
L’approvazione alla Camera del disegno di legge sul riconoscimento dei caregiver familiari, avvenuta con appena 153 voti favorevoli a fronte di 105 contrari e 4 astenuti, non rappresenta una vittoria per il welfare italiano, ma un’occasione mancata che rischia di produrre gravi ingiustizie sociali.
Il testo licenziato dall’Aula di Montecitorio, imposto dal Governo senza un reale e costruttivo confronto parlamentare, introduce inaccettabili disparità tra persone che affrontano quotidianamente il medesimo, logorante impegno di cura e assistenza verso i propri congiunti non autosufficienti.
Il carico assistenziale non ammette gerarchie artificiose né tutele a intermittenza: frammentare la platea significa misconoscere la natura stessa del lavoro svolto da chi dedica la propria vita alla cura di un familiare.
A fronte di un provvedimento viziato all’origine da criteri sperequativi, appare doveroso porsi un interrogativo di merito e di metodo: è davvero utile portare a compimento l’iter di questa legge?
Molto probabilmente no.
Sarebbe di gran lunga preferibile evitare una norma-spot elettorale e scegliere invece di destinare integralmente le risorse già stanziate con l’ultima legge di bilancio alla gestione diretta delle Regioni.
Gli enti territoriali, infatti, pur tra enormi difficoltà strutturali, garantiscono già da tempo misure di prossimità come l’assegno di cura: affidare a loro tali fondi permetterebbe di rafforzare servizi concreti ed equi, tarati sui bisogni effettivi delle famiglie.
I numeri registrati in Aula, infine, sono politicamente inequivocabili: una maggioranza con il fiato corto (soli 153 voti a favore) e un’opposizione incapace di fare un reale argine testimoniano un disinteresse generalizzato della politica verso un tema che tocca direttamente la vita di oltre 2,3 milioni di caregiver familiari nel nostro Paese.
Chiediamo che al Senato vi sia un sussulto di responsabilità: o si riscrive radicalmente il provvedimento garantendo pari dignità e copertura assicurativa e previdenziale a tutti i caregiver, oppure si abbia il coraggio di fermare una riforma inadeguata a tutela di chi cura nell’ombra senza chiedere privilegi, ma solo rispetto e giustizia.
Lo afferma in una nota Francesco Alberto Comellini, Vicepresidente Osservatorio Permanente sulla Disabilità Osperdi ETS
- SprayNews - Monica Macchioni