
di Luca Sforzini, Presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale
Nell’agosto del 1936 Palmiro Togliatti commise un errore che la destra italiana farebbe bene a studiare, non perché la storia si ripeta - ma perché conserva una certa predilezione per alcuni errori, limitandosi a cambiarne i protagonisti, le uniformi e, qualche volta, le parole d’ordine.
Novant’anni fa il Partito comunista d’Italia pubblicò il celebre Appello ai fratelli in camicia nera. L’operazione era politicamente spericolata, ma non priva di una sua logica: parlare direttamente alla base fascista, distinguere il regime dai suoi aderenti, intercettarne il malcontento sociale, insinuarsi nelle contraddizioni del sistema e portare, alla fine, una parte di quel mondo dalla propria parte. Togliatti voleva conquistare i fascisti al comunismo; il rischio fu quello opposto, e cioè confondere a tal punto linguaggi, rivendicazioni e riferimenti da rendere progressivamente incerto il confine tra chi avrebbe dovuto conquistare e chi avrebbe dovuto essere conquistato.
È una vecchia tentazione della politica e, naturalmente, non appartiene soltanto alla sinistra. Ogni movimento che nasce, cresce o tenta di allargarsi incontra prima o poi il medesimo dilemma: che cosa fare delle proprie periferie, degli estremisti, dei nostalgici, degli arrabbiati, degli integralisti, di coloro che considerano qualsiasi moderazione un tradimento, qualsiasi dubbio una debolezza e qualsiasi contaminazione con la complessità del mondo una resa?
La risposta apparentemente più semplice è blandirli. Prima si sostiene, giustamente, che bisogna ascoltarli; poi che bisogna comprenderne le ragioni, ed è ancora ragionevole; quindi che sarebbe sciocco regalarne i voti agli avversari, considerazione politicamente ineccepibile. Il passaggio successivo, tuttavia, è assai più insidioso, perché quasi senza accorgersene si comincia ad adottarne il linguaggio, poi le categorie, infine le ossessioni. A quel punto non si sta più conquistando politicamente un elettorato radicale: se ne viene lentamente conquistati culturalmente.
Una destra ambiziosa dovrebbe possedere esattamente la forza necessaria per compiere l’operazione contraria: parlare al nostalgico senza diventare nostalgica, al tradizionalista senza trasformare la tradizione in un codice penale, al cattolico senza trasformare lo Stato in un confessore, a chi teme le conseguenze di un’immigrazione incontrollata senza dichiarare guerra a un'altra religione, a chi domanda sicurezza senza considerare la libertà un fastidioso intralcio e, infine, a chi giustamente rifiuta gli eccessi del politicamente corretto senza costruire, per reazione, un politicamente corretto uguale e contrario.
Altrimenti non si allarga il campo: se ne sposta il centro.
È precisamente in questi passaggi che acquistano peso i cattivi consiglieri, quelli che spiegano al leader di turno che per crescere bisogna diventare più duri, più identitari, più ortodossi, che ogni apertura costituisce un cedimento, che ogni libertà riconosciuta agli altri rappresenta una rinuncia propria e che la complessità, in fondo, è soltanto una forma elegante di debolezza. Le cornacchie nere della politica hanno sempre avuto questa singolare caratteristica: annunciano solennemente il futuro indicando con grande sicurezza la strada del passato.
Nel nostro caso, oltretutto, si tratta talvolta di un passato che precede persino il fascismo. Basta seguire certe suggestioni fino alle loro conseguenze logiche e il calendario comincia a correre rapidamente all’indietro: dal Novecento all’Ottocento, dall’Ottocento al Sillabo, dal Sillabo al Non expedit, fino a ritrovare l’antica idea secondo cui spetterebbe allo Stato stabilire quali siano le vite giuste, le famiglie giuste, le coscienze giuste, le religioni accettabili e persino le opinioni moralmente autorizzate.
Una destra che imboccasse questa strada non sarebbe conservatrice, perché conservare significa custodire ciò che merita di essere tramandato, non restaurare ciò che la storia ha superato. E soprattutto finirebbe per contraddire una parte essenziale della stessa vicenda nazionale italiana, che non nasce da una teocrazia, ma dalla lunga battaglia per sottrarre la cittadinanza politica alla tutela dell’autorità religiosa, dalla costruzione dello Stato nazionale e dalla progressiva distinzione tra legge civile e precetto religioso.
