SANTA MONICA E SANT’AGOSTINO: QUANDO AMARE SIGNIFICA NON SMETTERE DI ASPETTARE

27 Agosto 2026
- Di
Redazione
Santa Monica e Sant'Agostinoi - IlGraffio - Monica Macchioni
Array
Tempo di lettura: 4 minuti

Di Don Enzo Bugea Nobile

Ci sono figli che crescono accanto a noi e figli che, per diventare adulti, sembrano avere bisogno di allontanarsi da tutto ciò che abbiamo insegnato loro.

Ci sono ragazzi che cercano la propria strada percorrendone cento sbagliate, che contestano, provocano, si chiudono, cadono.

E ci sono madri e padri che, davanti a quella porta chiusa, continuano silenziosamente ad amare.

La storia di Santa Monica e Sant’Agostino appartiene al IV secolo, eppure possiede qualcosa di terribilmente contemporaneo.

Agostino è giovane, intelligente, inquieto, ba fame di vita, di conoscenza, di piacere, di verità; cerca molto e proprio perché cerca molto spesso cerca nei luoghi sbagliati.

Non è il ragazzo perfetto che talvolta costruiamo nelle agiografie,è un uomo che attraversa contraddizioni, passioni, ambizioni, errori.

Vuole capire il mondo prima ancora di capire se stesso.

Monica, sua madre, assiste a tutto questo e compie forse il gesto più difficile per chi ama davvero: non smette di credere in suo figlio quando suo figlio sembra aver smesso di credere perfino nella possibilità di diventare altro.

Non lo salva con la forza, non può.

Non lo converte con un ordine, non potrebbe.

Non gli sottrae la libertà per evitargli di sbagliare.

Lo accompagna con quella forma altissima dell’amore che è la presenza, prega, soffre, attende e soprattutto resta.

Quanto abbiamo bisogno, oggi, di riscoprire il verbo restare.

Viviamo in un tempo velocissimo; cambiamo immagini, relazioni, opinioni, amicizie. Basta un gesto sullo schermo per cancellare qualcuno dalla nostra vista, ma un essere umano non è un profilo da bloccare quando diventa complicato. Un ragazzo non è il suo errore.

Un adolescente non coincide con la sua ribellione.

Una caduta non è una sentenza. Lo imparo continuamente nell’oratorio, stando in mezzo ai giovani.

Chi entra in un oratorio vede palloni, voci, corse, confusione, risate. Io, invece, sempre più spesso penso di vedere domande che camminano.

Dietro un ragazzo apparentemente distratto può esserci una solitudine che nessuno ha ancora riconosciuto.

Dietro l’arroganza può nascondersi la paura di non essere abbastanza.

Dietro una provocazione può esserci una richiesta disperata: qualcuno si accorge di me? Ed è qui che Monica diventa straordinariamente moderna.

Lei ci insegna che educare non significa fabbricare figli a nostra immagine.

Significa custodire una libertà anche quando quella libertà ci fa paura.

Agostino deve attraversare la propria notte.

Monica non può attraversarla al posto suo, questa è una verità che ogni genitore, ogni sacerdote, ogni educatore prima o poi deve accettare: possiamo indicare una strada, ma non possiamo camminarla al posto di un altro.

Possiamo però lasciare una luce accesa.

L’oratorio, per me, dovrebbe essere proprio questo: una luce accesa.

Non una fabbrica di ragazzi perfetti.

Non un luogo nel quale si entra soltanto se si possiede già la fede.

Non uno spazio riservato ai “bravi”.

Al contrario: deve esserci posto anche per chi dubita, per chi contesta, per chi non sa pregare, per chi arriva soltanto per giocare a pallone e magari, senza saperlo, sta cercando qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Cristo non ha mai avuto paura dell’inquietudine dell’uomo, perché dovremmo averne noi

Agostino, del resto, arriva a Dio attraversando le proprie domande.

La sua conversione non cancella l’uomo inquieto che è stato: gli permette finalmente di comprenderlo.

Quella sete che lo aveva portato lontano diventa sete dell’Assoluto e qui la sua vicenda incontra profondamente i nostri giovani.

Abbiamo forse commesso l’errore di giudicarli troppo e ascoltarli troppo poco.

Diciamo che sono distratti, dipendenti dai telefoni, fragili, incapaci di sacrificio.

