SGARBI, AVV. IACOBBI: “DEPOSITATO ESPOSTO PER FAR LUCE SU CONDOTTE, OMISSIONI E GESTIONE SANITARIA E PATRIMONIALE MESSE IN ATTO DA SABRINA COLLE E DAI SOGGETTI CHE GRAVITANO INTORNO A VITTORIO SGARBI

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"A seguito delle recenti e drammatiche notizie riguardanti il ricovero d'urgenza in Terapia Intensiva del Prof. Vittorio Sgarbi, la figlia Evelina Sgarbi, assistita dal proprio legale di fiducia Avv. Lorenzo Iacobbi, ha formalmente depositato presso la Procura della Repubblica di Roma un dettagliato esposto-denuncia volto a fare piena luce sulle condotte, le omissioni e la gestione sanitaria e patrimoniale messe in atto da Sabrina Colle, e dai soggetti che gravitano intorno al Professore.

L'atto depositato punta a sottoporre al vaglio dell'Autorità Giudiziaria profili di rilevanza penale particolarmente gravi, tra cui l'ipotesi di circonvenzione di persona incapace e l'abbandono di persona bisognosa di cure.

Alla luce della documentazione clinica pregressa, che attesta quadri di assoluta fragilità, tra cui demenza senile, encefalopatia vascolare e gravi episodi di malnutrizione, l'esposto contesta la decisione di sottoporre il Prof. Sgarbi a un calendario esasperato e logorante di trasferte ed eventi pubblici su tutto il territorio nazionale fino alla vigilia del collasso respiratorio, nonché il ritardo ingiustificato nell'attivazione dei soccorsi domiciliari d'urgenza.

Con questa ennesima iniziativa giudiziaria, Evelina Sgarbi ribadisce che l'unico ed esclusivo obiettivo perseguito è e rimane la salute, la protezione, la dignità e la sicurezza del proprio genitore, chiedendo che la magistratura accerti ogni eventuale responsabilità e garantisca trasparenza e giustizia a tutela della sua persona."

- SprayNews - Monica Macchioni

ON. MAZZOCCHI (Presidente dei Cristiano Riformisti): CONTRO LA DROGA NESSUNA DIVISIONE. FRATERNA SOLIDARIETÀ A DON COLUCCIA”

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“ORA SERVE UN PRESIDIO FISSO AL QUARTICCIOLO”

Come Movimento dei Cristiano Riformisti esprimiamo la più sincera e fraterna solidarietà a Don Antonio Coluccia, il “prete di frontiera” da anni in prima linea contro il dramma dello spaccio, a seguito dell’ennesime e gravissime minacce subite durante una delle sue marce della legalità nel Quartiere Quarticciolo a Roma.

Come Cristiano Riformisti accogliamo con favore e condividiamo pienamente tutte le iniziative promosse da qualsiasi formazione politica, senza distinzione di colore, volte a contrastare la piaga della droga e a restituire sicurezza ai cittadini.

La lotta agli stupefacenti deve essere una battaglia comune, priva di steccati ideologici.

Tuttavia, di fronte all’ennesimo atto intimidatorio contro Don Coluccia, come Movimento sottolineiamo che le sole espressioni di solidarietà da parte delle massime istituzioni dello Stato per quanto doverose non sono più sufficienti.

Non si può lasciare un sacerdote solo a fare le veci dello Stato in territori complessi.

E’ necessario e non più rinviabile, con massima urgenza, predisporre un presidio fisso e stabile delle
forze dell’ordine nel quartiere Quarticciolo.

Solo una presenza costante dello Stato può garantire la legalità, proteggere chi si espone in prima persona e strappare definitamente le piazze di spaccio al controllo della criminalità”.

- SprayNews - Monica Macchioni

SGARBI, SAURO MORETTI: “VITTORIO VA RIPORTATO A CASA,  A RO FERRARESE”

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Di fronte alle condizioni di salute di Vittorio Sgarbi, lo storico collaboratore Sauro Moretti spiega a Forlì Today di volersi lasciare tutto alle spalle:

“Ho deciso, voglio stare vicino al mio Vittorio.

Lo faccio solo per lui. Per l’uomo.

Per l’amico.

Per l’affetto che ci ha legati per tantissimo tempo, sono convinto che Vittorio ne sarebbe contento”.

E poi argomenta meglio: “Ho manifestato la mia disponibilità a stare vicino all’uomo Vittorio e a occuparmene dal punto di vista umano, affettivo e assistenziale.

Credo che per lui sia importante pensare a un futuro diverso, lontano dai riflettori, dagli spettacoli tristi degli ultimi tempi, dalle esibizioni forzate, da mostre che lui oggi non avrebbe mai fatto, lontane insomma dal suo brand e dal business.

Vittorio Sgarbi va riportato a casa, quella vera a Ro Ferrarese, tra i suoi libri e la sua collezione di quadri, sulla riva del Po che lui tanto ama.

Lì ritroverà i suoi amici messi nel dimenticatoio.

Va ricostruito con delicatezza e senza forzature un tessuto di relazioni positive e non patologiche e negative.

Vittorio, l’uomo e l’amico, va salvato, tutto il resto non conta più nulla.

Mi ero sentito tradito, poi ho capito, spero non tardi, che devo ancora esserci, gli amici non si abbandonano anche quando sbagliano”.

Vittorio Sgarbi in Rianimazione, l'ex collaboratore Sauro Moretti: "Voglio stargli vicino"
https://www.forlitoday.it/attualita/sauro-moretti-sgarbi-rianimazione.html

- SprayNews - Monica Macchioni

VITTORIO SGARBI, LA FIGLIA EVELINA AL GEMELLI: “SONO SCONVOLTA E DISPERSATA! INASCOLTATO IL MIO GRIDO DI DOLORE…”

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“Sono stata oggi al Gemelli da mio padre. "

Sono sconvolta.

L’ho trovato in una condizione di sofferenza estrema, che mi ha devastato la mente e che rimarrà in modo indelebile conficcata nel mio cuore.

Purtroppo il mio grido di dolore non è stato ascoltato in tempo.

E io oggi mi ritrovo con mio padre in rianimazione circondato dalle stesse persone che lo hanno trascinato ed esibito tutta l’estate, incuranti dello stress e della fatica immane a cui hanno sottoposto un fisico già fortemente debilitato da tutte le patologie in corso.

Ed ora cosa posso fare per poter salvare mio padre?

IL GIUSTO SENTIERO 2026, MASELLI: «UN EVENTO SEMPRE PIU' ENTUSIASMANTE CON LA PRESENZA DI ILLUSTRI OSPITI»

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«Una due giorni sempre più entusiasmante, che anche quest’anno ha visto decine di ospiti illustri confrontarsi su tematiche importanti, sia a livello locale che nazionale».

Lo dichiara l’assessore all’inclusione sociale e servizi alla persona della Regione Lazio, Massimiliano Maselli, al termine della 4ª edizione de “Il Giusto Sentiero 2026”, la kermesse promossa a Nemi dalla Federazione provinciale di Roma di Fratelli d’Italia.

«Ringrazio l’amico Luciano Ciocchetti, principale organizzatore dell’evento, e tutta la squadra che ha permesso la riuscita di questo importante evento, al quale hanno preso parte nomi di rilievo della politica italiana come il ministro dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, l'On. Francesco Lollobrigida, il presidente della Regione Lazio, l'Avv. Francesco Rocca, l’On. Galeazzo Bignami, l’On. Francesco Filini, l'On. Fabio Rampelli, l’On. Paolo Trancassini, il Sen. Marco Silvestroni, l’On. Marco Perissa, l'On. Andrea Volpi, l'On. Alessandro Palombi, l’On. Antonio Giordano, l’On. Antonella Sberna, l’On. Nicola Procaccini e tanti altri».

L’assessore Maselli, nel suo intervento a Il Giusto Sentiero, ha ricordato le azioni da lui intraprese: «Sin dal mio insediamento, in sintonia col Presidente Rocca, abbiamo lavorato per una vera e tangibile integrazione sociosanitaria.

Proprio per questo ho presentato una proposta di legge, che arriverà presto in aula, per l’introduzione della figura del direttore sociosanitario nelle ASL.

Tanto è stato fatto anche per la disabilità, grave e gravissima, come conferma, ad esempio, il Progetto Tobia, ormai presente in tutta la rete ospedaliera pubblica della regione e l’inaugurazione del primo centro pubblico di alta specializzazione per l'autismo autorizzato e accreditato dalla Regione, oltre ai dieci centri polivalenti per giovani adulti autistici o altre disabilità complesse, premiati anche agli awards della pubblica amministrazione. In estate – conclude Maselli – abbiamo anche approvato la nuova legge per la disciplina dei servizi e delle strutture socioassistenziali, che ha portato una grande semplificazione, e il Piano periferie.

Tutto questo accompagnato da una visione olistica».

