
Associazione Oltre il Muro
Tel. 339 568 7470
E-mail: oltreilmuro2026@gmail.com

- SprayNews - Monica Macchioni

IL SACRO CUORE DI GESU': L'ABBRACCIO CHE NESSUNA SOLITUDINE PUO' SPEZZARE

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Esistono ferite che non si vedono, non lasciano cicatrici sulla pelle, non compaiono nelle diagnosi mediche, non trovano posto nelle fotografie che pubblichiamo per mostrare al mondo la parte migliore di noi, eppure sono reali.

Abitano il silenzio delle nostre giornate, si nascondono dietro sorrisi talvolta coraggiosi, talvolta stanchi e accompagnano il cammino di tante persone che continuano a cercare una luce mentre attraversano la notte.

È proprio a queste ferite che il Sacro Cuore di Gesù rivolge il suo sguardo. Uno sguardo che non umilia, non pesa, non interroga con severità, uno sguardo che comprende.

La devozione al Sacro Cuore non appartiene semplicemente alla tradizione della Chiesa; è una sorgente inesauribile di consolazione per ogni uomo e ogni donna che desiderano sentirsi amati nella loro verità più profonda.

Nel Cuore di Cristo scopriamo qualcosa di sorprendente; Dio non è rimasto spettatore della storia umana, ha scelto di entrarvi, ha condiviso le nostre gioie, le nostre attese, le nostre paure, ha conosciuto il tradimento degli amici, l’incomprensione della folla, il dolore dell’abbandono, ha attraversato la sofferenza non per necessità, ma per amore.

Ecco perché il Suo Cuore continua a parlare. Parla al giovane che teme il futuro.

Parla alla madre che veglia accanto al letto di un figlio.

Parla all’anziano che sente il peso degli anni.

Parla a chi porta dentro una delusione che non riesce a raccontare.

Parla persino a coloro che credono di essere ormai troppo lontani per essere raggiunti dalla misericordia.

Il Sacro Cuore non conosce distanze.

Non esistono deserti interiori che la Sua grazia non possa irrigare.

Non esistono oscurità tanto fitte da resistere alla Sua luce.

Non esistono cadute così profonde da impedire alla Sua mano di sollevarci.

Questa è la bellezza del cristianesimo, non l’annuncio di una perfezione irraggiungibile, ma la certezza di un Amore che continua a cercarci anche quando siamo noi stessi a smarrire la strada.

Spesso l’uomo contemporaneo vive circondato da parole, eppure soffre una grande fame di ascolto.

Moltiplichiamo le connessioni, ma fatichiamo a costruire relazioni autentiche. Siamo costantemente raggiungibili e nello stesso tempo, profondamente soli.

Il Sacro Cuore di Gesù viene a colmare proprio questo vuoto.

Ci ricorda che ogni vita possiede un valore infinito, nessuno è un errore,che nessuno è uno scarto, che nessuna esistenza è priva di significato.

Nella società dell’efficienza, dove tutto sembra essere misurato in termini di rendimento e successo, Cristo continua a proclamare la dignità della persona.

Non guarda il curriculum, non valuta il prestigio, non si lascia impressionare dalle apparenze;

Egli contempla il cuore,lì dove si custodiscono le lacrime più sincere. Lì dove nascono i sogni, dove maturano le speranze, si lì dove si combattono le battaglie che nessuno vede; per questo il Sacro Cuore rappresenta una delle immagini più commoventi della fede cristiana.

Quel Cuore circondato di spine racconta un amore che accetta di soffrire pur di non rinunciare ad amare.

Le spine parlano delle ferite inflitte dall’indifferenza umana; la fiamma che arde al di sopra di esse testimonia invece che l’amore di Dio non si lascia spegnere; è una lezione profondamente umana e profondamente divina.

L’odio consuma, l’egoismo impoverisce, l’indifferenza raffredda,l’amore, invece, genera vita.

Sant’Agostino scriveva: “Inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te.”

In queste parole troviamo una verità che attraversa i secoli.

Ogni essere umano porta dentro di sé una nostalgia dell’infinito.

Cerchiamo felicità nelle cose, nelle persone, nei successi, nelle conquiste, eppure il cuore continua a desiderare qualcosa di più grande.

Quel desiderio ha la forma di Dio, ha il volto di Cristo, il calore del Suo Cuore misericordioso.

