FNV, LUCA SFORZINI: “ATTENTI ALLE CORNACCHIE NERE, ADORANO GLI UOMINI PICCOLI PERCHE’ NON FANNO OMBRA”

25 Agosto 2026
- Di
Redazione
Luca Sforzini - SprayNews - Monica Macchioni
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CE NE FOSSERO DEGLI STRACCIONI DI VALMY ORGANIZZATI DA COSSIGA, CLASSE DIRIGENTE VERA, TRANSFUGHI MA NON SCARTI

Francesco Cossiga chiamava i suoi gli “straccioni di Valmy”. Quasi trent’anni dopo, il generale Vannacci rivendica per i propri la definizione di “feccia”. Straccioni e feccia: due provocazioni intelligenti, orgogliosamente offensive. Quando le parole si assomigliano, diventa ancora più interessante guardare gli uomini che vi stanno dietro. E, soprattutto, quelli che li scelgono.

Cossiga aveva quel gusto tutto per il paradosso storico, le espressioni che sembravano una burla e invece contenevano un progetto. Valmy, 20 settembre 1792: gli straccioni della Rivoluzione fermano l’esercito prussiano e Goethe comprende che da quel giorno comincia «una nuova epoca della storia del mondo».

Alla fine degli anni Novanta provò a rompere gli schieramenti appena pietrificati della Seconda Repubblica e ricomporre un centro capace di tornare determinante. Lo fece con l’UDR, raccogliendo uomini provenienti da esperienze differenti, reduci della Democrazia Cristiana, parlamentari eletti altrove, CDU, CDR, socialdemocratici, transfughi. In una parola oggi molto di moda: riciclati. Sì, riciclati. Ma non scarti.

Perché attorno a Cossiga si muovevano Rocco Buttiglione, Clemente Mastella, Carlo Scognamiglio, Bruno Tabacci, Enrico Ferri, Angelo Sanza e altri uomini che si potevano amare o detestare, seguire o combattere, ma ai quali era difficile negare una cosa: erano uomini politici. Avevano storia, formazione, mestiere parlamentare, relazioni, idee, talvolta persino scuole di pensiero alle spalle.

E sopra tutti c’era lui, Francesco Cossiga. Professore di diritto costituzionale, ministro dell’Interno negli anni più terribili della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente del Senato, presidente della Repubblica: aveva attraversato lo Stato, non semplicemente occupato una successione di incarichi. Conosceva le istituzioni dall’interno e la politica dall’alto; poteva permettersi il berretto frigio, le picconate, gli straccioni e Valmy perché dietro ogni provocazione c’erano letture, memoria, diritto, storia e una concezione dello Stato. Persino quando sbagliava, sbagliava in grande.

Grande, soprattutto, era il disegno. Cossiga non raccoglieva parlamentari per poter annunciare il giorno dopo che un altro aveva cambiato casacca. Scomponeva per ricomporre. Voleva scardinare un bipolarismo che giudicava artificiale, costruire una nuova geometria parlamentare, riportare al centro del sistema un’area politica dispersa dopo il crollo della Prima Repubblica. Si poteva considerare quel progetto geniale oppure rovinoso, condividerlo oppure combatterlo. Ma era un progetto: prima veniva la geometria politica, poi gli uomini necessari a disegnarla.

Ed è forse qui che la lezione di Cossiga diventa attuale. Un capo politico può avere intuizione, forza, consenso, persino una visione capace di rompere gli schemi. Ma nessun capo sceglie da solo ogni uomo, conosce personalmente ogni aspirante dirigente, pesa ogni curriculum che arriva dalla provincia. Intorno a lui esistono necessariamente consiglieri, selezionatori, intermediari. Ed è lì che ricominciano a volare le cornacchie nere.

Sono loro il vero pericolo di ogni progetto che cresce in fretta. Le cornacchie nere adorano gli uomini piccoli perché gli uomini piccoli non fanno ombra. Preferiscono il fedele al capace, l’obbediente all’autorevole, l’alzamano all’uomo che possiede un pensiero proprio. Al capo raccontano di avere trovato una nuova classe dirigente; in realtà gli portano spesso una vecchia classe dipendente, raccolta qua e là perché possiede una carica, un pacchetto di tessere, qualche voto o semplicemente una fotografia utile da esibire.

Cossiga aveva transfughi, reduci, sopravvissuti, uomini che avevano già indossato altre casacche. Ma portavano qualcosa nella nuova casa: un pezzo di Paese, una cultura, un’esperienza, un consenso, qualche volta un pensiero. Il loro valore non consisteva semplicemente nella poltrona sulla quale erano già seduti.

Perché il trasformismo non si misura contando i cambi di partito. Bisognerebbe domandarsi che cosa un uomo porti con sé quando cambia partito. Una classe dirigente può essere ricomposta, può essere persino riciclata, ma prima deve essere classe dirigente. Altrimenti resta soltanto personale politico: impiegati della politica, collezionisti di incarichi, professionisti dell’alzata di mano, uomini la cui biografia pubblica finisce per coincidere con l’elenco delle caselle occupate. Prenderli da una formazione e trasferirli in un’altra può modificare un gruppo consiliare o parlamentare; difficilmente modifica la storia.

E qui le cornacchie nere possono commettere il loro errore più grave: scambiare la sottrazione per crescita. Portare via un eletto al vicino produce un titolo, forse una fotografia, certamente qualche entusiasmo. Ma se non si conquistano mondi nuovi, idee nuove, competenze nuove, elettori nuovi, alla fine bisogna fare i conti: se cento sedie hanno semplicemente cambiato stanza, il palazzo non è diventato più grande. Si è soltanto svuotata una stanza per arredarne un’altra.

Cossiga questo lo sapeva. Cercava una nuova geometria, non una nuova tappezzeria.

E un leader che abbia l’ambizione di cambiare davvero la politica dovrebbe forse guardare proprio a lui, pretendendo dai propri consiglieri ciò che Cossiga pretendeva dalla politica: statura. Non servono cortigiani che gli dicano quanto è grande; servono uomini abbastanza grandi da potergli dire quando una scelta è piccola. Non servono collezionisti di adesioni, ma cercatori di classe dirigente. Perché i buoni consiglieri rafforzano il capo scegliendo persone all’altezza del suo progetto; quelli cattivi lo indeboliscono scegliendo persone all’altezza di loro stessi.

A distanza di quasi trent’anni gli straccioni di Valmy meritano dunque una certa nostalgia, non perché quella operazione dovesse necessariamente essere condivisa, ma perché apparteneva a un’epoca nella quale persino per dividere uno schieramento bisognava avere un’idea di come ricomporlo; persino per cambiare casacca occorreva possedere una statura sufficiente a riempire quella nuova; persino il trasformismo poteva essere sorretto da cultura, strategia e visione.

Dagli straccioni alla feccia? Non mi interessa stabilire gerarchie fra sostantivi. Preferisco guardare le storie personali. E, semmai, chiedermi chi le abbia messe sulla scrivania del capo assicurandogli che quello fosse il meglio disponibile.

Le cornacchie nere, del resto, hanno un antico difetto: scambiano tutto ciò che luccica per oro – di cui peraltro sono ghiotte – e tutto ciò che obbedisce per valore.

Quanto agli straccioni di Valmy, confesso una debolezza: avercene.

https://www.rinascimentonazionale.it/2026/08/25/dagli-straccioni-alla-feccia-da-cossiga-a-vannacci/

- SprayNews - Monica Macchioni

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