VITTORIO SGARBI, NOVITA' SULLA PERIZIA: E' IN GRAVISSIMO PERICOLO DI VITA

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Di Monica Macchioni

La figlia Evelina Sgarbi rompe gli indugi:”La verità è finalmente emersa, ma c'è chi non lo vuole ammettere e tenta ancora di nasconderla!"

“Siamo giunti alla verità, anche se c’è’ stato chi per mesi, insultandomi e screditandomi, ha tentato in ogni modo di nasconderla….e lo sta facendo tutt’ora, nonostante l’evidenza!

A parlare è Evelina Sgarbi, che torna a rompere il silenzio con una nuova e durissima dichiarazione sulla vicenda medica e legale che coinvolge il padre, Vittorio Sgarbi.

“Non mi ero sbagliata quando chiedevo trasparenza e informazioni chiare sulla salute di mio padre per capire cosa gli stesse realmente accadendo.

Non mi ero sbagliata quando sostenevo che non ci si trovasse di fronte a una semplice depressione: finalmente le cartelle cliniche hanno dimostrato che mio padre non soffre solo di una forte depressione, ma di una serie di patologie croniche neurologiche e cardiache che incidono sul suo equilibrio cognitivo e che meritano di essere trattate in maniera accurata, lontano dallo show business, e con cure mediche mirate.

I tecnici e i periti a cui mi sono rivolta, dopo aver letto e valutato le carte, mi hanno dato pienamente ragione: serve subito un approfondimento specialistico con medici esperti in campo cardiologico, emodinamico e neurologico.

Avere affidato un compito così complesso e multidisciplinare a una sola psicologa si è rivelato un buco nell’acqua.”

La figlia del celebre critico d'arte punta poi l'indice contro gli atti della consulenza tecnica: “Ciò che lascia davvero sgomenti è la relazione del Professor Sani, lo psichiatra che ha avuto in cura mio padre al Gemelli, che nella relazione consegnata alla CTU, omette di prendere in considerazione le relazioni, le diagnosi di dimissione e le risultanze degli esami neurologici e cardiovascolari eseguiti solo pochi mesi prima presso la clinica specialistica San Rossore, dove mio padre è risultato più volte ricoverato.

Si tratta di documenti da cui emergono, senza possibilità di letture alternative, dubbi enormi sulle terapie 'fai da te' somministrate da chi gli sta vicino che, con molta probabilità, hanno innescato a livello fisico il repentino decadimento di mio padre.

Di quanto affermo ho ovviamente tutte le prove e non temo alcun tipo di azione giudiziaria, tipo querele intimidatorie da parte di chi segue attualmente mio padre.

Magari!

Venissero a confrontarsi in Tribunale perche’ io, nonostante questa brutta esperienza con la giudice Paola Scorza che ha in carico il processo di mio padre, credo ancora fermamente nella Giustizia e credo che nei Tribunali d’Italia la maggiore parte dei giudici siano uomini e donne giusti, che credono nel diritto e nella verità.

Le drammatiche risultanze di queste cartelle cliniche stridono, in maniera sconcertante, con le conclusioni a cui giunge la CTU, lo ripeto, una psicologa con nessuna competenza di tipo cardiologico, oncologico, neurologica e psichiatrico.

Di fronte a questo quadro, la linea d'azione è già tracciata:
“Ho già dato pieno mandato al mio legale di fiducia, l’avvocato Lorenzo Iacobbi, per contestare punto su punto tutte le omissioni della relazione del Professor Sani, che purtroppo sono state recepite in maniera acritica e acquiescente dalla CTU Lili Romeo.

Insieme al nostro perito di parte, presenteremo un articolato pacchetto di rilievi nel merito per pretendere un’integrazione del collegio peritale che includa figure imprescindibili come un cardiologo, un neurologo, un oncologo, e uno psichiatra, alla luce delle gravissime patologie emerse.”

La chiusura della dichiarazione è un accorato appello: “Mio padre Vittorio è in gravissimo pericolo di vita, continuamente sballottato da un evento ad un altro, solo per un mero business altrui!!.

Non intendo rimanere a guardare con le mani in mano, inerme, aspettando che se ne vada per sempre senza aver tentato l'impossibile pur di salvarlo.

Riterro’ responsabile chiunque sia stato vicino a mio padre e non ha fatto tutto quello che era giusto fare per salvargli la vita! Io non mi arrendo.

Denuncerò tutti coloro che hanno messo a repentaglio la vita di mio padre!”.

- SprayNews - Monica Macchioni

MERITOCRAZIA ITALIA PROPONE UNA NUOVA STRATEGIA NAZIONALE PER LA SALUTE COGNITIVA

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Le demenze rappresentano una delle più grandi sfide sanitarie, sociali ed economiche dei prossimi decenni.
L’invecchiamento della popolazione impone un cambio di paradigma: non è più sufficiente curare la malattia quando si manifesta, ma occorre costruire una cultura della prevenzione che accompagni il cittadino lungo tutto l’arco della vita.

Le più recenti evidenze scientifiche indicano che fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili. Ciò significa che agire tempestivamente sugli stili di vita, sulla salute cardiovascolare, sull’istruzione, sulla riduzione dell’isolamento sociale e sulla qualità dell’ambiente può incidere concretamente sul rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo.

La prevenzione, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente alla responsabilità individuale. Informare è indispensabile, ma da solo non basta.

Le persone possono adottare comportamenti salutari solo se vivono in contesti che li rendono realmente possibili: servizi territoriali efficienti, medicina di prossimità, spazi dedicati all’attività fisica, percorsi di educazione sanitaria permanenti e una rete sociale capace di contrastare solitudine e fragilità.

La prevenzione delle demenze deve essere considerata un obiettivo strutturale delle politiche pubbliche, attraverso un approccio multidisciplinare che coinvolga sanità, scuola, Università, enti locali, imprese e Terzo Settore.

