
Di Don Enzo Bugea Nobile
Ci sono feste cristiane che sembrano portarci lontano dalla terra.
L’Assunzione di Maria potrebbe apparire una di queste: lo sguardo sale verso il Cielo, mentre Maria entra nella gloria di Dio eppure, se ne comprendiamo davvero il significato, scopriamo esattamente il contrario.
L’Assunta non ci allontana dalla vita, ci obbliga a prenderla sul serio. Il 15 agosto la Chiesa non celebra una donna che fugge dal mondo, ma una donna la cui esistenza viene accolta interamente da Dio.
Maria è assunta in Cielo in anima e corpo: niente della sua umanità viene scartato; la sua storia, la maternità, le fatiche, le attese, le lacrime, la carne che ha custodito Cristo, il dolore attraversato sotto la Croce: tutto entra nell’eternità.
È una verità teologica immensa e nello stesso tempo, profondamente umana, per Dio nulla di ciò che siamo è insignificante ed è pensando a questo che, alla vigilia dell’Assunta, il mio pensiero torna inevitabilmente ai nostri oratori.
Torna ai cortili pieni di voci, ai palloni che finiscono dove non dovrebbero, alle corse, alle risate.
Torna ai bambini che ti prendono per mano senza chiedere permesso e agli adolescenti che sembrano non voler parlare con nessuno, salvo poi aspettarti alla fine di una giornata per dirti sottovoce: «Don, posso parlarti un momento?».
È anche lì che comprendo il Vangelo, perché l’oratorio non è semplicemente uno spazio della parrocchia e non è un servizio di intrattenimento per tenere occupati i ragazzi.
L’oratorio è un luogo dove la Chiesa impara ogni giorno a farsi casa e una casa cristiana non domanda a chi entra se sia perfetto, accoglie, ascolta,educa, corregge quando è necessario, perdona e soprattutto non abbandona.
Oggi abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei giovani; li descriviamo spesso come una generazione fragile, distratta, impaziente, prigioniera dei telefoni e dei social, ma prima di giudicarli dovremmo avere l’umiltà di domandarci quale mondo abbiamo costruito intorno a loro.
Abbiamo dato loro una società nella quale bisogna apparire prima ancora di imparare a essere.
Abbiamo moltiplicato le connessioni e non sempre le relazioni.
Abbiamo insegnato la velocità e dimenticato l’attesa.
Abbiamo costruito strumenti capaci di conoscere quasi tutto di una persona e rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi vive nella stanza accanto.
Un ragazzo può avere migliaia di contatti e non sapere a chi raccontare una paura.
Può ricevere centinaia di approvazioni e continuare a chiedersi se vale davvero qualcosa,è qui che la comunità cristiana deve tornare a pronunciare parole semplici e rivoluzionarie:tu non vali per quanto appari, non vali per quanti ti seguono, non vali perché vinci, non vali perché sei perfetto, tu vali perché sei figlio.
Maria stessa ce lo insegna, Dio non entra nella storia scegliendo il palazzo più potente, entra nella vita di una giovane donna di Nazareth.
Maria non possiede ricchezze, titoli o potere, possiede qualcosa di infinitamente più grande: la libertà di pronunciare il proprio «Eccomi».
Quell’eccomi dovrebbe tornare a risuonare nei nostri oratori, perché educare un giovane non significa decidere il suo futuro al posto suo.
Significa aiutarlo a scoprire che la propria esistenza è una chiamata e che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa, ma nel comprendere per che cosa valga la pena spendere la propria vita. Maria, poi, non rimane ferma, ricevuto l’annuncio, si alza e raggiunge Elisabetta.
Questa immagine mi è particolarmente cara: Maria porta Dio dentro di sé e proprio per questo va incontro a qualcuno, qui c’è forse una delle definizioni più belle della fede cristiana.
Chi incontra veramente Dio non si chiude, si muove verso l’altro.
Per questo vorrei che i nostri oratori insegnassero ai ragazzi una fede capace di inginocchiarsi davanti all’altare e subito dopo di rimboccarsi le maniche.
Una fede che prega e serve, che celebra e condivide, che sa recitare un’Ave Maria, ma sa anche accorgersi del compagno escluso.
Che parla di carità e poi divide davvero ciò che possiede.
Che non domanda soltanto: «Signore, cosa puoi fare per me?», ma arriva un giorno ad avere il coraggio di chiedere:
«Signore, per chi posso diventare io una risposta?»
È allora che un ragazzo comincia davvero a diventare adulto e qui entrano inevitabilmente le famiglie.