Qualche volta è vero, ma sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi qui.

Questa generazione porta addosso anche le contraddizioni che noi adulti le abbiamo consegnato.

Abbiamo costruito una società nella quale bisogna apparire felici mentre molti sono terribilmente soli.

Abbiamo moltiplicato le connessioni e impoverito, talvolta, la relazione.

Abbiamo insegnato a competere prima ancora che a comprendere.

Abbiamo dato ai ragazzi strumenti potentissimi senza sempre offrire loro una ragione per usarli e poi ci stupiamo della loro inquietudine.

Forse dovremmo imparare da Monica, Lei non domanda ad Agostino di essere immediatamente diverso.

Continua a vedere in lui qualcosa che il presente ancora non mostra, è questa, in fondo, la pedagogia di Dio.

Dio guarda l’uomo non soltanto per ciò che è, ma anche per ciò che può diventare,
per questo credo che ogni ragazzo incontrato nei nostri oratori debba trovare almeno un adulto capace di guardarlo così.

Non qualcuno pronto a catalogarlo, ma qualcuno disposto a scommettere sul bene che ancora non si vede.

Educare significa avere memoria del futuro di un altro.

È sapere che dentro una vita confusa può esistere una grande vocazione; che dietro un adolescente difficile può maturare un uomo straordinario; che una domanda apparentemente insolente può essere l’inizio di una ricerca autentica.

Se Monica avesse guardato soltanto il presente di Agostino, avrebbe avuto molte ragioni per disperare.

Lei invece guarda oltre e Agostino diventerà uno dei più grandi pensatori della storia cristiana, l’uomo che comprenderà come pochi la profondità del desiderio umano.

Non perché non abbia conosciuto lo smarrimento, ma forse proprio perché lo ha conosciuto.

C’è una lezione immensa in tutto questo, non sempre chi si perde è perduto, a volte sta cercando, e noi adulti dobbiamo imparare la differenza.

Quando guardo i ragazzi dell’oratorio penso spesso che il nostro compito non sia riempire le loro teste di risposte, ma creare luoghi nei quali non abbiano paura di pronunciare le domande.

Una Chiesa che sa ascoltare i giovani non deve temere le loro inquietudini.

Deve temere piuttosto la propria incapacità di accoglierle.

Monica e Agostino ci consegnano allora due responsabilità.

Ai giovani Agostino dice: non abbiate paura di cercare, ma abbiate il coraggio di chiedervi se ciò che state inseguendo vi rende davvero liberi.

A noi adulti Monica dice qualcosa di ancora più difficile: non stancatevi troppo presto dei vostri ragazzi;
quando sbagliano, restate,
quando si chiudono, restate.

Quando sembrano lontanissimi da ciò che avete sperato per loro, continuate ad amarli senza trasformare l’amore in possesso.

Perché nessuno conosce il momento segreto nel quale una parola ascoltata anni prima tornerà improvvisamente a bussare al cuore.

Forse è questo il miracolo più bello dell’educazione cristiana: seminare senza pretendere di assistere immediatamente al raccolto.

Santa Monica morì dopo aver visto ciò per cui aveva pregato tanto a lungo.

Ma la grandezza della sua vita non sta semplicemente nell’avere ottenuto la conversione del figlio.

Sta nell’averlo amato durante il tempo dell’attesa, è lì che Monica parla alle madri di oggi, ai padri, agli educatori, ai sacerdoti, a chiunque abbia davanti un giovane che sembra essersi smarrito.

Non chiedetegli soltanto: dove stai andando?

Ogni tanto abbiate il coraggio di dirgli:
“Qualunque strada tu stia attraversando, qui troverai ancora qualcuno che crede nel bene che porti dentro.”

Questo vorrei fosse ogni nostro oratorio, una porta aperta, una casa nella quale tornare.

Una comunità che non domanda anzitutto quanto sei stato bravo, ma quanto bisogno hai di essere ascoltato.

Perché forse, da qualche parte, esiste ancora un Agostino inquieto che cerca senza sapere esattamente cosa e forse esiste una Monica che continua a pregare per lui nel silenzio.

Tra quei due cuori c’è lo spazio della Grazia, ed è proprio lì che noi siamo chiamati a stare.

Don Enzo Bugea Nobile

- SprayNews - Monica Macchioni

Copyright @SprayNews
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram