
Di Letizia Bonelli
C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, senza paura della risposta, dove sono finiti i giovani?
Non i loro corpi, quelli sono ancora sulle spiagge, nelle piazze, nei locali, seduti accanto agli amici.
È la loro presenza ad essersi rarefatta.
Sono lì, eppure altrove, lo sguardo non incontra più l’orizzonte, ma un display.
Le dita scorrono veloci, mentre il tempo, silenziosamente, scivola via.
L’estate, che per secoli è stata il tempo della scoperta, della libertà e della costruzione dell’identità, oggi rischia di trasformarsi nella stagione dell’assenza.
È un fenomeno che non riguarda soltanto le nuove generazioni,ma l’uomo in generale.
La filosofia chiamerebbe questa condizione annichilimento: non la morte del corpo, ma il lento dissolversi della coscienza.
L’uomo continua a respirare, a parlare, a consumare esperienze, ma smette progressivamente di abitare sé stesso, è un esilio interiore.
Martin Heidegger parlava dell’oblio dell’Essere, quel momento in cui l’uomo dimentica la domanda fondamentale della propria esistenza e si lascia trascinare dall’inautenticità.
Oggi quella profezia sembra assumere una forma nuova: non è più il rumore della folla a distrarci, ma il brusio incessante degli algoritmi.
L’uomo contemporaneo non è prigioniero della tecnologia, è prigioniero della propria distrazione.
Platone, nel mito della caverna, descrive uomini incatenati che scambiano le ombre per la realtà, Venticinque secoli dopo abbiamo costruito caverne luminose che portiamo nelle tasche.
Le immagini scorrono senza fine e, lentamente, convincono milioni di persone che ciò che appare valga più di ciò che è.
Abbiamo trasformato il riflesso in sostanza, l’immagine in identità, il consenso in verità, eppure il cuore dell’uomo continua ad avere la stessa sete di sempre.
La Kabbalah insegna che l’universo nasce dalla tensione tra la Luce infinita e il vaso chiamato ad accoglierla, ma quel vaso può infrangersi quando non è preparato a custodire un’energia tanto grande.
È una metafora potente della condizione umana: possediamo strumenti sempre più sofisticati, ma spesso una fragilità interiore che fatica a sostenerli.
Il problema non è la Luce, ma è il vaso.
L’intelligenza artificiale è una delle più grandi espressioni dell’ingegno umano, può accelerare la conoscenza, aiutare la medicina, migliorare il lavoro, aprire orizzonti impensabili, ma nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire l’intelligenza spirituale, quella che insegna a distinguere l’utile dall’essenziale, il rumore dalla verità, l’informazione dalla sapienza, per questo sarebbe un errore attribuire alle macchine la responsabilità della nostra crisi.
Le macchine amplificano, sono gli uomini a scegliere la direzione. Il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi più intelligente dell’uomo è che l’uomo rinunci alla propria intelligenza contemplativa, che perda la capacità di fermarsi davanti al mare senza fotografarlo, di ascoltare il vento senza indossare auricolari, di amare senza dover dimostrare e soffrire senza cercare immediatamente una distrazioni e restare solo senza sentirsi vuoto.
Forse Nietzsche aveva intuito il destino dell’Occidente quando annunciava l’avvento del nichilismo: il momento in cui i valori perdono consistenza e tutto sembra equivalersi, ma il nichilismo di oggi è ancora più sottile.
Non urla.
Non distrugge.
Seduce. Intrattiene.
Riempie ogni istante, lasciando però l’anima affamata.
L’annichilimento contemporaneo non ha il volto della disperazione, ha quello dell’intrattenimento permanente, è un sorriso che nasconde il silenzio.
Una connessione continua che produce isolamento.
Una libertà apparente che finisce per generare dipendenza.
Così il mare diventa scenografia,
il tramonto contenuto,
l’amicizia una notifica,
l’amore un algoritmo e l’uomo, lentamente, smette di riconoscersi. La nostra epoca ha bisogno di una nuova educazione dello sguardo.
Non basta insegnare ai giovani a usare la tecnologia, occorre insegnare loro quando spegnerla, perché esistono lezioni che nessun software potrà mai impartire.
Quelle della sabbia che scotta sotto i piedi, di un libro letto all’ombra di un albero, una conversazione che cambia la vita,un silenzio condiviso, una lacrima che nessuna emoticon potrà mai tradurre.
Forse la più grande rivoluzione del XXI secolo non sarà costruire macchine capaci di imitare l’uomo, ma ritrovare uomini capaci di non imitare le macchine; perché una civiltà non tramonta quando inventa strumenti potenti.
Tramonta quando dimentica che il suo bene più prezioso non è l’intelligenza che produce, ma la coscienza che custodisce e finché un ragazzo saprà ancora alzare gli occhi dal proprio schermo per contemplare il mare, ascoltare il silenzio e interrogare l’infinito, nessuna tecnologia avrà vinto davvero, perché il futuro dell’umanità non dipenderà dalla potenza dei suoi algoritmi, ma dalla profondità della sua anima.
- SprayNews - Monica Macchioni