- SprayNews - Monica Macchioni

MERITOCRAZIA ITALIA: DALLA TRAGEDIA DI PIETRALATA SI RIPARTA PER COLMARE I VUOTI DEL SISTEMA ASSISTENZIALE

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La tragedia di Pietralata – un padre, una madre e la loro bambina di cinque anni, affetta da grave disabilità, trovati senza vita insieme al cane di famiglia, in quello che le indagini indicano come un omicidio-suicidio – ha lasciato un segno profondo. Tra gli scritti della coppia, una frase che da sola racconta il peso di una condizione estrema: «Da soli non ce la facciamo».

Meritocrazia Italia esprime il proprio cordoglio, nel rispetto del dolore dei familiari e degli accertamenti in corso. Ma una vicenda di questa gravità impone anche una domanda più ampia: quanto le Istituzioni e la comunità riescono a stare, concretamente e nel tempo, accanto alle famiglie che vivono condizioni di fragilità estrema. È il compito che l’art. 3 della Costituzione affida alla Repubblica a offrire la chiave di lettura per questa riflessione, tanto più urgente quando si parla di disabilità grave.

La disabilità grave, infatti, comporta per le famiglie e per chi presta quotidianamente assistenza un carico fisico, psicologico, organizzativo ed economico significativo, destinato a modificarsi nel corso del tempo. Sul piano fisico, la cura quotidiana può richiedere gesti di assistenza continui – nella mobilità, nell’alimentazione, nella gestione delle terapie – che si protraggono per anni senza soluzione di continuità. Sul piano psicologico, il caregiver vive spesso una condizione di tensione costante, sospesa tra la preoccupazione per il presente e l'incertezza su come evolverà la situazione, con un rischio concreto di isolamento e di progressivo logoramento delle proprie risorse emotive. Sul piano organizzativo, la vita familiare si struttura attorno ad appuntamenti sanitari, terapie, pratiche burocratiche e necessità impreviste, lasciando poco spazio per la propria vita personale e lavorativa. Sul piano economico, ai costi diretti dell'assistenza – ausili, terapie, eventuale personale di supporto – si somma spesso una riduzione della capacità di reddito della famiglia, quando uno dei componenti è costretto a ridurre o abbandonare l'attività lavorativa per dedicarsi alla cura. Sono dimensioni che si intrecciano tra loro e che, nel tempo, possono modificarsi in intensità: quello che oggi è sostenibile può non esserlo più domani, man mano che i bisogni della persona assistita e le energie di chi se ne prende cura si trasformano.

Per questo una prestazione erogata, una pratica evasa, un intervento formalmente attivato non bastano, da soli, a dare conto di come una situazione familiare stia evolvendo. La domanda da porsi non riguarda soltanto quali servizi siano disponibili sulla carta, ma se il sistema sappia accompagnare le famiglie con continuità, verificando nel tempo che il sostegno resti adeguato. È in questa continuità della presa in carico - più che nel singolo atto amministrativo - che si gioca la differenza tra un sistema che eroga prestazioni e uno che sostiene davvero le persone.

Non si tratta di sostituire le Istituzioni con la solidarietà privata, né di trasformare ogni difficoltà in un'emergenza. Si tratta di costruire una rete capace di ascoltare, accompagnare e riconoscere per tempo quando una situazione rischia di diventare insostenibile, intervenendo prima che le risorse della persona o della famiglia siano esaurite.

Da questa esigenza di continuità, ascolto e prossimità nascono le proposte di Meritocrazia Italia:

- valutazione periodica del carico assistenziale del caregiver, per intercettare per tempo sovraccarico e isolamento;

- sollievo domiciliare come componente strutturale, e non eccezionale, dell'assistenza alle famiglie con disabilità grave;

- coordinamento stabile dei servizi, con un referente unico che accompagni la famiglia nel percorso assistenziale;

- formazione degli operatori all'intercettazione precoce del disagio, oltre alla sola valutazione dei bisogni sanitari ed economici;

- reti territoriali di prossimità, come strumento complementare - mai sostitutivo - della responsabilità pubblica;

- monitoraggio continuativo delle situazioni più complesse, con verifiche periodiche sull'adeguatezza degli interventi rispetto ai bisogni che cambiano.

La vera sfida è una presa in carico continuativa, personalizzata, capace di adattarsi nel tempo. È su questa capacità di accompagnare le persone, e non soltanto di rispondere a un bisogno nel momento in cui si manifesta, che si misura l'effettività dei diritti, e con essa, la responsabilità delle istituzioni.

Stop war.