Cavour non pronunciò «libera Chiesa in libero Stato» per lasciare ai posteri una frase particolarmente felice da collocare nei manuali scolastici. Dietro quelle parole esisteva una precisa concezione dello Stato e della libertà, che oggi conserva intatta la propria validità proprio perché vale in entrambe le direzioni.
Non possiamo combattere l’integralismo islamico costruendo, magari in nome della difesa dell’Occidente, un integralismo cristiano. Non si risponde a una teocrazia con un’altra teocrazia, né si può pretendere dagli immigrati il rispetto della separazione fra religione e Stato mentre, contemporaneamente, si vagheggia uno Stato che torni a scegliere una propria ortodossia religiosa. Sarebbe una contraddizione prima ancora che un errore politico e, per chi rivendica la tradizione risorgimentale italiana, sarebbe soprattutto una clamorosa inversione di marcia.
La Repubblica, del resto, ha risolto la questione nella propria Costituzione con parole che non lasciano molto spazio all’ermeneutica creativa: tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Tutte, non soltanto quelle che ci piacciono, quelle che appartengono alla nostra storia o quelle che raccolgono la maggioranza dei cittadini. Questo non significa affatto che tutto sia consentito; significa, al contrario, che tutti sono sottoposti alla medesima legge civile: cristiani, musulmani, ebrei, credenti di altre confessioni e non credenti. Nessuna prescrizione religiosa può prevalere sulla legge della Repubblica e, proprio per questo, nessuna maggioranza politica dovrebbe pretendere di trasformare la propria fede nella legge morale obbligatoria degli altri.
Questo è lo Stato di diritto della tradizione occidentale, e una destra che abbia davvero l’ambizione di governare il XXI secolo dovrebbe preoccuparsi di difenderlo e perfezionarlo, non di riportarlo, con qualche slogan aggiornato e un profilo social più moderno, alla metà dell’Ottocento.
Il problema, dunque, non consiste affatto nel tenere lontani gli elettori estremisti. Sarebbe politicamente infantile, oltre che sostanzialmente impossibile: i voti non possiedono pedigree ideologici e nessuna grande forza politica è mai diventata tale selezionando preventivamente i propri elettori all’ingresso. Il compito della politica è esattamente l’opposto: prendere domande, paure, insofferenze e persino rabbie che esistono nella società, dare loro una forma razionale e ricondurle dentro un progetto più grande. Significa portare le periferie dentro la città senza consegnare loro il municipio.
Qui sta la differenza tra una forza politica e una tifoseria, tra una classe dirigente e un’assemblea permanente dei più rumorosi. La prima deve possedere una cultura abbastanza solida da assorbire anche ciò che proviene dai margini senza perdere la propria identità; la seconda finisce inevitabilmente per attribuire ragione a chi grida più forte, fino al giorno in cui scopre che il proprio programma non è più stato scritto da chi aveva immaginato il viaggio, ma dallo scemo del villaggio.
Un movimento politico può sopravvivere a molti avversari, agli attacchi dei giornali, alle campagne ostili, alle scissioni e persino alle sconfitte elettorali. Molto più difficilmente sopravvive alla progressiva sostituzione della propria identità con quella delle proprie frange, perché a quel punto può persino continuare a crescere nei numeri mentre si restringe culturalmente, conquistando qualche voto in più e perdendo, senza accorgersene, la possibilità di rappresentarne molti altri.
Togliatti, nel 1936, pensò di poter attraversare il confine per conquistare chi stava dall’altra parte. Novant’anni dopo quella vicenda conserva una lezione che non è comunista né fascista e che sarebbe un peccato lasciare agli storici: quando si va a caccia degli estremisti bisogna sapere con assoluta precisione chi deve conquistare chi.
Perché allargare un campo è necessario, conquistare nuovi elettori è il mestiere della politica e parlare con chi si trova alle proprie estremità può essere segno di forza e non di debolezza. Ma esiste una differenza decisiva tra aprire le porte della città e consegnarne le chiavi.
Qualche volta si parte per conquistare una periferia e, quando finalmente ci si volta a guardare la strada percorsa, si scopre che è stata la periferia a conquistare il centro.