Quando ci lasciamo raggiungere da questo amore, qualcosa cambia.

Non necessariamente le circostanze esterne.

Non sempre i problemi scompaiono.

Non sempre le prove cessano immediatamente.

Cambia però il modo di attraversarle.

La croce non diventa più leggera perché viene negata, ma perché viene condivisa.

La sofferenza non perde la sua durezza, ma smette di essere solitudine.

La paura non svanisce per magia, ma viene illuminata dalla fiducia e nasce la speranza.

Non una speranza ingenua, non una consolazione superficiale, ma quella virtù potente che permette all’anima di guardare oltre le tempeste e riconoscere che la misericordia di Dio continua ad operare anche quando non riusciamo a scorgerne i segni. Il nostro tempo ha bisogno di questa testimonianza.

Ha bisogno di uomini e donne capaci di custodire la tenerezza.

Ha bisogno di famiglie che sappiano trasformare l’amore in accoglienza.

Ha bisogno di comunità che sappiano curare le ferite invece di amplificarle.

Ha bisogno di cristiani che portino nel mondo il profumo del Vangelo.

Il Sacro Cuore ci educa proprio a questo; a diventare riflesso dell’Amore che abbiamo ricevuto.

Chi si sente amato da Cristo non può restare indifferente davanti al dolore del prossimo.

Chi sperimenta la misericordia impara a perdonare.

Chi viene rialzato trova il coraggio di sostenere chi è caduto.

Chi si scopre accolto impara ad accogliere e allora comprendiamo che il Sacro Cuore non è soltanto una devozione; è una via.

È una scuola di umanità.

È il linguaggio con cui Dio continua a parlare ad un mondo affamato di senso.

In quel Cuore ogni uomo può trovare rifugio.

Ogni lacrima può trovare consolazione.

Ogni smarrimento può ritrovare orientamento.

Ogni notte può attendere l’alba, perché il Cuore di Gesù continua a battere per l’umanità intera, continua ad amare senza misura.

Continua ad attendere senza stancarsi.

Continua a perdonare senza umiliare.

Continua a chiamare senza imporre e continua a ricordare a ciascuno di noi che la misericordia sarà sempre più forte del peccato, la luce più forte delle tenebre e la speranza più forte della paura.

Cor Iesu, thesaurus inexhaustus amoris, ad Te confugimus.

Nel Suo Cuore troviamo pace.

Nel Suo Cuore ritroviamo noi stessi.

Nel Suo Cuore impariamo che l’amore non finisce mai.

- SprayNews - Monica Macchioni

MAURIELLO (MERITOCRAZIA ITALIA): "UN ANNO DI PONTIFICATO SVELA IN LEONE XIV UN ALTISSIMO PUNTO DI RIFERIMENTO MORALE"

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«A un anno dalla sua elezione», commenta il Presidente di Meritocrazia Italia Walter Mauriello, «Leone XIV si conferma punto di riferimento morale in un mondo in fiamme.

Meritocrazia Italia plaude a un Pontefice che sa tenere la barra dritta in ogni circostanza, proteggendo la Chiesa da un’infinità di attacchi inediti e indebiti, e riuscendo nell’impresa di tutelarne la dottrina senza abdicare alle innovazioni del predecessore, e anzi persino salvaguardandole a loro volta.

La sua è oggi una delle poche voci realmente e realisticamente pacifiche in un panorama internazionale segnato da guerre, odio, rivalse e prospettive cupe.

Molti auguri al Papa per il suo primo anniversario da tutto il Movimento e da me personalmente».

- SprayNews - Monica Macchioni

SAN GIUSEPPE LAVORATORE: DOVE L'UMILTA' DIVENTA GRANDEZZA

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Di Don Enzo Bugea Nobile

C’è una santità che non fa rumore, che non cerca applausi, che non si impone con la forza delle parole, ma con la coerenza dei gesti; è la santità operosa e silenziosa di San Giuseppe, che nel ritmo umile dei giorni ha trasformato il lavoro in vocazione e la responsabilità in atto d’amore.

Nel suo laboratorio non si costruivano soltanto oggetti, si costruiva dignità; perché il lavoro, quando è abitato dall’onestà e dalla rettitudine, non è mera fatica, ma elevazione dell’uomo, è un linguaggio silenzioso che parla di valore, di identità, di appartenenza.