- SprayNews - Monica Macchioni

VITTORIO SGARBI, NOVITA' SULLA PERIZIA: E' IN GRAVISSIMO PERICOLO DI VITA

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Di Monica Macchioni

La figlia Evelina Sgarbi rompe gli indugi:”La verità è finalmente emersa, ma c'è chi non lo vuole ammettere e tenta ancora di nasconderla!"

“Siamo giunti alla verità, anche se c’è’ stato chi per mesi, insultandomi e screditandomi, ha tentato in ogni modo di nasconderla….e lo sta facendo tutt’ora, nonostante l’evidenza!

A parlare è Evelina Sgarbi, che torna a rompere il silenzio con una nuova e durissima dichiarazione sulla vicenda medica e legale che coinvolge il padre, Vittorio Sgarbi.

“Non mi ero sbagliata quando chiedevo trasparenza e informazioni chiare sulla salute di mio padre per capire cosa gli stesse realmente accadendo.

Non mi ero sbagliata quando sostenevo che non ci si trovasse di fronte a una semplice depressione: finalmente le cartelle cliniche hanno dimostrato che mio padre non soffre solo di una forte depressione, ma di una serie di patologie croniche neurologiche e cardiache che incidono sul suo equilibrio cognitivo e che meritano di essere trattate in maniera accurata, lontano dallo show business, e con cure mediche mirate.

I tecnici e i periti a cui mi sono rivolta, dopo aver letto e valutato le carte, mi hanno dato pienamente ragione: serve subito un approfondimento specialistico con medici esperti in campo cardiologico, emodinamico e neurologico.

Avere affidato un compito così complesso e multidisciplinare a una sola psicologa si è rivelato un buco nell’acqua.”

La figlia del celebre critico d'arte punta poi l'indice contro gli atti della consulenza tecnica: “Ciò che lascia davvero sgomenti è la relazione del Professor Sani, lo psichiatra che ha avuto in cura mio padre al Gemelli, che nella relazione consegnata alla CTU, omette di prendere in considerazione le relazioni, le diagnosi di dimissione e le risultanze degli esami neurologici e cardiovascolari eseguiti solo pochi mesi prima presso la clinica specialistica San Rossore, dove mio padre è risultato più volte ricoverato.

Si tratta di documenti da cui emergono, senza possibilità di letture alternative, dubbi enormi sulle terapie 'fai da te' somministrate da chi gli sta vicino che, con molta probabilità, hanno innescato a livello fisico il repentino decadimento di mio padre.

Di quanto affermo ho ovviamente tutte le prove e non temo alcun tipo di azione giudiziaria, tipo querele intimidatorie da parte di chi segue attualmente mio padre.

Magari!

Venissero a confrontarsi in Tribunale perche’ io, nonostante questa brutta esperienza con la giudice Paola Scorza che ha in carico il processo di mio padre, credo ancora fermamente nella Giustizia e credo che nei Tribunali d’Italia la maggiore parte dei giudici siano uomini e donne giusti, che credono nel diritto e nella verità.

Le drammatiche risultanze di queste cartelle cliniche stridono, in maniera sconcertante, con le conclusioni a cui giunge la CTU, lo ripeto, una psicologa con nessuna competenza di tipo cardiologico, oncologico, neurologica e psichiatrico.

Di fronte a questo quadro, la linea d'azione è già tracciata:
“Ho già dato pieno mandato al mio legale di fiducia, l’avvocato Lorenzo Iacobbi, per contestare punto su punto tutte le omissioni della relazione del Professor Sani, che purtroppo sono state recepite in maniera acritica e acquiescente dalla CTU Lili Romeo.

Insieme al nostro perito di parte, presenteremo un articolato pacchetto di rilievi nel merito per pretendere un’integrazione del collegio peritale che includa figure imprescindibili come un cardiologo, un neurologo, un oncologo, e uno psichiatra, alla luce delle gravissime patologie emerse.”

La chiusura della dichiarazione è un accorato appello: “Mio padre Vittorio è in gravissimo pericolo di vita, continuamente sballottato da un evento ad un altro, solo per un mero business altrui!!.

Non intendo rimanere a guardare con le mani in mano, inerme, aspettando che se ne vada per sempre senza aver tentato l'impossibile pur di salvarlo.

Riterro’ responsabile chiunque sia stato vicino a mio padre e non ha fatto tutto quello che era giusto fare per salvargli la vita! Io non mi arrendo.

Denuncerò tutti coloro che hanno messo a repentaglio la vita di mio padre!”.

