CI SONO PORTE CHE SI APRONO SOLTANTO QUANDO IMPARIAMO A DIVENTARE PICCOLI

23 Agosto 2026
- Di
Redazione
Don Enzo Bugea Nobile, porte che si aprono - SprayNews - Monica Macchioni
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Tempo di lettura: 3 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono porte che nella vita non si aprono con la forza; non servono titoli, denaro, prestigio o conoscenze.

Davanti a certe porte, tutto ciò che il mondo considera importante perde valore.

Sono le porte dell’anima, per attraversarle occorre imparare ciò che il nostro tempo sembra avere dimenticato: diventare piccoli senza essere insignificanti, umili senza perdere dignità, fragili senza vergognarsi della propria fragilità.

Il Vangelo parla spesso attraverso immagini semplici e radicali, una di queste è quella della porta stretta.

Non è l’immagine di un Dio che respinge o costruisce ostacoli.

La porta è stretta perché alcune cose non possono attraversarla insieme a noi: l’orgoglio, l’indifferenza, la superbia, l’ossessione di apparire e l’abitudine ad assistere alla sofferenza senza sentirci coinvolti. Passa l’uomo, spogliato delle sue maschere.

Qui il messaggio cristiano incontra una grande contraddizione del nostro tempo.

Abbiamo costruito un mondo dalle porte spalancate verso ciò che possiamo consumare e sempre più strette verso ciò che possiamo condividere.

Possiamo comunicare con l’altra parte del pianeta e non accorgerci della solitudine di chi vive accanto a noi. Possiamo avere migliaia di contatti e non trovare nessuno a cui raccontare una paura.

Possiamo mostrare ogni istante della nostra vita e diventare invisibili gli uni agli altri.

La tecnologia non è il nemico, il problema nasce quando lo strumento prende il posto dell’uomo: quando l’algoritmo conosce i desideri dei nostri ragazzi prima ancora che loro conoscano se stessi, quando il consenso diventa misura del valore personale, quando un adolescente pensa: se nessuno mi guarda, forse non valgo abbastanza.

È qui che la comunità cristiana deve avere il coraggio di essere controcorrente, ed è qui che penso agli oratori.

L’oratorio non può essere soltanto uno spazio per organizzare attività.

Deve essere una piccola officina dell’umano: un luogo dove un ragazzo scopra di non dover dimostrare continuamente qualcosa per meritare amore; dove si possa perdere una partita, sbagliare, ricominciare.

Un luogo dove il più fragile non venga soltanto tollerato, ma cercato; dove una persona con disabilità non sia “quella da includere”, perché appartiene già alla comunità.

C’è una differenza profonda tra includere qualcuno e riconoscere che appartiene già a noi.

Cristo ha sovvertito le classifiche degli uomini. Ha guardato chi veniva evitato, ascoltato chi non aveva voce e rimesso al centro chi era stato spinto ai margini, è questa la rivoluzione degli ultimi.

Gli ultimi non sono una categoria sociologica: hanno nomi, volti e famiglie.

Sono il ragazzo che ride con gli altri e poi torna a casa sentendosi solo; la madre stanca che combatte per un figlio fragile; il padre che nasconde la vergogna dopo aver perso il lavoro; l’anziano che lascia il televisore acceso per sentire una voce; chi non chiede più aiuto perché troppe volte nessuno ha risposto.

Una Chiesa che non vede queste persone rischia di avere edifici pieni e cuori vuoti.

La fede non si misura dalla quantità delle parole che pronunciamo su Dio, ma da quanto Dio trasforma il nostro modo di guardare l’uomo, possiamo conoscere le preghiere e non conoscere la misericordia; frequentare i luoghi sacri e passare accanto a una vita ferita; parlare di Cristo senza riconoscerlo in chi ha bisogno di noi.

Abbiamo corde: dal profondo del cuore.

È lì che comincia la conversione autentica: non nell’apparenza religiosa, ma quando smettiamo di chiederci che cosa gli altri possano fare per noi e iniziamo a domandarci: “Per chi posso diventare una porta aperta?”

Per un giovane?

Per una famiglia?

Per chi vive una disabilità?

Per una persona che ha sbagliato e cerca la forza di ricominciare?

Il compito più urgente degli adulti non è consegnare ai giovani un mondo perfetto, perché non lo abbiamo; è offrire loro luoghi nei quali possano ancora sentirsi umani: luoghi dove il tempo venga condiviso e qualcuno sappia dire:“Io ti ascolto.”

Per questo continuerò a credere negli oratori, nelle comunità, nelle famiglie che resistono, negli educatori, nei sacerdoti che conoscono i ragazzi per nome e nelle persone che apparecchiano una tavola aggiungendo sempre una sedia.

Il cristianesimo, prima di essere una teoria sul Cielo, è una maniera diversa di abitare la terra; forse abbiamo cercato Dio troppo spesso verso l’alto e Lui continua a indicarci chi abbiamo accanto.

La porta può essere stretta, ma davanti a quella porta non conta quanto siamo diventati grandi agli occhi del mondo, ma quante volte abbiamo saputo farci piccoli per non lasciare indietro nessuno.

Alla fine resterà una sola domanda.

Non quanto siamo stati importanti, ma quanto amore abbiamo lasciato dietro di noi.

- SprayNews - Monica Macchioni

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