Il nostro Paese dispone già di strumenti di programmazione importanti, a partire dal Piano Nazionale Demenze e dal Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031. La priorità, pertanto, non è creare l’ennesimo piano, ma rafforzare e rendere maggiormente integrata la strategia nazionale per la salute cognitiva, verificando quanto gli indirizzi già definiti riescano a tradursi in interventi concreti e omogenei sul territorio.

Occorre, in particolare, rendere più efficace il monitoraggio dell’attuazione delle politiche di prevenzione, attraverso indicatori chiari e misurabili che consentano di valutare, tra le diverse realtà regionali, l’effettiva accessibilità ai percorsi di prevenzione, diagnosi tempestiva, presa in carico e sostegno alle famiglie.

La qualità di una politica sanitaria non si misura soltanto dalla sua capacità di essere programmata, ma anche dalla possibilità di verificarne concretamente i risultati. È inoltre necessario verificare quanto gli strumenti della medicina territoriale siano oggi effettivamente in grado di intercettare e accompagnare precocemente le persone a rischio, valorizzando il ruolo dei medici di medicina generale e dell’integrazione multidisciplinare.

La prevenzione deve diventare parte integrante della presa in carico e non rimanere confinata alle campagne di sensibilizzazione. Parallelamente, è opportuno sviluppare e rendere continuativi i programmi di educazione alla salute destinati a tutte le fasce d’età, poiché la prevenzione delle demenze inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi. Investire nella scuola significa educare ai corretti stili di vita; investire negli adulti significa favorire la prevenzione cardiovascolare e metabolica; investire negli anziani significa promuovere attività cognitive, relazionali e motorie che preservino autonomia e qualità della vita.

Particolare attenzione merita inoltre il contrasto all’isolamento sociale, riconosciuto dalla comunità scientifica come uno dei fattori associati al declino cognitivo. Favorire reti di comunità, iniziative di volontariato, spazi di aggregazione e percorsi di partecipazione attiva significa investire non soltanto nella coesione sociale, ma anche nella salute pubblica.

Meritocrazia ritiene altresì necessario continuare a sostenere la ricerca scientifica sulle malattie neurodegenerative, favorendo una maggiore integrazione tra Università, centri di ricerca, sistema sanitario e innovazione tecnologica, affinché le nuove conoscenze possano tradursi rapidamente in strumenti di prevenzione, diagnosi e cura. La vera sfida non consiste nell’informare di più, ma nel creare le condizioni affinché la prevenzione diventi una possibilità concreta per tutti. Per questo, accanto alla responsabilità individuale, deve crescere la capacità delle Istituzioni di garantire servizi accessibili, interventi tempestivi e risultati verificabili. Ogni intervento che contribuisca a ritardare l’insorgenza della demenza significa preservare autonomia, dignità e qualità della vita delle persone, sostenere le famiglie e contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

La prevenzione non è un costo: è un investimento. Ma perché sia davvero tale, deve poter essere misurata, verificata e resa accessibile a tutti.

Stop war.

- SprayNews

COMUNITÀ TERAPEUTICHE O SEMPLICE SVUOTA-CARCERI?

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Di Beppe Mambretti
Cristiano Riformista

La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

Chi conosce da vicino il mondo delle dipendenze sa bene che il carcere, da solo, raramente cura una tossicodipendenza. Nella maggior parte dei casi interrompe temporaneamente il consumo di sostanze, senza affrontarne le cause profonde.

Per questo ritengo che un percorso terapeutico serio possa rappresentare una risposta più efficace della sola detenzione.

Il problema, però, è un altro.

Il problema è che questo provvedimento rischia di trasformarsi nell’ennesimo slogan politico se non verrà accompagnato da una vera riforma del sistema delle dipendenze.

QUALI COMUNITÀ?

La prima domanda è tanto semplice quanto inevitabile.

Di quali comunità stiamo parlando?

Parlare genericamente di comunità terapeutiche significa non conoscere il settore.

Esistono comunità molto diverse tra loro. Comunità educative, terapeutiche, riabilitative, comunità specializzate nella doppia diagnosi, comunità nate sul volontariato e comunità convenzionate con il Servizio sanitario.

Cambiano i metodi terapeutici, il personale, l’organizzazione, la capacità ricettiva e le competenze professionali.

Non tutte possono accogliere detenuti.

Non tutte sono in grado di affrontare pazienti con gravi disturbi psichiatrici.

Non tutte dispongono delle professionalità necessarie.

Dire semplicemente che migliaia di detenuti verranno inviati “nelle comunità” rischia quindi di essere una semplificazione che non tiene conto della realtà.

IL MONDO DELLE DIPENDENZE È CAMBIATO

Negli ultimi vent’anni è cambiato completamente il volto della tossicodipendenza.

Le nuove droghe sintetiche hanno trasformato profondamente il profilo dei consumatori.

Oggi moltissime persone non presentano soltanto una dipendenza, ma anche importanti disturbi psichiatrici.

Parliamo della cosiddetta doppia diagnosi.

Psicosi.

Depressione.

Disturbi della personalità.

Aggressività.

Alterazioni cognitive.

Patologie che richiedono psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori altamente specializzati.

Molte comunità storiche, nate trent’anni fa, non sono state progettate per affrontare questa nuova realtà.

E non è una colpa.

È semplicemente un dato di fatto.

Per questo non basta parlare genericamente di comunità.

Occorre distinguere quali siano realmente preparate ad affrontare le nuove dipendenze e quali no.

DOVE LI METTIAMO?

Il Governo parla della possibilità di trasferire migliaia di detenuti tossicodipendenti fuori dagli istituti penitenziari.

La domanda è inevitabile.

Dove?

Quanti posti sono realmente disponibili?

Quante comunità hanno dato la propria disponibilità?

Quante possono seguire pazienti con doppia diagnosi?

Quanti operatori dovranno essere assunti?

Senza risposte concrete, il rischio è che il provvedimento rimanga soprattutto un annuncio.

C’È ANCHE UN TEMA ECONOMICO

Esiste poi una riflessione che non può essere ignorata.

