
C’è un momento in cui anche una buona intenzione rischia di produrre l’effetto contrario a quello desiderato, ed è quello in cui le regole diventano così numerose, complesse e stratificate da non riuscire più a rendere migliore la realtà che intendono disciplinare.
La proposta avanzata da Italia, Austria e da altri Stati membri di dedicare un anno europeo all’attuazione e al consolidamento della legislazione vigente, concentrando l’attenzione sulla semplificazione e sulla riduzione degli oneri amministrativi, merita per questo una riflessione seria e priva di contrapposizioni ideologiche.
Non si tratta di chiedere un’Europa con meno diritti, meno tutele o meno responsabilità, ma di chiedere un’Europa capace di interrogarsi sulla qualità delle proprie regole. Governare, infatti, non significa necessariamente produrre nuove norme: talvolta significa avere il coraggio di fermarsi, osservare gli effetti delle decisioni assunte, eliminare ciò che non funziona, correggere ciò che produce effetti indesiderati e rendere finalmente comprensibile ciò che è rimasto troppo a lungo affidato alla complessità. La qualità dell’azione pubblica non dovrebbe essere misurata dal numero degli interventi normativi prodotti, ma dalla loro capacità di risolvere concretamente i problemi senza generarne di nuovi.
È una questione che riguarda da vicino il principio stesso della meritocrazia. Una società è realmente meritocratica quando le persone vengono messe nelle condizioni di esprimere capacità, responsabilità e iniziativa senza essere penalizzate da ostacoli artificiali o da procedure sproporzionate.
Il problema, dunque, non è la presenza delle regole in quanto tale, perché una società moderna ha bisogno di norme capaci di tutelare i diritti, garantire la sicurezza, proteggere l’ambiente e assicurare condizioni corrette di concorrenza. Il problema nasce quando la produzione normativa diventa fine a se stessa, quando nuove disposizioni si sovrappongono a quelle già esistenti, quando gli adempimenti si moltiplicano senza una reale valutazione della loro utilità e quando la comprensione del sistema finisce per essere appannaggio di chi dispone delle maggiori risorse economiche e professionali. In quel momento la burocrazia rischia di smettere di essere uno strumento di garanzia per trasformarsi in un fattore di disuguaglianza.
La semplificazione, pertanto, non dovrebbe essere interpretata come una battaglia contro le regole, ma come una battaglia per regole migliori.
Un anno dedicato all’attuazione potrebbe infatti rappresentare un’occasione per verificare cosa abbia funzionato e cosa no, eliminare sovrapposizioni e duplicazioni, rendere più coerenti norme che oggi rischiano di entrare in conflitto e valutare concretamente gli effetti prodotti dalle decisioni assunte negli anni precedenti. Sarebbe inoltre un momento utile per ascoltare maggiormente coloro che quelle regole sono chiamati ogni giorno ad applicarle, perché una norma può essere perfettamente costruita sul piano teorico e rivelarsi tuttavia inefficace nella realtà se non tiene conto delle condizioni concrete nelle quali dovrà essere attuata.
È proprio qui che il principio meritocratico assume una dimensione istituzionale. Merito non significa soltanto riconoscere e premiare chi raggiunge un risultato, ma significa anche costruire le condizioni affinché quel risultato possa essere raggiunto. Significa, in definitiva, rimuovere gli ostacoli che non servono a garantire diritti, ma che finiscono per limitare le opportunità.
In questo quadro anche gli Stati membri sono chiamati a fare la propria parte. La semplificazione non può essere chiesta soltanto a Bruxelles, perché deve diventare un criterio di responsabilità anche nelle legislazioni nazionali. Occorre evitare che una direttiva europea già complessa venga ulteriormente appesantita nella fase di recepimento attraverso obblighi aggiuntivi non indispensabili e occorre contrastare il cosiddetto gold-plating quando determina adempimenti ulteriori che non siano giustificati da specifiche esigenze nazionali.
La semplificazione dovrebbe diventare, pertanto, una responsabilità permanente delle istituzioni e accompagnare l’intero ciclo della regolazione, dalla progettazione della norma fino alla verifica degli effetti prodotti.
Il punto, allora, non è scegliere tra più Europa e meno Europa, ma costruire un’Europa capace di produrre regole migliori. Un’Europa che non confonda l’efficienza con la quantità della produzione normativa, che sappia fermarsi quando è necessario per verificare gli effetti concreti delle proprie decisioni e che consideri la certezza del diritto una condizione della competitività e della libertà economica. Un’Europa che chieda agli Stati membri di fare la propria parte e che, nello stesso tempo, abbia il coraggio di sottoporre a revisione critica anche le proprie norme.
L’iniziativa promossa da Italia e Austria può essere quindi letta non come una battuta d’arresto dell’integrazione europea, ma come un’occasione per migliorarne la qualità, a condizione che la semplificazione non si traduca in una generica richiesta di cancellazione delle regole, bensì in un impegno concreto a conservarne soltanto quelle necessarie, renderle comprensibili e verificarne periodicamente l’efficacia. Non servono meno tutele, ma tutele perseguite attraverso strumenti più semplici, proporzionati e realmente applicabili.
Meritocrazia Italia ritiene che questa debba essere la direzione da perseguire, perché la qualità delle Istituzioni si misura anche dalla capacità di mantenere ciò che funziona, correggere ciò che non funziona e avere il coraggio di eliminare ciò che non serve. Una buona amministrazione non è quella che produce più procedure, ma quella che raggiunge i propri obiettivi con il minor sacrificio possibile per chi deve rispettarle; allo stesso modo, una buona politica non è quella che lascia dietro di sé il maggior numero di norme, ma quella che riesce a costruire regole chiare, stabili, comprensibili e giuste.
Stop war.
- SprayNews - Monica Macchioni