- SprayNews - Monica Macchioni

MERITOCRAZIA ITALIA PROPONE UNA NUOVA STRATEGIA NAZIONALE PER LA SALUTE COGNITIVA

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Le demenze rappresentano una delle più grandi sfide sanitarie, sociali ed economiche dei prossimi decenni.
L’invecchiamento della popolazione impone un cambio di paradigma: non è più sufficiente curare la malattia quando si manifesta, ma occorre costruire una cultura della prevenzione che accompagni il cittadino lungo tutto l’arco della vita.

Le più recenti evidenze scientifiche indicano che fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili. Ciò significa che agire tempestivamente sugli stili di vita, sulla salute cardiovascolare, sull’istruzione, sulla riduzione dell’isolamento sociale e sulla qualità dell’ambiente può incidere concretamente sul rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo.

La prevenzione, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente alla responsabilità individuale. Informare è indispensabile, ma da solo non basta.

Le persone possono adottare comportamenti salutari solo se vivono in contesti che li rendono realmente possibili: servizi territoriali efficienti, medicina di prossimità, spazi dedicati all’attività fisica, percorsi di educazione sanitaria permanenti e una rete sociale capace di contrastare solitudine e fragilità.

La prevenzione delle demenze deve essere considerata un obiettivo strutturale delle politiche pubbliche, attraverso un approccio multidisciplinare che coinvolga sanità, scuola, Università, enti locali, imprese e Terzo Settore.

Il nostro Paese dispone già di strumenti di programmazione importanti, a partire dal Piano Nazionale Demenze e dal Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031. La priorità, pertanto, non è creare l’ennesimo piano, ma rafforzare e rendere maggiormente integrata la strategia nazionale per la salute cognitiva, verificando quanto gli indirizzi già definiti riescano a tradursi in interventi concreti e omogenei sul territorio.

Occorre, in particolare, rendere più efficace il monitoraggio dell’attuazione delle politiche di prevenzione, attraverso indicatori chiari e misurabili che consentano di valutare, tra le diverse realtà regionali, l’effettiva accessibilità ai percorsi di prevenzione, diagnosi tempestiva, presa in carico e sostegno alle famiglie.

La qualità di una politica sanitaria non si misura soltanto dalla sua capacità di essere programmata, ma anche dalla possibilità di verificarne concretamente i risultati. È inoltre necessario verificare quanto gli strumenti della medicina territoriale siano oggi effettivamente in grado di intercettare e accompagnare precocemente le persone a rischio, valorizzando il ruolo dei medici di medicina generale e dell’integrazione multidisciplinare.

La prevenzione deve diventare parte integrante della presa in carico e non rimanere confinata alle campagne di sensibilizzazione. Parallelamente, è opportuno sviluppare e rendere continuativi i programmi di educazione alla salute destinati a tutte le fasce d’età, poiché la prevenzione delle demenze inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi. Investire nella scuola significa educare ai corretti stili di vita; investire negli adulti significa favorire la prevenzione cardiovascolare e metabolica; investire negli anziani significa promuovere attività cognitive, relazionali e motorie che preservino autonomia e qualità della vita.

Particolare attenzione merita inoltre il contrasto all’isolamento sociale, riconosciuto dalla comunità scientifica come uno dei fattori associati al declino cognitivo. Favorire reti di comunità, iniziative di volontariato, spazi di aggregazione e percorsi di partecipazione attiva significa investire non soltanto nella coesione sociale, ma anche nella salute pubblica.

Meritocrazia ritiene altresì necessario continuare a sostenere la ricerca scientifica sulle malattie neurodegenerative, favorendo una maggiore integrazione tra Università, centri di ricerca, sistema sanitario e innovazione tecnologica, affinché le nuove conoscenze possano tradursi rapidamente in strumenti di prevenzione, diagnosi e cura. La vera sfida non consiste nell’informare di più, ma nel creare le condizioni affinché la prevenzione diventi una possibilità concreta per tutti. Per questo, accanto alla responsabilità individuale, deve crescere la capacità delle Istituzioni di garantire servizi accessibili, interventi tempestivi e risultati verificabili. Ogni intervento che contribuisca a ritardare l’insorgenza della demenza significa preservare autonomia, dignità e qualità della vita delle persone, sostenere le famiglie e contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

La prevenzione non è un costo: è un investimento. Ma perché sia davvero tale, deve poter essere misurata, verificata e resa accessibile a tutti.

Stop war.

- SprayNews

COMUNITÀ TERAPEUTICHE O SEMPLICE SVUOTA-CARCERI?

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Di Beppe Mambretti
Cristiano Riformista

La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.