Secondo il rapporto Antigone, mantenere un detenuto costa allo Stato mediamente circa 145 euro al giorno.

Le rette delle comunità terapeutiche convenzionate variano da Regione a Regione e dalla tipologia di trattamento, ma mediamente si aggirano intorno ai 100 euro al giorno, considerando sia le comunità tradizionali sia quelle dedicate alla doppia diagnosi.

È evidente che, almeno teoricamente, il trasferimento di un detenuto in comunità potrebbe comportare anche un risparmio economico.

Naturalmente una parte dei costi del sistema penitenziario rimane fissa e non diminuisce automaticamente con la riduzione del numero dei detenuti.

Ma è inevitabile domandarsi se, oltre alla finalità terapeutica, questo provvedimento non risponda anche all’esigenza di contenere la spesa pubblica e ridurre il sovraffollamento carcerario.

Il risparmio, di per sé, non sarebbe un male.

Anzi.

Se una persona recupera davvero e lo Stato spende anche meno, il risultato sarebbe positivo per tutti.

Il problema nasce quando il criterio economico rischia di prevalere sulla qualità del percorso terapeutico.

LE RISORSE SONO DAVVERO SUFFICIENTI?

Anche qui servono risposte.

Se davvero si vuole investire nelle comunità terapeutiche servono finanziamenti adeguati.

Servono nuovi posti.

Servono psichiatri.

Servono psicologi.

Servono educatori.

Servono infermieri.

Servono convenzioni.

Servono controlli.

Servono strumenti.

Le risorse finora annunciate appaiono però insufficienti rispetto agli obiettivi dichiarati.

Ed è proprio questo che alimenta il dubbio che tra gli annunci e la concreta realizzazione della riforma esista ancora una distanza enorme.

LE COMUNITÀ DIMENTICATE

Esistono comunità che hanno accolto migliaia di ragazzi senza praticamente chiedere nulla allo Stato, sostenendosi grazie al volontariato, alle donazioni e al sacrificio quotidiano di chi ha dedicato la propria vita al recupero degli altri.

Queste realtà meritano rispetto.

Meritano ascolto.

Meritano di essere coinvolte.

Naturalmente ogni comunità deve essere verificata, controllata e valutata nei risultati.

Ma è difficile comprendere come lo Stato possa ignorare per anni questo patrimonio di esperienza e ricordarsene soltanto quando il carcere non riesce più a contenere il problema.

Le comunità non possono diventare il deposito esterno dell’amministrazione penitenziaria.

Devono essere protagoniste di un vero progetto terapeutico.

IL CARCERE RECUPERA DAVVERO?

Su questo desidero esprimere una riflessione personale.

A mio avviso il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recupera la persona.

Al contrario, rischia di peggiorarne il percorso delinquenziale.

Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa.

Lo dice la nostra Costituzione.

Ma il sovraffollamento, la mancanza di educatori, di lavoro, di formazione e di veri percorsi terapeutici fanno sì che molte persone escano peggiori di come sono entrate.

Con più rabbia.

Più emarginate.

Talvolta con legami criminali ancora più forti.

Questo vale soprattutto per chi soffre di dipendenza.

Senza una vera presa in carico terapeutica il carcere sospende il problema, ma raramente lo risolve.

LA POLITICA ASCOLTA DAVVERO?

Il centrodestra ha sempre sostenuto il ruolo delle comunità terapeutiche e ha spesso criticato le politiche di riduzione del danno.

Una posizione assolutamente legittima.

Quello che però mi lascia perplesso è un altro aspetto.

Chi scrive conosce questo mondo non per sentito dire, ma per esperienza diretta. Eppure non ricordo di essere mai stato chiamato da esponenti del centrodestra per portare una testimonianza, raccontare come siano cambiate le droghe, spiegare le difficoltà delle comunità o, semplicemente, per chiedermi, nel mio piccolo, quale percorso possa davvero aiutare un tossicodipendente a uscire dalla droga e a ricostruirsi una vita.

Forse perché quello delle dipendenze è un problema che riguarda tutti, ma che interessa davvero a pochi.

È molto più semplice parlarne durante una conferenza stampa che sedersi a un tavolo con chi quella realtà l’ha conosciuta sulla propria pelle.

CONCLUSIONI

Non sono contrario alle comunità terapeutiche.

Al contrario.

Credo che, quando sono realmente preparate e messe nelle condizioni di lavorare, rappresentino una delle migliori opportunità per restituire dignità, speranza e futuro a chi è caduto nella dipendenza.

Allo stesso tempo, sono convinto che il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recuperi la persona ma finisca per peggiorarne il percorso delinquenziale, soprattutto quando alla pena non si accompagna un autentico percorso terapeutico e di reinserimento.

Per questo motivo considero giusto discutere di misure alternative al carcere.

Ma parlare genericamente di “comunità” non basta.

Occorre distinguere tra comunità e comunità.

Tra dipendenza e doppia diagnosi.

Tra chi è realmente pronto a intraprendere un percorso di recupero e chi necessita prima di un diverso intervento sanitario.

Servono investimenti, personale qualificato, strutture adeguate, controlli e soprattutto la volontà di ascoltare chi questo mondo lo vive ogni giorno.

Diversamente, il rischio è che questo provvedimento venga ricordato non come una riforma delle politiche sulle dipendenze, ma semplicemente come uno svuota-carceri utile ad alleggerire il sovraffollamento e, forse, anche a contenere la spesa pubblica.

Il recupero di una persona non si misura dal luogo in cui sconta la pena.

Si misura dalla capacità dello Stato di offrirle una vera possibilità di cambiare.

Perché una comunità non è un’alternativa al carcere. È un’alternativa alla recidiva.

E questa dovrebbe essere la vera sfida della politica: non svuotare le carceri, ma riempire di speranza e di opportunità la vita di chi ha deciso davvero di cambiare.