San Giuseppe lo ha compreso senza proclami, vivendo quella verità antica e sempre nuova: il lavoro nobilita l’uomo perché lo rende partecipe del disegno creativo di Dio.

La sua grandezza, però, non sta solo nell’essere lavoratore.

Sta nell’essere custode.

Custode di Maria, custode di Gesù Cristo, custode di un mistero più grande di lui e qui emerge la sua cifra più alta: la fiducia, non una fiducia ingenua, ma una fiducia consapevole, maturata nell’ascolto e nella disponibilità.

A lui è stato affidato ciò che di più prezioso esiste, non perché fosse straordinario agli occhi del mondo, ma perché era profondamente affidabile agli occhi di Dio.

In un tempo come il nostro, in cui la responsabilità spesso viene percepita come peso e non come dono, la figura di San Giuseppe ci rimette davanti a una verità scomoda ma liberante: la grandezza dell’uomo non sta nel dominare, ma nel custodire.

Non nel possedere, ma nel prendersi cura.

La quotidianità, quella che molti considerano banale, nelle sue mani diventa spazio sacro, ogni gesto, anche il più semplice, si carica di senso, ogni scelta diventa testimonianza.

Non c’è retorica nella sua vita, ma una coerenza limpida, quasi disarmante e proprio per questo rivoluzionaria.

San Giuseppe non ha cercato il proprio progetto; ha accolto quello di Dio, non ha imposto la sua volontà, ha ascoltato, non ha trattenuto per sé: ha donato tutto. In lui si compie quella sintesi rara tra umiltà e forza, tra silenzio e responsabilità, tra sacrificio e amore.

E allora il lavoro smette di essere solo un mezzo e diventa relazione, con Dio, con gli altri, con sé stessi.

Diventa il luogo in cui si forgia la dignità, si educa il cuore, si costruisce la famiglia.

La casa di Nazareth non è soltanto uno spazio fisico, ma una scuola di umanità, dove l’amore si traduce in gesti concreti, in presenza, in fedeltà.

Rivolgersi a San Giuseppe oggi significa chiedere qualcosa di essenziale e allo stesso tempo, profondamente controcorrente, la capacità di vivere con autenticità; di lavorare con onestà, di amare con responsabilità, di fidarsi anche quando non tutto è chiaro, perché in fondo, la vera forza non è nell’apparire, ma nel restare.

Non nel gridare, ma nel costruire.

Non nel pretendere, ma nel custodire e San Giuseppe, nel suo silenzio abitato da Dio, continua a insegnarcelo, sempre.

- SprayNews - Monica Macchioni

“FERMARSI NON SI PUÒ” 250 GIOVANI A MESSINA PER IL MEETING NAZIONALE DELL’OPERA DON GUANELLA

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Di Letizia Bonelli

Messina diventa capitale della fede in azione, giovani da tutta Italia uniti per trasformare la spiritualità in missione concreta Messina, dal 30 aprile al 3 maggio 2026, la città di Messina ospiterà il Meeting nazionale dei giovani dell’Opera Don Guanella, promosso da Don Enzo Bugea Nobile, punto di riferimento spirituale e guida della comunità.

Saranno 250 i giovani, tra partecipanti e animatori, provenienti da diverse realtà italiane : Perugia, Ferentino, Roma, Bari, Agrigento, San Ferdinando, Alberobello e Messina, a vivere quattro giornate intense di incontro, formazione e condivisione nelle comunità di SS. Salvatore – S. Pio X, Villaggio Aldisio e Fondo Fucile.

Il titolo scelto per questa edizione è già una dichiarazione di intenti:
“Fermarsi non si può: destinazione mondo”

Un messaggio che si traduce nel tema portante del Meeting: la fede come missione, non qualcosa da custodire in silenzio, ma da vivere, ogni giorno, nella realtà.

A guidare il percorso, l’eredità concreta di San Luigi Guanella:
“Non si può fermarsi finché ci sono poveri da soccorrere.”

Durante il Meeting si alterneranno:
* lavori di gruppo e momenti formativi
* testimonianze e confronto
* incontro con l’Arcivescovo
* celebrazioni eucaristiche
* Adorazione Eucaristica, per rimettere Cristo al centro del cammino
accanto alla dimensione spirituale, spazio alla fraternità e alla condivisione, perché la fede cresce solo quando si fa relazione.

