
Ai Giardini di Villa Giulia, “Incontri di Gusto – Il valore di esserci” ha celebrato la dignità della persona attraverso la cucina, la partecipazione e la condivisione. Un’esperienza nella quale la diversità è diventata ricchezza e il valore dell’essere umano ha trovato la sua espressione più autentica.
Esistono incontri che si esauriscono nello spazio di una serata e altri che, silenziosamente, continuano a vivere nella coscienza di chi vi ha preso parte.
Sono quelli nei quali, al di là delle parole e delle circostanze, si avverte la presenza di qualcosa di più profondo, di un sentimento capace di restituire significato alla nostra comune appartenenza alla famiglia umana.
È quanto accaduto a Sant’Anastasia, nella suggestiva cornice de I Giardini di Villa Giulia, dove la manifestazione “Incontri di Gusto – Il valore di esserci”, ideata dalla professoressa Rosa Rita Cirignano e promossa dall’Associazione Culturale Eklettica, ha saputo trasformare un appuntamento dedicato alla gastronomia in una testimonianza di sensibilità civile, partecipazione e autentica solidarietà.
Perché esiste una differenza sostanziale tra il parlare di inclusione e il renderla possibile.
La prima appartiene spesso al linguaggio delle intenzioni, la seconda richiede presenza, responsabilità e soprattutto quella capacità, sempre più rara, di riconoscere nell’altro non ciò che gli manca, ma tutto ciò che possiede.
In una società che troppo frequentemente misura il valore delle persone attraverso l’efficienza, la produttività e il raggiungimento di determinati risultati, iniziative come questa ci ricordano una verità che dovrebbe essere patrimonio universale: la dignità umana non conosce graduatorie, non ammette classificazioni e non può essere subordinata ad alcuna condizione fisica, intellettiva o sociale.
Ogni persona custodisce un universo irripetibile, una propria maniera di abitare il mondo, di comunicare emozioni, di costruire relazioni e di offrire qualcosa agli altri.
Comprenderlo significa compiere il primo, autentico passo verso una civiltà più giusta.
Ed è proprio questo principio ad aver trovato una delle sue espressioni più significative nel laboratorio di cucina dedicato ai ragazzi con disabilità, protagonisti di un’esperienza nella quale il gesto semplice della preparazione di un dolce ha assunto un valore ben più grande della sua dimensione gastronomica.
Sotto la guida dello chef campano Stefano Vacchiano, docente di Enogastronomia, i partecipanti si sono cimentati nella realizzazione del tiramisù, uno dei dessert più rappresentativi della tradizione italiana.
Tra savoiardi, crema al mascarpone e piccoli gesti condivisi, la cucina si è trasformata in uno spazio di incontro, apprendimento e partecipazione, nel quale ciascuno ha potuto contribuire secondo le proprie possibilità, senza che la diversità diventasse un confine e forse è proprio in questa semplicità che si nasconde il significato più alto dell’inclusione.
Non occorrono necessariamente grandi dichiarazioni per affermare il valore di una persona.
Talvolta basta offrire un’opportunità, affidare una responsabilità, riconoscere una capacità, permettere a qualcuno di sentirsi parte di un progetto comune.
Perché l’autonomia non nasce soltanto dall’acquisizione di competenze, ma anche dalla fiducia che gli altri ripongono in noi.
E la fiducia, quando è autentica, possiede una straordinaria forza generatrice: restituisce coraggio, alimenta l’autostima e rende possibile ciò che troppo spesso viene considerato irraggiungibile.
In questo percorso, la sensibilità e la professionalità dello chef Vacchiano hanno rappresentato un contributo prezioso, dimostrando come la competenza possa acquisire un significato ancora più profondo quando si accompagna alla capacità di ascoltare, comprendere e valorizzare le persone.
La cucina, del resto, è una delle forme più antiche di relazione umana.
Prima ancora di essere arte, tecnica o ricerca del gusto, è stata condivisione, accoglienza, cura dell’altro.
Preparare qualcosa per qualcuno significa dedicargli tempo, attenzione e una parte di sé.
E quando sono le persone più fragili a diventare protagoniste di questo gesto, il significato si arricchisce di una bellezza particolare, perché viene meno la distinzione tra chi offre e chi riceve, tra chi aiuta e chi viene aiutato.
Tutti diventano parte di una medesima esperienza, nella quale ciascuno può essere, contemporaneamente, dono e destinatario di un dono.
Fondamentale, per la riuscita dell’iniziativa, è stata la partecipazione delle realtà associative impegnate quotidianamente nella tutela dei diritti e nel sostegno alle persone con disabilità.
L’associazione Autismo in Movimento Campania, insieme ad Attivamente e al Comitato Disabilità Unite, ha contribuito a rendere concreta questa esperienza di partecipazione, accompagnando i ragazzi e sostenendo un percorso nel quale la dimensione educativa si è intrecciata con quella affettiva e sociale.
Il loro impegno richiama una questione che non dovrebbe mai essere relegata ai margini del dibattito pubblico: il diritto di ogni persona a essere riconosciuta, ascoltata e messa nelle condizioni di esprimere pienamente la propria individualità.
Troppo spesso le famiglie che vivono quotidianamente la disabilità affrontano difficoltà che rimangono invisibili agli occhi della collettività.