- SprayNews - Monica Macchioni

CALCIO - LAZIO, SFORZINI (CENTRO STUDI RINASCIMENTO NAZIONALE): «IL CASO ROCCA-LOTITO È UN PERICOLOSO CAMPANELLO D'ALLARME»

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«LE ISTITUZIONI NON DEVONO SCONFINARE NEL CONDIZIONAMENTO DI IMPRESE E PROPRIETÀ’ PRIVATE»

Per il Centro Studi Rinascimento Nazionale un presidente della Regione può favorire il dialogo, mettere a disposizione sedi istituzionali di confronto, lavorare sullo stadio e sulle infrastrutture. Non può diventare il protagonista di una delle parti in conflitto, utilizzando il prestigio della funzione pubblica per esercitare una pressione politica sul proprietario di una società privata.

«Il Centro Studi Rinascimento Nazionale non interviene nelle vicende sportive della S.S. Lazio, né intende esprimere giudizi sulla gestione calcistica di Claudio Lotito. Interveniamo, invece, perché questo episodio costituisce un perfetto case study di una questione culturale e istituzionale molto più ampia: il corretto rapporto tra potere pubblico e iniziativa privata. È esattamente questo il compito di un centro studi: utilizzare fatti concreti per riflettere sui principi che devono reggere una democrazia liberale.»

Lo dichiara Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.

«Le dichiarazioni del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca rappresentano, a nostro giudizio, un pericoloso sconfinamento del ruolo istituzionale. Un presidente di Regione può occuparsi di infrastrutture, impiantistica sportiva, sicurezza, servizi pubblici e rapporti istituzionali. Non dovrebbe invece utilizzare l'autorevolezza della propria carica per stabilire quale debba essere la "postura" di una società privata, come debba comunicare, quale organizzazione debba avere o come il suo proprietario debba esercitare i propri diritti.»

«Per noi questo episodio va oltre la Lazio. Oggi il bersaglio è Claudio Lotito. Domani potrebbe essere un imprenditore, un editore, una banca, un'azienda industriale o qualunque altra realtà privata che non incontra il favore del potere politico. È proprio così che, quasi sempre in buona fede, lo Stato tende progressivamente ad allargare i propri confini.»

«Il Centro Studi Rinascimento Nazionale sostiene invece un principio opposto: lo Stato deve essere forte dove gli compete ed essere assente dove non gli compete. Forte nel garantire sicurezza, giustizia, infrastrutture, legalità e rispetto delle regole. Ma altrettanto capace di ritirarsi quando entra nel terreno delle libere scelte imprenditoriali e della proprietà privata.»

«Rocca afferma di non mettere in discussione il diritto di proprietà di Lotito. Tuttavia, subito dopo, pretende di indicare alla società quale debba essere la sua struttura, la sua comunicazione e perfino la sua "postura". È una contraddizione evidente. Il diritto di proprietà non si svuota soltanto attraverso gli espropri o nuove tasse: si svuota anche quando il potere politico ritiene di poter indirizzare moralmente e pubblicamente le decisioni di un'impresa privata.»

«Neppure il richiamo alla quotazione in Borsa modifica il quadro. Una società quotata risponde alle leggi, agli azionisti, al mercato e alle autorità indipendenti di vigilanza. Non nasce, per questo, un potere di indirizzo del presidente della Regione. Anzi, proprio perché la società è quotata, un'autorità politica dovrebbe usare ancora maggiore prudenza nelle proprie esternazioni.»

«I tifosi hanno tutto il diritto di contestare la proprietà, manifestare, protestare e chiedere risultati migliori. Ma il consenso popolare non costituisce un titolo di proprietà. La passione calcistica non trasforma le istituzioni in arbitri della governance aziendale.»

«Un presidente della Regione può favorire il dialogo, mettere a disposizione sedi istituzionali di confronto, lavorare sullo stadio e sulle infrastrutture. Non può diventare il protagonista di una delle parti in conflitto, utilizzando il prestigio della funzione pubblica per esercitare una pressione politica sul proprietario di una società privata.»

«Il caso Rocca-Lotito è quindi interessante non per ciò che dice sulla Lazio, ma per ciò che dice sul rapporto fra libertà e potere. È da episodi apparentemente circoscritti che si comprende la cultura politica di un Paese.

Noi crediamo che il potere pubblico debba conoscere i propri limiti. Le istituzioni acquistano autorevolezza quando rispettano rigorosamente i confini delle proprie competenze, non quando li oltrepassano.»

«Il Centro Studi Rinascimento Nazionale continuerà a difendere questo principio in ogni ambito, indipendentemente dalle persone coinvolte e dal loro colore politico. Oggi riguarda Claudio Lotito; domani riguarderà chiunque altro. Perché la libertà economica, il diritto di proprietà e la rigorosa delimitazione del potere pubblico non sono privilegi di qualcuno: sono pilastri dello Stato di diritto», conclude Sforzini.

- SprayNews - Monica Macchioni

MERITOCRAZIA ITALIA SU CASE COMUNITA' E MEDICINA TERRITORIALE: LE STRUTTURE DA SOLE NON BASTANO, SERVONO RISORSE PROFESSIONALI

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La progressiva attuazione della riforma della medicina territoriale, con particolare riferimento allo sviluppo delle Case di Comunità previste dal PNRR, rappresenta un passaggio strategico per il rafforzamento dell’assistenza di prossimità e per la tenuta complessiva del Servizio Sanitario Nazionale.

Tuttavia, l’esperienza applicativa che si sta delineando in diversi contesti territoriali evidenzia con sempre maggiore chiarezza che la piena operatività di tali strutture non può prescindere dalla disponibilità effettiva di personale sanitario adeguato, stabile e adeguatamente programmato.

In tale prospettiva si inserisce il recente caso dell’ASL di Caserta, che ha avviato una procedura di reclutamento di medici in regime di lavoro autonomo per garantire l’apertura e il funzionamento delle Case di Comunità Hub e Spoke sul territorio provinciale.

