
Di Beppe Mambretti
Cristiano Riformista
La decisione del Governo Meloni di ampliare la possibilità per alcuni detenuti tossicodipendenti di accedere a percorsi terapeutici in comunità può, in linea di principio, rappresentare un passo nella giusta direzione.
Chi conosce da vicino il mondo delle dipendenze sa bene che il carcere, da solo, raramente cura una tossicodipendenza. Nella maggior parte dei casi interrompe temporaneamente il consumo di sostanze, senza affrontarne le cause profonde.
Per questo ritengo che un percorso terapeutico serio possa rappresentare una risposta più efficace della sola detenzione.
Il problema, però, è un altro.
Il problema è che questo provvedimento rischia di trasformarsi nell’ennesimo slogan politico se non verrà accompagnato da una vera riforma del sistema delle dipendenze.
QUALI COMUNITÀ?
La prima domanda è tanto semplice quanto inevitabile.
Di quali comunità stiamo parlando?
Parlare genericamente di comunità terapeutiche significa non conoscere il settore.
Esistono comunità molto diverse tra loro. Comunità educative, terapeutiche, riabilitative, comunità specializzate nella doppia diagnosi, comunità nate sul volontariato e comunità convenzionate con il Servizio sanitario.
Cambiano i metodi terapeutici, il personale, l’organizzazione, la capacità ricettiva e le competenze professionali.
Non tutte possono accogliere detenuti.
Non tutte sono in grado di affrontare pazienti con gravi disturbi psichiatrici.
Non tutte dispongono delle professionalità necessarie.
Dire semplicemente che migliaia di detenuti verranno inviati “nelle comunità” rischia quindi di essere una semplificazione che non tiene conto della realtà.
IL MONDO DELLE DIPENDENZE È CAMBIATO
Negli ultimi vent’anni è cambiato completamente il volto della tossicodipendenza.
Le nuove droghe sintetiche hanno trasformato profondamente il profilo dei consumatori.
Oggi moltissime persone non presentano soltanto una dipendenza, ma anche importanti disturbi psichiatrici.
Parliamo della cosiddetta doppia diagnosi.
Psicosi.
Depressione.
Disturbi della personalità.
Aggressività.
Alterazioni cognitive.
Patologie che richiedono psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori altamente specializzati.
Molte comunità storiche, nate trent’anni fa, non sono state progettate per affrontare questa nuova realtà.
E non è una colpa.
È semplicemente un dato di fatto.
Per questo non basta parlare genericamente di comunità.
Occorre distinguere quali siano realmente preparate ad affrontare le nuove dipendenze e quali no.
DOVE LI METTIAMO?
Il Governo parla della possibilità di trasferire migliaia di detenuti tossicodipendenti fuori dagli istituti penitenziari.
La domanda è inevitabile.
Dove?
Quanti posti sono realmente disponibili?
Quante comunità hanno dato la propria disponibilità?
Quante possono seguire pazienti con doppia diagnosi?
Quanti operatori dovranno essere assunti?
Senza risposte concrete, il rischio è che il provvedimento rimanga soprattutto un annuncio.
C’È ANCHE UN TEMA ECONOMICO
Esiste poi una riflessione che non può essere ignorata.
Secondo il rapporto Antigone, mantenere un detenuto costa allo Stato mediamente circa 145 euro al giorno.
Le rette delle comunità terapeutiche convenzionate variano da Regione a Regione e dalla tipologia di trattamento, ma mediamente si aggirano intorno ai 100 euro al giorno, considerando sia le comunità tradizionali sia quelle dedicate alla doppia diagnosi.
È evidente che, almeno teoricamente, il trasferimento di un detenuto in comunità potrebbe comportare anche un risparmio economico.
Naturalmente una parte dei costi del sistema penitenziario rimane fissa e non diminuisce automaticamente con la riduzione del numero dei detenuti.
Ma è inevitabile domandarsi se, oltre alla finalità terapeutica, questo provvedimento non risponda anche all’esigenza di contenere la spesa pubblica e ridurre il sovraffollamento carcerario.
Il risparmio, di per sé, non sarebbe un male.
Anzi.
Se una persona recupera davvero e lo Stato spende anche meno, il risultato sarebbe positivo per tutti.
Il problema nasce quando il criterio economico rischia di prevalere sulla qualità del percorso terapeutico.
LE RISORSE SONO DAVVERO SUFFICIENTI?
Anche qui servono risposte.
Se davvero si vuole investire nelle comunità terapeutiche servono finanziamenti adeguati.
Servono nuovi posti.
Servono psichiatri.