Chi conosce da vicino il mondo delle dipendenze sa bene che il carcere, da solo, raramente cura una tossicodipendenza. Nella maggior parte dei casi interrompe temporaneamente il consumo di sostanze, senza affrontarne le cause profonde.

Per questo ritengo che un percorso terapeutico serio possa rappresentare una risposta più efficace della sola detenzione.

Il problema, però, è un altro.

Il problema è che questo provvedimento rischia di trasformarsi nell’ennesimo slogan politico se non verrà accompagnato da una vera riforma del sistema delle dipendenze.

QUALI COMUNITÀ?

La prima domanda è tanto semplice quanto inevitabile.

Di quali comunità stiamo parlando?

Parlare genericamente di comunità terapeutiche significa non conoscere il settore.

Esistono comunità molto diverse tra loro. Comunità educative, terapeutiche, riabilitative, comunità specializzate nella doppia diagnosi, comunità nate sul volontariato e comunità convenzionate con il Servizio sanitario.

Cambiano i metodi terapeutici, il personale, l’organizzazione, la capacità ricettiva e le competenze professionali.

Non tutte possono accogliere detenuti.

Non tutte sono in grado di affrontare pazienti con gravi disturbi psichiatrici.

Non tutte dispongono delle professionalità necessarie.

Dire semplicemente che migliaia di detenuti verranno inviati “nelle comunità” rischia quindi di essere una semplificazione che non tiene conto della realtà.

IL MONDO DELLE DIPENDENZE È CAMBIATO

Negli ultimi vent’anni è cambiato completamente il volto della tossicodipendenza.

Le nuove droghe sintetiche hanno trasformato profondamente il profilo dei consumatori.

Oggi moltissime persone non presentano soltanto una dipendenza, ma anche importanti disturbi psichiatrici.

Parliamo della cosiddetta doppia diagnosi.

Psicosi.

Depressione.

Disturbi della personalità.

Aggressività.

Alterazioni cognitive.

Patologie che richiedono psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori altamente specializzati.

Molte comunità storiche, nate trent’anni fa, non sono state progettate per affrontare questa nuova realtà.

E non è una colpa.

È semplicemente un dato di fatto.

Per questo non basta parlare genericamente di comunità.

Occorre distinguere quali siano realmente preparate ad affrontare le nuove dipendenze e quali no.

DOVE LI METTIAMO?

Il Governo parla della possibilità di trasferire migliaia di detenuti tossicodipendenti fuori dagli istituti penitenziari.

La domanda è inevitabile.

Dove?

Quanti posti sono realmente disponibili?

Quante comunità hanno dato la propria disponibilità?

Quante possono seguire pazienti con doppia diagnosi?

Quanti operatori dovranno essere assunti?

Senza risposte concrete, il rischio è che il provvedimento rimanga soprattutto un annuncio.

C’È ANCHE UN TEMA ECONOMICO

Esiste poi una riflessione che non può essere ignorata.

Secondo il rapporto Antigone, mantenere un detenuto costa allo Stato mediamente circa 145 euro al giorno.

Le rette delle comunità terapeutiche convenzionate variano da Regione a Regione e dalla tipologia di trattamento, ma mediamente si aggirano intorno ai 100 euro al giorno, considerando sia le comunità tradizionali sia quelle dedicate alla doppia diagnosi.

È evidente che, almeno teoricamente, il trasferimento di un detenuto in comunità potrebbe comportare anche un risparmio economico.

Naturalmente una parte dei costi del sistema penitenziario rimane fissa e non diminuisce automaticamente con la riduzione del numero dei detenuti.

Ma è inevitabile domandarsi se, oltre alla finalità terapeutica, questo provvedimento non risponda anche all’esigenza di contenere la spesa pubblica e ridurre il sovraffollamento carcerario.

Il risparmio, di per sé, non sarebbe un male.

Anzi.

Se una persona recupera davvero e lo Stato spende anche meno, il risultato sarebbe positivo per tutti.

Il problema nasce quando il criterio economico rischia di prevalere sulla qualità del percorso terapeutico.

LE RISORSE SONO DAVVERO SUFFICIENTI?

Anche qui servono risposte.

Se davvero si vuole investire nelle comunità terapeutiche servono finanziamenti adeguati.

Servono nuovi posti.

Servono psichiatri.

Servono psicologi.

Servono educatori.

Servono infermieri.

Servono convenzioni.

Servono controlli.

Servono strumenti.

Le risorse finora annunciate appaiono però insufficienti rispetto agli obiettivi dichiarati.

Ed è proprio questo che alimenta il dubbio che tra gli annunci e la concreta realizzazione della riforma esista ancora una distanza enorme.