L’iniziativa, pur rispondendo all’esigenza immediata di assicurare la continuità assistenziale e di evitare il mancato avvio operativo delle strutture previste, evidenzia al tempo stesso una condizione ormai diffusa nel sistema sanitario: la necessità di ricorrere a soluzioni emergenziali per sopperire a criticità strutturali nella programmazione del personale.

La medicina territoriale e le Case di Comunità sono chiamate a rappresentare un modello evolutivo dell’assistenza sanitaria, fondato sull’integrazione multiprofessionale, sulla continuità delle cure e sulla presa in carico dei pazienti cronici e fragili. Ma tale modello non può realizzarsi compiutamente attraverso la semplice somma di prestazioni orarie o attraverso l’attivazione di forme di lavoro esclusivamente flessibili e non strutturate. Il rischio concreto è quello di una transizione organizzativa incompleta, nella quale l’investimento in infrastrutture e innovazione non sia accompagnato da un parallelo rafforzamento del patrimonio umano, con conseguente difficoltà nel garantire continuità, stabilità e qualità dell’assistenza.

In Campania, tale criticità assume particolare rilievo alla luce della complessità del territorio, della pressione sui servizi di emergenza-urgenza e della disomogeneità nella distribuzione delle risorse professionali.

Le Case di Comunità rappresentano uno strumento potenzialmente fondamentale per il rilancio della sanità territoriale, ma la loro efficacia è strettamente subordinata alla capacità del sistema di garantire un’adeguata programmazione del fabbisogno di medici, infermieri e professionisti sanitari. Non è la direzione della riforma ad essere in discussione, bensì le condizioni concrete della sua attuazione.

Il caso dell’ASL di Caserta evidenzia la necessità di affrontare con urgenza alcuni nodi strutturali che possono essere ricondotti a tre direttrici fondamentali.

La prima riguarda la programmazione preventiva e vincolante del personale sanitario, attraverso la definizione dei fabbisogni reali per ciascuna struttura e la verifica della copertura minima necessaria prima dell’attivazione operativa delle Case di Comunità.

La seconda concerne la costruzione progressiva di équipe territoriali stabili e integrate, nelle quali la medicina generale non rappresenti un elemento aggiuntivo o parallelo, ma una componente strutturale del modello organizzativo, secondo logiche di reale presa in carico e continuità assistenziale.

La terza riguarda la governance della fase transitoria, che deve essere chiaramente finalizzata al superamento delle soluzioni emergenziali, attraverso l’utilizzo limitato e temporaneo di forme flessibili di reclutamento, accompagnate da un percorso definito di stabilizzazione e inserimento nelle équipe territoriali.

In questa prospettiva, il ricorso a strumenti come il lavoro a prestazione o a chiamata può essere compreso solo come risposta temporanea a una fase di avvio, ma non può rappresentare la configurazione ordinaria del sistema. La sfida della sanità territoriale non può essere ridotta alla sola realizzazione di nuove strutture, ma richiede una visione complessiva che tenga insieme risorse, organizzazione e valorizzazione delle professionalità. La tenuta del Servizio Sanitario Nazionale passa necessariamente attraverso la centralità del capitale umano, unico elemento in grado di garantire la qualità, la continuità e l’efficacia delle cure. Per queste ragioni, Meritocrazia Italia ribadisce la necessità di accompagnare ogni processo di innovazione organizzativa con un corrispondente investimento strutturale sulle risorse professionali, affinché le Case di Comunità possano esprimere pienamente la funzione per cui sono state concepite.

Stop war.

- SprayNews - Monica Macchioni

MERITOCRAZIA ITALIA: LISTE D'ATTESA INFINITE

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LA MEDICINA NUCLEARE ENTRI STABILMENTE E IN MANIERA SERIA NELLA PROGRAMMAZIONE SANITARIA NAZIONALE

La recente presentazione della nuova Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa da parte dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) offre una fotografia aggiornata di una delle principali criticità del Servizio Sanitario Nazionale.

Tra gennaio 2025 e aprile 2026 sono state monitorate oltre 65 milioni di prenotazioni effettuate presso strutture pubbliche e private accreditate e, nonostante i segnali di miglioramento rispetto all’anno precedente, nel primo quadrimestre del 2026 quasi due milioni di visite specialistiche ed esami diagnostici sono stati erogati oltre i tempi massimi previsti, con persistenti differenze territoriali nel rispetto delle classi di priorità.

Si tratta di dati che confermano quanto il governo delle liste d’attesa rappresenti oggi una delle principali sfide della sanità italiana.

Garantire ai cittadini un accesso tempestivo alle prestazioni significa, infatti, non soltanto migliorare l’efficienza organizzativa del sistema, ma rendere effettivo il diritto alla salute, assicurando che ogni paziente possa ricevere la prestazione appropriata nel momento in cui essa è realmente necessaria.

Se questa criticità riguarda l’intero SSN, assume un rilievo ancora maggiore quando interessa discipline nelle quali il fattore tempo incide direttamente sulle possibilità di diagnosi e di cura.

È in questa prospettiva che Meritocrazia Italia ritiene necessario richiamare l’attenzione sulla medicina nucleare, uno dei settori che meglio rappresentano l’evoluzione della medicina contemporanea e che, proprio per questo, richiede oggi una riflessione non solo scientifica, ma anche organizzativa e di politica sanitaria.

Negli ultimi anni la medicina nucleare ha conosciuto una straordinaria evoluzione, trasformando profondamente la diagnosi e il trattamento di numerose patologie, in particolare in ambito oncologico, ma anche cardiovascolare e neurologico.

Secondo il più recente Libro Bianco dell’Associazione Italiana di Medicina Nucleare (AIMN), in Italia vengono erogate ogni anno oltre 1,2 milioni di prestazioni di medicina nucleare, a testimonianza di una disciplina ormai centrale nei percorsi assistenziali e non più confinata a un ruolo altamente specialistico.