Nessun sacerdote, nessun catechista, nessun educatore può sostituirle, possiamo accompagnare, sostenere, raccogliere qualche pezzo quando la vita si rompe, ma l’educazione ha bisogno di un’alleanza.
Abbiamo bisogno di genitori che tornino a parlare con i figli e soprattutto ad ascoltarli.
Abbiamo bisogno di adulti capaci di dire qualche “no” senza sentirsi in colpa e molti “ti voglio bene” senza vergognarsi. Abbiamo bisogno di comunità nelle quali una famiglia in difficoltà non venga giudicata, ma accompagnata e soprattutto abbiamo bisogno di recuperare la testimonianza, perché i ragazzi possono anche dimenticare molte delle nostre parole, ma difficilmente dimenticheranno come li abbiamo fatti sentire.
C’è poi un messaggio dell’Assunzione particolarmente necessario nel nostro tempo; Maria entra nella gloria anche con il corpo.
In una società ossessionata dal corpo perfetto, giovane, efficiente, esibito e continuamente giudicato, il cristianesimo proclama qualcosa di completamente diverso: il corpo umano possiede una dignità che non dipende dalla bellezza, dall’età, dalla salute o dall’efficienza.
Il corpo fragile dell’anziano ha dignità, il corpo della persona con disabilità ha dignità, il corpo ferito dalla malattia ha dignità. Il corpo che non corrisponde ai modelli imposti ha dignità.
Ogni essere umano possiede una dignità che viene prima di qualsiasi giudizio del mondo, anche questo dobbiamo insegnarlo nei nostri oratori: nessuno è uno scarto.
Nessuno e allora comprendo perché la festa dell’Assunta abbia tanto da dire proprio ai nostri ragazzi.
Maria ci ricorda che siamo fatti per qualcosa di più grande dell’immediato, ma ci insegna anche che il cammino verso il Cielo attraversa necessariamente la terra.
Attraversa le nostre case, le famiglie, i cortili, le amicizie, le ferite, le riconciliazioni.
Attraversa quella porta dell’oratorio che continuiamo a lasciare aperta anche per chi non viene a Messa, per chi si è allontanato, per chi non sa ancora se crede, per chi porta domande difficili e persino per chi pensa che Dio non abbia più nulla da dirgli.
La Chiesa non deve avere paura di questi ragazzi, deve aspettarli e quando arrivano, prima ancora di chiedere loro dove siano stati, dovrebbe riuscire a dire:
«È bello che tu sia qui».
Forse la pastorale giovanile comincia proprio da questa frase. In questo 15 agosto affido allora a Maria Assunta i bambini e i ragazzi dei nostri oratori, quelli che corrono felici e quelli che rimangono in disparte.
Quelli che credono con semplicità e quelli che attraversano il dubbio.
Quelli che hanno famiglie solide e quelli che stanno imparando troppo presto quanto possa essere complicata la vita.
Quelli pieni di sogni e quelli che un sogno non riescono più a trovarlo a tutti vorrei dire: non abbiate paura di alzare lo sguardo; perché il Cielo non è la negazione dei vostri sogni è la misura più grande che possiamo dare alla vita e a noi adulti Maria affida una responsabilità ancora più seria: non limitarci a indicare il Cielo con le parole, ma renderlo credibile attraverso il modo in cui sappiamo amare sulla terra.
Perché un ragazzo crederà più facilmente che Dio non lo abbandona se avrà incontrato almeno un adulto che non lo ha abbandonato.
Crederà nel perdono se qualcuno gli avrà dato la possibilità di ricominciare.
Crederà nella fraternità se avrà trovato una comunità capace di fargli posto.
Crederà nell’amore di Dio quando quell’amore avrà avuto, almeno una volta, un volto umano.
Questo vorrei chiedere a Maria Assunta per i nostri oratori, che rimangano luoghi con le porte aperte, le mani tese e lo sguardo alto.
Luoghi nei quali imparare che la fede non significa fuggire dalla vita, ma entrarci più profondamente, con i piedi nella polvere dei nostri cortili e il cuore rivolto all’eternità, perché forse il Cielo comincia molto prima di quanto immaginiamo.
Comincia ogni volta che un bambino viene accolto, un giovane viene ascoltato, una famiglia viene sostenuta, una fragilità viene rispettata e una persona che si sentiva perduta scopre di avere ancora un posto.
Maria Assunta ci insegni allora ad alzare gli occhi verso il Cielo senza smettere di guardare chi cammina accanto a noi e soprattutto ci insegni una cosa che nei nostri oratori non dovremmo dimenticare mai:
nessuno arriva al Cielo da solo.
Don Enzo Bugea Nobile
- SprayNews - Monica Macchioni