Accanto all’amore, alla dedizione e alla straordinaria capacità di affrontare le sfide quotidiane, esistono preoccupazioni concrete, bisogni di assistenza, necessità di sostegno e interrogativi sul futuro che non possono essere lasciati alla sola responsabilità familiare.
È anche per questo che il lavoro delle associazioni assume un valore sociale e morale di grande rilevanza. Esse rappresentano presìdi di umanità, luoghi nei quali la solidarietà non rimane un principio astratto, ma si traduce in azioni, relazioni e opportunità.
Una comunità, infatti, non può definirsi veramente evoluta soltanto per la qualità delle sue infrastrutture, per la prosperità economica o per il prestigio delle proprie istituzioni.
La sua autentica grandezza si misura soprattutto dalla capacità di non lasciare indietro nessuno.
La serata ha riservato un momento particolarmente significativo anche al riconoscimento di quanti, attraverso il proprio impegno, hanno contribuito alla realizzazione della manifestazione.
Alle associazioni locali sono stati consegnati attestati di partecipazione, quale testimonianza del valore della loro presenza e del lavoro svolto quotidianamente a favore della collettività e della promozione del territorio.
Un riconoscimento che, al di là della sua dimensione simbolica, ha voluto rendere visibile quella trama di dedizione spesso silenziosa sulla quale si regge una parte importante della vita sociale.
Perché dietro ogni associazione esistono persone che scelgono di dedicare tempo, energie e sensibilità agli altri, senza cercare necessariamente visibilità o gratificazioni personali.
Donne e uomini che conoscono il significato della responsabilità collettiva e che, attraverso la continuità del loro impegno, contribuiscono a rendere una comunità più solidale.
Targhe di merito e di ringraziamento sono state inoltre conferite agli chef e ai professionisti del settore gastronomico, protagonisti di un percorso dedicato alla valorizzazione delle eccellenze culinarie locali.
La loro maestria, la passione per il mestiere e la capacità di interpretare la tradizione attraverso il linguaggio del gusto hanno arricchito la manifestazione, offrendo ai presenti un’esperienza nella quale la qualità gastronomica ha incontrato il valore della convivialità.
Anche in questo riconoscimento si può cogliere un significato che supera la semplice celebrazione delle competenze professionali.
Il sapere, quando viene condiviso, diventa patrimonio collettivo; il talento, quando si pone al servizio degli altri, acquista una dimensione etica che ne accresce il valore.
“Incontri di Gusto” ha così restituito l’immagine di un territorio capace di riconoscersi nelle proprie tradizioni, ma anche di guardare oltre, facendo della collaborazione tra associazioni, professionisti e cittadini uno strumento di crescita civile.
Il merito dell’iniziativa risiede proprio nell’aver saputo coniugare dimensioni apparentemente distanti, dimostrando che la cultura gastronomica può diventare occasione di educazione alla solidarietà e che la bellezza di un evento non dipende soltanto dalla sua riuscita organizzativa, ma soprattutto dal significato umano che riesce a generare.
Rimane, tuttavia, una riflessione che merita di accompagnare il ricordo di questa esperienza.
L’inclusione non dovrebbe rappresentare l’eccezione felice di una giornata particolare, ma la normalità di ogni giorno.
Non dovrebbe essere necessario organizzare un evento per ricordare che ogni persona ha diritto a partecipare alla vita della propria comunità, a coltivare aspirazioni, a sviluppare capacità e a costruire il proprio futuro.
Il vero traguardo sarà raggiunto quando non avremo più bisogno di sottolineare la presenza delle persone con disabilità, perché quella presenza sarà considerata naturale, necessaria e parte integrante della nostra società.
Fino ad allora, ogni iniziativa capace di abbattere un pregiudizio, di aprire una possibilità o di restituire fiducia rappresenterà un piccolo, ma prezioso avanzamento nel cammino della civiltà.
E forse il significato più profondo di quanto accaduto a Sant’Anastasia è racchiuso proprio nel titolo scelto per la manifestazione: “Il valore di esserci”.
Esserci non significa semplicemente occupare uno spazio o prendere parte a un avvenimento.
Significa essere riconosciuti nella propria unicità, sentirsi accolti senza dover dimostrare di meritare accoglienza, sapere che la propria esistenza possiede un valore indipendente da qualsiasi limite o difficoltà.
Significa poter dire, attraverso un gesto, uno sguardo, un sorriso o una piccola conquista: anch’io appartengo a questo mondo, anch’io ho qualcosa da offrire.
E allora quel tiramisù preparato insieme ai ragazzi smette di essere soltanto un dolce e diventa il simbolo di una verità essenziale.
Come gli ingredienti di una ricetta, anche gli esseri umani sono differenti per natura, sensibilità e capacità.
Nessuno è identico all’altro, eppure è proprio nell’incontro delle differenze che può nascere qualcosa di straordinario.
Perché una società non diventa migliore quando rende tutti uguali, ma quando impara a riconoscere a ciascuno la medesima dignità e se esiste un sapore che merita davvero di essere custodito nella memoria, è quello di un’umanità che non si limita a parlare di amore per il prossimo, ma trova finalmente il coraggio di praticarlo.
- SprayNews - Monica Macchioni