Attraverso tecniche di imaging molecolare, quali la Tomografia a Emissione di Positroni (PET) e la Tomografia Computerizzata a Emissione di Fotone Singolo (SPECT), è possibile individuare alterazioni biologiche e funzionali dell’organismo anche nelle fasi più precoci della malattia, orientando diagnosi sempre più tempestive e decisioni terapeutiche maggiormente personalizzate. In molti percorsi oncologici questi esami risultano determinanti non soltanto per la diagnosi, ma anche per la stadiazione della malattia, la valutazione della risposta ai trattamenti e la programmazione delle successive strategie terapeutiche.

L’innovazione non riguarda esclusivamente la diagnostica. Lo sviluppo delle terapie radiometaboliche e delle più recenti terapie radioligandiche sta aprendo nuove prospettive nel trattamento di alcune neoplasie, rendendo la medicina nucleare uno degli ambiti più avanzati della medicina di precisione.

La crescente integrazione tra diagnosi e terapia dimostra come la ricerca scientifica sia oggi in grado di offrire opportunità di cura sempre più efficaci e personalizzate.

Il dibattito sulla medicina nucleare si è finora concentrato prevalentemente sul valore scientifico e tecnologico delle nuove applicazioni.

Meritocrazia Italia ritiene necessario affiancare a questa prospettiva una riflessione sul modello organizzativo capace di trasformare l’innovazione in un reale beneficio per tutti i cittadini.

La sfida non riguarda soltanto ciò che la medicina nucleare è oggi in grado di offrire, ma la capacità del SSN di garantire che tali opportunità siano disponibili in modo tempestivo e uniforme sull’intero territorio nazionale.

È proprio in questo contesto che il fattore tempo assume un significato particolare.

Un ritardo nell’esecuzione di una PET, di una SPECT o di una scintigrafia non rappresenta soltanto il differimento di una prestazione sanitaria: può incidere sul percorso diagnostico del paziente, sulla definizione della strategia terapeutica e, in alcuni casi, sulle stesse opportunità di cura.

Per questo motivo le liste d’attesa, quando riguardano la medicina nucleare, non possono essere considerate esclusivamente un problema organizzativo. Esse rappresentano anche una questione di appropriatezza clinica, tempestività assistenziale, qualità delle cure ed equità nell’accesso alle prestazioni.

Purtroppo oggi non tutti i cittadini italiani hanno oggi la possibilità di accedere agli esami e ai trattamenti di medicina nucleare nei tempi clinicamente appropriati, indipendentemente dalla Regione o dal territorio in cui vivono.

La diversa distribuzione delle strutture, delle tecnologie, dei radiofarmaci e delle competenze professionali continua a determinare differenti opportunità di diagnosi e di cura. E questo è gravissimo.

Occorre che la medicina nucleare entri stabilmente nella programmazione sanitaria nazionale quale componente strategica di un Servizio sanitario moderno e orientato alla medicina di precisione.

Occorre rafforzare il monitoraggio dei tempi di accesso alle prestazioni, promuovere una programmazione coerente della rete dei centri, investire nelle tecnologie, nei radiofarmaci e nella formazione delle professionalità specialistiche, favorendo una distribuzione più equilibrata delle competenze sul territorio nazionale e riducendo le disuguaglianze tra le diverse aree del Paese.

Stop war.

- SprayNews - Monica Macchioni

UN PARTENARIATO STRATEGICO PER SVILUPPARE NUOVI MODELLI DIN INCLUSIONEE PROGETTI DI VITA TRA LE COOPERATIVE SOCIALI CONSENSO E BORGO BLU

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Di Sonia Giugno

La scorsa settimana, l’8 luglio 2026, la cooperativa sociale ConSenso di Caltanissetta e la cooperativa sociale Borgo Blu hanno firmato a Mazara del Vallo una convenzione quadro di partenariato strategico finalizzata allo sviluppo di modelli innovativi di inclusione, Progetti di Vita e welfare di comunità.

Caltanissetta - Mazzara del Vallo:

L’accordo, sottoscritto dalla referente di ConSenso Roberta Italiano e dal presidente di Borgo Blu Piero Titone, ha sancito l’avvio di una collaborazione stabile tra due realtà che condividono una visione centrata sulla persona, sulle sue potenzialità e sul diritto a costruire un futuro possibile.

La convenzione ha riconosciuto il valore della cooperazione sociale come strumento capace di generare cambiamento e di promuovere risposte nuove ai bisogni delle famiglie e delle comunità.

ConSenso, forte della propria esperienza nella presa in carico di persone con disturbo dello spettro autistico e disabilità attraverso modelli multidisciplinari fondati sulla personalizzazione degli interventi, e Borgo Blu, attiva nei servizi educativi e inclusivi, hanno scelto di unire competenze e visioni per costruire percorsi che accompagnino la persona lungo tutto l’arco della vita.

Il partenariato ha previsto la progettazione e la sperimentazione di interventi orientati all’autodeterminazione, allo sviluppo delle autonomie personali e sociali, alla partecipazione attiva e all’integrazione tra servizi pubblici, privato sociale e comunità. Particolare attenzione è stata dedicata alla prospettiva del Durante e Dopo di Noi, con l’obiettivo di promuovere esperienze di autonomia abitativa, convivenze assistite e contesti inclusivi capaci di garantire continuità, dignità e qualità della vita.

La convenzione ha inoltre previsto la collaborazione nella realizzazione di laboratori professionalizzanti, attività artigianali e produttive, agricoltura e ristorazione sociale, esperienze formative protette e percorsi di avvicinamento al lavoro, riconoscendo l’attività lavorativa come esperienza educativa e identitaria.

Le equipe delle due cooperative si sono impegnate a condividere metodologie, formazione, supervisione e ricerca, valorizzando la relazione educativa come elemento centrale del cambiamento.

Le Parti hanno stabilito la possibilità di partecipare congiuntamente a bandi, avvisi pubblici, programmi regionali, nazionali ed europei, nonché a procedure di coprogettazione con enti pubblici, definendo di volta in volta ruoli, responsabilità e aspetti organizzativi.