LE COMUNITÀ DIMENTICATE

Esistono comunità che hanno accolto migliaia di ragazzi senza praticamente chiedere nulla allo Stato, sostenendosi grazie al volontariato, alle donazioni e al sacrificio quotidiano di chi ha dedicato la propria vita al recupero degli altri.

Queste realtà meritano rispetto.

Meritano ascolto.

Meritano di essere coinvolte.

Naturalmente ogni comunità deve essere verificata, controllata e valutata nei risultati.

Ma è difficile comprendere come lo Stato possa ignorare per anni questo patrimonio di esperienza e ricordarsene soltanto quando il carcere non riesce più a contenere il problema.

Le comunità non possono diventare il deposito esterno dell’amministrazione penitenziaria.

Devono essere protagoniste di un vero progetto terapeutico.

IL CARCERE RECUPERA DAVVERO?

Su questo desidero esprimere una riflessione personale.

A mio avviso il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recupera la persona.

Al contrario, rischia di peggiorarne il percorso delinquenziale.

Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa.

Lo dice la nostra Costituzione.

Ma il sovraffollamento, la mancanza di educatori, di lavoro, di formazione e di veri percorsi terapeutici fanno sì che molte persone escano peggiori di come sono entrate.

Con più rabbia.

Più emarginate.

Talvolta con legami criminali ancora più forti.

Questo vale soprattutto per chi soffre di dipendenza.

Senza una vera presa in carico terapeutica il carcere sospende il problema, ma raramente lo risolve.

LA POLITICA ASCOLTA DAVVERO?

Il centrodestra ha sempre sostenuto il ruolo delle comunità terapeutiche e ha spesso criticato le politiche di riduzione del danno.

Una posizione assolutamente legittima.

Quello che però mi lascia perplesso è un altro aspetto.

Chi scrive conosce questo mondo non per sentito dire, ma per esperienza diretta. Eppure non ricordo di essere mai stato chiamato da esponenti del centrodestra per portare una testimonianza, raccontare come siano cambiate le droghe, spiegare le difficoltà delle comunità o, semplicemente, per chiedermi, nel mio piccolo, quale percorso possa davvero aiutare un tossicodipendente a uscire dalla droga e a ricostruirsi una vita.

Forse perché quello delle dipendenze è un problema che riguarda tutti, ma che interessa davvero a pochi.

È molto più semplice parlarne durante una conferenza stampa che sedersi a un tavolo con chi quella realtà l’ha conosciuta sulla propria pelle.

CONCLUSIONI

Non sono contrario alle comunità terapeutiche.

Al contrario.

Credo che, quando sono realmente preparate e messe nelle condizioni di lavorare, rappresentino una delle migliori opportunità per restituire dignità, speranza e futuro a chi è caduto nella dipendenza.

Allo stesso tempo, sono convinto che il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recuperi la persona ma finisca per peggiorarne il percorso delinquenziale, soprattutto quando alla pena non si accompagna un autentico percorso terapeutico e di reinserimento.

Per questo motivo considero giusto discutere di misure alternative al carcere.

Ma parlare genericamente di “comunità” non basta.

Occorre distinguere tra comunità e comunità.

Tra dipendenza e doppia diagnosi.

Tra chi è realmente pronto a intraprendere un percorso di recupero e chi necessita prima di un diverso intervento sanitario.

Servono investimenti, personale qualificato, strutture adeguate, controlli e soprattutto la volontà di ascoltare chi questo mondo lo vive ogni giorno.

Diversamente, il rischio è che questo provvedimento venga ricordato non come una riforma delle politiche sulle dipendenze, ma semplicemente come uno svuota-carceri utile ad alleggerire il sovraffollamento e, forse, anche a contenere la spesa pubblica.

Il recupero di una persona non si misura dal luogo in cui sconta la pena.

Si misura dalla capacità dello Stato di offrirle una vera possibilità di cambiare.

Perché una comunità non è un’alternativa al carcere. È un’alternativa alla recidiva.

E questa dovrebbe essere la vera sfida della politica: non svuotare le carceri, ma riempire di speranza e di opportunità la vita di chi ha deciso davvero di cambiare.

- SprayNews - Monica Macchioni

CALCIO - LAZIO, SFORZINI (CENTRO STUDI RINASCIMENTO NAZIONALE): «IL CASO ROCCA-LOTITO È UN PERICOLOSO CAMPANELLO D'ALLARME»

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«LE ISTITUZIONI NON DEVONO SCONFINARE NEL CONDIZIONAMENTO DI IMPRESE E PROPRIETÀ’ PRIVATE»

Per il Centro Studi Rinascimento Nazionale un presidente della Regione può favorire il dialogo, mettere a disposizione sedi istituzionali di confronto, lavorare sullo stadio e sulle infrastrutture. Non può diventare il protagonista di una delle parti in conflitto, utilizzando il prestigio della funzione pubblica per esercitare una pressione politica sul proprietario di una società privata.