Qui non si viene a “partecipare” a un evento, si viene a prendere posizione, perché la fede, quando è autentica, non resta comoda, ti spinge, ti espone, ti chiede di scegliere e questi giovani hanno già deciso di non restare fermi.

- SprayNews - Monica Macchioni

MAURIELLO (MERITOCRAZIA ITALIA): NEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI PAPA FRANCESCO, RICORDIAMO L'IMPORTANZA DEL SUO LASCITO

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«Ricorre oggi il primo anniversario della morte di Papa Francesco», afferma il Presidente di Meritocrazia Italia Walter Mauriello, «e il Movimento ne ricorda commosso il coraggio, la spinta riformatrice, il genuino desiderio di rimettere evangelicamente “gli ultimi” al centro della Chiesa.

Francesco è stato forse il primo Pontefice a dare attuazione pienamente e senza esitazioni alle riforme conciliari, iniziando a percorrere una strada difficile quanto necessaria, e così fra l’altro smentendo nei fatti i detrattori che lo accusavano di allontanarsi dalla tradizione, perché Concilio e tradizione coincidono, sono l’uno l’espressione e la continuazione dell’altra.

Al successore Leone XIV, a cui ebbi l’onore e l’emozione di presentare personalmente Meritocrazia Italia, e che da subito manifestò la volontà di continuare questo immenso lascito, il plauso e l’incoraggiamento del Movimento a che, illuminata dalla sua azione, la Chiesa Cattolica si confermi quello che oggi – anche grazie a Papa Francesco – è: un prezioso riferimento morale in tempi di incertezze, odio e paura”.

- SprayNews - Monica Macchioni

CEIC, CINZIA GIRARDI NOMINATA DAL CONSIGLIO DIRETTIVO VICEPRESIDENTE DI PADRE MAURIZIO RAIMONDO

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L’Imprenditrice Cinzia Girardi è’ stata nominata vice presidente a livello internazionale del CEIC Centro ecumenico impegno culturale.

Sabato 18 Aprile il consiglio direttivo presieduto dal Patriarca, Sua Beatitudine Maurizio Raimondo, si è espresso alla unanimità conferendole questo nuovo e impegnativo incarico.

Il CEIC e’una realtà molto importante, si muove da moltissimi anni nella società a trecentosessanta gradi, con iniziative che riscuotono il consenso e il plauso di moltissime persone, arrivando anche a influenzare spesso la percezione e quindi anche l’orientamento politico in moltissime realtà.

“Le motivazioni che mi hanno portato a chiedere al direttivo di istituire una figura finora non prevista al CEIC cioè quella vicepresidente e’ perché ho trovato finalmente nella imprenditrice Girardi una figura di grande livello umano e morale, con indiscusse capacità manageriali.

Sono sicuro che metterà la propria esperienza e le proprie capacità a servizio del CEIC e di tutta la nostra comunità in forte espansione”.

- SprayNew - Monica Macchioni

TRUMP, ON. MAZZOCCHI (Cristiano Riformisti): “GLI INSULTI AL PAPA OFFENDONO QUELLA COMUNITÀ CATTOLICA CHE HA DETERMINATO LA STORIA E IL TESSUTO SOCIALE DEL SUO PAESE”

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Il Movimento dei Cristiano Riformisti esprime ferma e incondizionata solidarietà a Sua Santità Papa Leone XIV bersaglio di recenti e inaccettabili offese da parte del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Le dichiarazioni del Presidente appaiono come elucubrazioni prive di fondamento che colpiscono non solo la figura del Pontefice, ma la sensibilità dei fedeli della seconda confessione religiosa per numero all’interno del Cristianesimo.

I Cristiano Riformisti ribadiscono con forza la propria fede e la propria totale adesione ai valori di pace, giustizia e dignità umana espressi costantemente dal magistero del Pontefice.

Non può esserci spazio per il linguaggio dell’insulto nel dialogo tra istituzioni, specialmente quando questo calpesta i sentimenti religiosi di milioni di cittadini.

Il Papa saggiamente ha ribadito la propria autonomia di guida spirituale scevra da condizionamenti politici e geopolitici di qualsiasi tipo.

- SprayNews - Monica Macchioni