L’accordo, privo di obblighi economici automatici, ha posto al centro la trasparenza, la sostenibilità e la qualità dei servizi, con l’impegno condiviso a tutelare la dignità, la libertà e l’autodeterminazione delle persone coinvolte nei percorsi educativi e inclusivi.

La firma della convenzione ha rappresentato un passo significativo nella costruzione di una rete capace di immaginare nuovi modelli di welfare di comunità, nei quali ogni persona possa sentirsi riconosciuta, utile e parte attiva del proprio contesto di vita.

- SprayNews - Monica Macchioni

MASSAGGIO ASTRALE: L'ASTROLOGIA CHE RICONNETTE CORPO E ANIMA

Tempo di lettura: 2 minuti

di Laura Avalle

Terry Alaimo non è solo un’astrologa con oltre vent’anni di esperienza in testate nazionali e online. È anche operatrice olistica e pioniera del massaggio astrale, un approccio che unisce conoscenze antiche di astrologia a tecniche moderne di benessere fisico.

L’astrologia non è solo filosofia, è cultura, scienza e introspezione”, racconta Terry. “Ogni data di nascita è come una fotografia: definisce caratteristiche, pianeti dominanti e aree del corpo dove lenergia si accumula”.

L’idea del massaggio astrale nasce dall’osservazione dei punti del corpo correlati ai segni zodiacali e agli elementi naturali: il Leone, dominato dal Sole, riceve stimoli sul plesso toracico; il Cancro sul torace; il Toro sulle spalle e articolazioni; lo Scorpione sul bacino; il Capricorno sulle ossa e ginocchia; l’Acquario su polpacci e caviglie.

Ogni segno ha bisogno di un approccio specifico. Il massaggio non è uniforme: alcuni punti richiedonoenergia più intensa, altri untocco lento e avvolgente”, spiega Terry.

Il massaggio astrale dura 30 minuti e prevede sempre una preparazione accurata: prima della seduta, Terry chiede la data di nascita, per determinare il pianeta dominante della persona.

Questo ci permette di modulare pressione, ritmo e movimentiin base al profilo astrologico e alle caratteristiche fisiche del cliente”, racconta. Molti partecipanti riportano rilassamento profondo, liberazione emotiva e alcuni addirittura si addormentano negli ultimi dieci minuti. “Al termine, tutti riferiscono una sensazione di benessere immediata”, aggiunge Terry.

Una pratica che unisce tradizione e scienza

Il massaggio astrale non è solo un gesto rilassante: si basa su conoscenze storiche e tradizioni antiche. “In passato, chi raccoglieva erbe o preparava rimediosservava la luna e i cicli astraliper ottimizzare gli effetti delle piante”, spiega Terry. “Ho voluto portare questa idea in modo pratico nella vita moderna,integrando astrologia, massaggio e benessere fisico”.

Il risultato è un’esperienza che collega corpo, mente ed energia, promuovendo una profonda consapevolezza del proprio equilibrio interno e delle emozioni.

Consigli per lestate e curiosità sui VIP

Terry suggerisce di vivere il massaggio astrale come un momento personale di benessere estivo. “È perfetto anche in vacanza:poche decine di minutiper riconnettersi con il proprio corpo e liberare tensioni accumulate”.

Anche alcune persone note hanno iniziato a sperimentare questa pratica per il benessere intimo, ma i nomi restano riservati. “L’importante non è chi lo fa, ma l’esperienza e la sensazione di rinascitache porta”, conclude Terry.

- SprayNews - Monica Macchioni

MERITOCRAZIA ITALIA: PER LA RISTRUTTURAZIONE DEL SSN, INTANTO SI RIVEDANO I SISTEMI DI FINANZIAMENTO DELLA RETE EMERGENZA-URGENZA

Tempo di lettura: 3 minuti

Il tema della sostenibilità e dell’organizzazione della rete dell’emergenza-urgenza in Italia è oggi più che mai centrale nel dibattito sulla tenuta del Servizio Sanitario Nazionale.

Le criticità che emergono in diverse aree del Paese, e che coinvolgono sia strutture pubbliche sia strutture private accreditate inserite nella programmazione regionale, impongono una riflessione non episodica ma sistemica sul funzionamento dei Pronto Soccorso e, più in generale, sull’intera rete dell’emergenza.

Quando si parla di Pronto Soccorso, infatti, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sulle lunghe attese, sul sovraffollamento o sulle difficoltà del personale sanitario. Più raramente ci si sofferma su come questa rete sia realmente organizzata e sul ruolo strategico che svolge all’interno del SSN.

La rete dell’emergenza-urgenza rappresenta una delle infrastrutture più complesse e delicate del nostro sistema sanitario. Comprende il Numero Unico di Emergenza, il sistema di soccorso territoriale, le centrali operative, i mezzi di soccorso, i Pronto Soccorso e i Dipartimenti di Emergenza e Accettazione (DEA), organizzati secondo diversi livelli di complessità per garantire ai cittadini la risposta più appropriata nel minor tempo possibile.

La programmazione nazionale definisce anche l’assetto territoriale di questa rete. I Pronto Soccorso sono distribuiti in funzione del bacino di popolazione servito: i presìdi ospedalieri garantiscono la risposta alle emergenze di base, mentre i DEA di I e II livello assicurano, con livelli crescenti di specializzazione, la gestione dei casi più complessi.

Non si tratta, dunque, di strutture isolate, ma di nodi di una rete integrata, costruita per garantire uniformità di accesso alle cure d’urgenza sull’intero territorio nazionale.

È opportuno ricordare che la rete dell’emergenza-urgenza non è costituita esclusivamente da ospedali pubblici. In numerose realtà italiane operano anche strutture private accreditate che, una volta inserite nella programmazione regionale, svolgono a tutti gli effetti una funzione pubblica, concorrendo a garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute. Ogni presidio di emergenza è progettato per servire un determinato bacino di popolazione e costituisce un nodo essenziale della rete assistenziale.