Servono psicologi.
Servono educatori.
Servono infermieri.
Servono convenzioni.
Servono controlli.
Servono strumenti.
Le risorse finora annunciate appaiono però insufficienti rispetto agli obiettivi dichiarati.
Ed è proprio questo che alimenta il dubbio che tra gli annunci e la concreta realizzazione della riforma esista ancora una distanza enorme.
LE COMUNITÀ DIMENTICATE
Esistono comunità che hanno accolto migliaia di ragazzi senza praticamente chiedere nulla allo Stato, sostenendosi grazie al volontariato, alle donazioni e al sacrificio quotidiano di chi ha dedicato la propria vita al recupero degli altri.
Queste realtà meritano rispetto.
Meritano ascolto.
Meritano di essere coinvolte.
Naturalmente ogni comunità deve essere verificata, controllata e valutata nei risultati.
Ma è difficile comprendere come lo Stato possa ignorare per anni questo patrimonio di esperienza e ricordarsene soltanto quando il carcere non riesce più a contenere il problema.
Le comunità non possono diventare il deposito esterno dell’amministrazione penitenziaria.
Devono essere protagoniste di un vero progetto terapeutico.
IL CARCERE RECUPERA DAVVERO?
Su questo desidero esprimere una riflessione personale.
A mio avviso il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recupera la persona.
Al contrario, rischia di peggiorarne il percorso delinquenziale.
Il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa.
Lo dice la nostra Costituzione.
Ma il sovraffollamento, la mancanza di educatori, di lavoro, di formazione e di veri percorsi terapeutici fanno sì che molte persone escano peggiori di come sono entrate.
Con più rabbia.
Più emarginate.
Talvolta con legami criminali ancora più forti.
Questo vale soprattutto per chi soffre di dipendenza.
Senza una vera presa in carico terapeutica il carcere sospende il problema, ma raramente lo risolve.
LA POLITICA ASCOLTA DAVVERO?
Il centrodestra ha sempre sostenuto il ruolo delle comunità terapeutiche e ha spesso criticato le politiche di riduzione del danno.
Una posizione assolutamente legittima.
Quello che però mi lascia perplesso è un altro aspetto.
Chi scrive conosce questo mondo non per sentito dire, ma per esperienza diretta. Eppure non ricordo di essere mai stato chiamato da esponenti del centrodestra per portare una testimonianza, raccontare come siano cambiate le droghe, spiegare le difficoltà delle comunità o, semplicemente, per chiedermi, nel mio piccolo, quale percorso possa davvero aiutare un tossicodipendente a uscire dalla droga e a ricostruirsi una vita.
Forse perché quello delle dipendenze è un problema che riguarda tutti, ma che interessa davvero a pochi.
È molto più semplice parlarne durante una conferenza stampa che sedersi a un tavolo con chi quella realtà l’ha conosciuta sulla propria pelle.
CONCLUSIONI
Non sono contrario alle comunità terapeutiche.
Al contrario.
Credo che, quando sono realmente preparate e messe nelle condizioni di lavorare, rappresentino una delle migliori opportunità per restituire dignità, speranza e futuro a chi è caduto nella dipendenza.
Allo stesso tempo, sono convinto che il sistema carcerario italiano, troppo spesso, non recuperi la persona ma finisca per peggiorarne il percorso delinquenziale, soprattutto quando alla pena non si accompagna un autentico percorso terapeutico e di reinserimento.
Per questo motivo considero giusto discutere di misure alternative al carcere.
Ma parlare genericamente di “comunità” non basta.
Occorre distinguere tra comunità e comunità.
Tra dipendenza e doppia diagnosi.
Tra chi è realmente pronto a intraprendere un percorso di recupero e chi necessita prima di un diverso intervento sanitario.
Servono investimenti, personale qualificato, strutture adeguate, controlli e soprattutto la volontà di ascoltare chi questo mondo lo vive ogni giorno.
Diversamente, il rischio è che questo provvedimento venga ricordato non come una riforma delle politiche sulle dipendenze, ma semplicemente come uno svuota-carceri utile ad alleggerire il sovraffollamento e, forse, anche a contenere la spesa pubblica.
Il recupero di una persona non si misura dal luogo in cui sconta la pena.
Si misura dalla capacità dello Stato di offrirle una vera possibilità di cambiare.
Perché una comunità non è un’alternativa al carcere. È un’alternativa alla recidiva.
E questa dovrebbe essere la vera sfida della politica: non svuotare le carceri, ma riempire di speranza e di opportunità la vita di chi ha deciso davvero di cambiare.
- SprayNews - Monica Macchioni