«Il Centro Studi Rinascimento Nazionale non interviene nelle vicende sportive della S.S. Lazio, né intende esprimere giudizi sulla gestione calcistica di Claudio Lotito. Interveniamo, invece, perché questo episodio costituisce un perfetto case study di una questione culturale e istituzionale molto più ampia: il corretto rapporto tra potere pubblico e iniziativa privata. È esattamente questo il compito di un centro studi: utilizzare fatti concreti per riflettere sui principi che devono reggere una democrazia liberale.»

Lo dichiara Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale.

«Le dichiarazioni del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca rappresentano, a nostro giudizio, un pericoloso sconfinamento del ruolo istituzionale. Un presidente di Regione può occuparsi di infrastrutture, impiantistica sportiva, sicurezza, servizi pubblici e rapporti istituzionali. Non dovrebbe invece utilizzare l'autorevolezza della propria carica per stabilire quale debba essere la "postura" di una società privata, come debba comunicare, quale organizzazione debba avere o come il suo proprietario debba esercitare i propri diritti.»

«Per noi questo episodio va oltre la Lazio. Oggi il bersaglio è Claudio Lotito. Domani potrebbe essere un imprenditore, un editore, una banca, un'azienda industriale o qualunque altra realtà privata che non incontra il favore del potere politico. È proprio così che, quasi sempre in buona fede, lo Stato tende progressivamente ad allargare i propri confini.»

«Il Centro Studi Rinascimento Nazionale sostiene invece un principio opposto: lo Stato deve essere forte dove gli compete ed essere assente dove non gli compete. Forte nel garantire sicurezza, giustizia, infrastrutture, legalità e rispetto delle regole. Ma altrettanto capace di ritirarsi quando entra nel terreno delle libere scelte imprenditoriali e della proprietà privata.»

«Rocca afferma di non mettere in discussione il diritto di proprietà di Lotito. Tuttavia, subito dopo, pretende di indicare alla società quale debba essere la sua struttura, la sua comunicazione e perfino la sua "postura". È una contraddizione evidente. Il diritto di proprietà non si svuota soltanto attraverso gli espropri o nuove tasse: si svuota anche quando il potere politico ritiene di poter indirizzare moralmente e pubblicamente le decisioni di un'impresa privata.»

«Neppure il richiamo alla quotazione in Borsa modifica il quadro. Una società quotata risponde alle leggi, agli azionisti, al mercato e alle autorità indipendenti di vigilanza. Non nasce, per questo, un potere di indirizzo del presidente della Regione. Anzi, proprio perché la società è quotata, un'autorità politica dovrebbe usare ancora maggiore prudenza nelle proprie esternazioni.»

«I tifosi hanno tutto il diritto di contestare la proprietà, manifestare, protestare e chiedere risultati migliori. Ma il consenso popolare non costituisce un titolo di proprietà. La passione calcistica non trasforma le istituzioni in arbitri della governance aziendale.»

«Un presidente della Regione può favorire il dialogo, mettere a disposizione sedi istituzionali di confronto, lavorare sullo stadio e sulle infrastrutture. Non può diventare il protagonista di una delle parti in conflitto, utilizzando il prestigio della funzione pubblica per esercitare una pressione politica sul proprietario di una società privata.»

«Il caso Rocca-Lotito è quindi interessante non per ciò che dice sulla Lazio, ma per ciò che dice sul rapporto fra libertà e potere. È da episodi apparentemente circoscritti che si comprende la cultura politica di un Paese.

Noi crediamo che il potere pubblico debba conoscere i propri limiti. Le istituzioni acquistano autorevolezza quando rispettano rigorosamente i confini delle proprie competenze, non quando li oltrepassano.»

«Il Centro Studi Rinascimento Nazionale continuerà a difendere questo principio in ogni ambito, indipendentemente dalle persone coinvolte e dal loro colore politico. Oggi riguarda Claudio Lotito; domani riguarderà chiunque altro. Perché la libertà economica, il diritto di proprietà e la rigorosa delimitazione del potere pubblico non sono privilegi di qualcuno: sono pilastri dello Stato di diritto», conclude Sforzini.

- SprayNews - Monica Macchioni