Per questo motivo, l’eventuale riduzione o perdita di un Pronto Soccorso non produce conseguenze limitate al territorio comunale in cui è ubicato, ma determina inevitabili ripercussioni sull’intero equilibrio della rete regionale, aumentando il carico sugli altri ospedali e incidendo sui tempi di risposta dell’emergenza.

Ogni anno i Pronto Soccorso italiani registrano circa 18 milioni di accessi. Si tratta di un flusso assistenziale costante e strutturale, che rende la rete dell’emergenza uno dei pilastri operativi più rilevanti del Servizio sanitario nazionale. Numeri che testimoniano come il Pronto Soccorso rappresenti non soltanto il principale punto di accesso all’emergenza sanitaria, ma anche uno degli indicatori più significativi dello stato di salute dell’intero sistema ospedaliero.

Negli ultimi anni il sistema ha dovuto affrontare criticità sempre più evidenti: l’aumento degli accessi, il crescente ricorso al Pronto Soccorso anche per bisogni sanitari non urgenti, la carenza di medici e infermieri specializzati nell’emergenza, il fenomeno del boarding, con pazienti costretti a permanere per ore o giorni in attesa di un posto letto, e le difficoltà organizzative delle aree periferiche, interne e a maggiore pressione stagionale.

Le difficoltà che oggi emergono in diverse Regioni del Paese non possono essere considerate episodi isolati. Esse rappresentano il segnale di una rete che necessita di una riflessione complessiva sulla propria sostenibilità organizzativa ed economica, affinché il diritto alla salute continui a essere garantito con gli stessi standard di qualità in ogni parte d’Italia.

Meritocrazia Italia ritiene necessario avviare una riflessione nazionale sul modello di finanziamento della rete dell’emergenza-urgenza. È opportuno interrogarsi sulla possibilità di affiancare ai criteri tradizionali di remunerazione anche strumenti capaci di riconoscere il valore della funzione pubblica svolta dai Pronto Soccorso, indipendentemente dalla natura giuridica della struttura che li gestisce, purché operi all’interno del SSN e nel rispetto dei rigorosi standard di qualità, appropriatezza e controllo. L’obiettivo non è alimentare contrapposizioni tra sanità pubblica e sanità privata accreditata. Al contrario, è rafforzare una rete che appartiene ai cittadini e che rappresenta uno dei pilastri della sicurezza sanitaria del Paese. Le vicende locali possono e devono diventare occasioni di riflessione nazionale.

Stop war.

- SprayNews - Monica Macchioni

V° CONGRESSO NAZIONALE OBIETTIVO TRAUMA

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Di Sonia Giugno

La simulazione avanzata come nuova frontiera nella gestione del trauma maggiore. La formazione che anticipa l’emergenza: simulazione, confronto e sicurezza del paziente

Il V congresso nazionale Obiettivo Trauma, che quest’anno porta il titolo The Simulation Games: Clinical Governance e Performance del Trauma Team, presieduto da Giovanni Di Lorenzo – dirigente medico di Chirurgia generale e coordinatore dell’Unità operativa dipartimentale “coordinamento delle sale operatorie” dell’Asp 2 Caltanissetta – con Giovanni Ciaccio – direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia generale del presidio S. Elia, Asp 2 Caltanissetta – presidente onorario, dedica le giornate del 18 e 19 settembre a una svolta metodologica che segna un passo avanti nella formazione dei chirurghi, professionisti dell’emergenza: cinque scenari di simulazione ad alta fedeltà, costruiti per riprodurre in modo attento e preciso le criticità del trauma maggiore e favorire un confronto reale tra le diverse figure coinvolte nella cura.

I nuovi scenari – Trauma splenico da impatto, Trauma toraco‑addominale chiuso, Ferita precordiale penetrante, Hub & spoke a risorse limitate, Trauma pelvico instabile – rappresentano il nucleo innovativo dell’edizione 2026. Sono stati progettati come esperienze immersive che ricostruiscono con precisione la complessità clinica, organizzativa e comunicativa del trauma maggiore. Ogni scenario mette i professionisti di fronte alle dinamiche reali dell’emergenza: instabilità emodinamica, decisioni rapide, gestione delle risorse, coordinamento tra più figure e capacità di mantenere lucidità in condizioni di stress. La simulazione diventa così un laboratorio avanzato in cui il trauma non è solo studiato, ma vissuto, permettendo ai partecipanti di misurarsi con situazioni critiche che richiedono competenze tecniche, comunicazione efficace e consapevolezza situazionale.

A rendere ancora più incisivo il percorso è il debriefing strutturato, momento centrale della simulazione. Le principali società scientifiche di medicina d’urgenza e di simulazione clinica sottolineano da tempo come il debriefing sia la fase più formativa: consente di analizzare le scelte compiute, riconoscere i punti di forza, individuare le criticità e trasformare l’esperienza simulata in competenza reale. È qui che la simulazione diventa apprendimento e che l’esperienza immersiva si traduce in pratica clinica.

Il congresso recepisce queste evidenze e le traduce in un programma che valorizza il lavoro di squadra, la riflessione condivisa e la capacità di integrare competenze diverse. Chirurghi, anestesisti, medici dell’emergenza e infermieri potranno confrontarsi su casi complessi, discutere protocolli, mettere alla prova strategie operative e consolidare una cultura del trauma fondata sulla collaborazione e sulla sicurezza del paziente.

Le iscrizioni sono aperte online attraverso il portale ufficiale. Per partecipare: 5° congresso nazionale Obiettivo Trauma “Scenari di un trauma, fra simulazioni e dibattiti” – Login.
Per informazioni: segreteria organizzativa New Congress, 081 878 0564 – info@newcongress.it.

Il V congresso nazionale Obiettivo Trauma, che si terrà al Cefpas di Caltanissetta, è evento accreditato Ecm: la partecipazione alle due giornate consentirà l’acquisizione dei crediti formativi previsti dalla normativa vigente.

- SprayNews - Monica Macchioni